"Aleppe" - sorta di blognovel - o quel che ne vien fuori - di Maximiliano Strelnik Bianchi
home | un po' di spiegazioni | il romanzo | dicono d'Aleppe | e-mail
Capitoli:

Capitolo 1

"Non è mica possibile, penso, che i diavoli con i loro raffi si scordino di tirar giù me, quando morrò.
Ed ecco che mi viene in mente: i raffi? e di dove li prendono? di che son fatti? son di ferro? ma allora dove li forgiano?
e che, c'è qualche fabbrica, dunque lì da loro?"

(F. Dostoevskij, "I fratelli Karamazov")

 

Qualcuno aveva deciso di farmela pagare.
Sicuro che la merda in questione arrivava direttamente dai piani alti -che poi qui da me son quelli più bassi, almeno a credere all'esistenza d'un alto e d'un basso in questa parte d'universo dove c'hanno confinati da quando il principale perse il duello con la concorrenza e fu cacciato col pedatone in culo che lo incastrò tra queste terre puzzolenti.
S'era mica più ripreso il boss da quel colpo lì.
Anche se poi l'azienda nuova gli era andata da subito bene e le sue soddisfazioni continuava a togliersele tutti i maledetti giorni, era risaputo che ogni tanto -solitamente quando la moglie non gliela dava per una settimana - si barricava in ufficio coll'album delle foto dei bei tempi andati in grembo e tirava dei sospironi e dei peti di nostalgia che tutto il suo piano, compreso di segretarie e dirigenti -e tutta lo stuolo bavoso degli stracazzo di manager di cui s'era attorniato dagl'anni ottanta in poi - rideva piano sotto i baffi e mormorava segretamente che il prossimo consiglio d'amministrazione avrebbe dato le dimissioni.
Ma questi eran cazzi suoi e di tutti quei papaveri leccaculo che lo salutavano -ancora oggi - infilandogli direttamente la lingua su per il tafanario - carrieristi di merda che pur di salir di grado non si vergognavan nemmeno di rispolverare usanze e obblighi che c'eran voluti anni di lotte e anche di botte per togliersele dalle palle.
Quel che m'importava era che me l'avevano messo a me nel didietro: ma senza chiedere il permesso e con qualcosa di molto più corposo d'una lingua.
Puttanaccia schifosa: mi volevano licenziare.
Non che fossi uno stinco di santo: quando potevo il cartellino dal collega me lo facevo timbrare volentieri -così da rintanarmi a casa un'oretta prima della sirena d'uscita, giusto in tempo per gustarmi il filmetto delle nove o la diretta di Milan-Manchester, stragoduta ancor di più con la tessera di Sky taroccata e le tette originali di mia moglie a un paio di passi dal divano. Mai creduto alla confessione e a tutti gl'altri sacramenti -altrimenti manco m'avrebbero assunto per le mansioni che svolgo da più di diec'anni - ma in sincerità potevo anche ammettere che un paio d'ore a dormire in pieno orario di lavoro l'avevo adoperate spesso e volentieri - specie i lunedi mattina arrivati dopo le serate da mosca di bar nei localacci dei quartieri bassi dove bazzicavo io - e dove abitavo e lavoravo io, di robine e posticini alti non se ne trovavano neanche a pregare.
No, doveva esser stato per qualcosa di diverso.
La lettera malefica me l'aveva sbattuta sotto il naso il burocrate di turno che - occhi barbagiannati d'occhiali e fiato da far schifo a un morto - m'aveva guardato di traverso, represso di coglioni e di coraggio: senza proferir parola, m'aveva lasciato il fogliaccio infame tra le mani, sgattaiolando via con la sua borsina di finta pelle, piena di fotocopie d'hentai di terz'ordine e cazziatoni e ammonizioni da far circolare.
Avevo subito cercato il delegato sindacale. Al bar, naturalmente: e al bar non c'era.
L'avevo trovato al lavoro sudato come una belva che smadonnava e sbrigava le sue faccende quasi avesse il fuoco al culo; l'avevo guardato agitandogli la stronza di comunicazione quasi sotto gl'occhi e quello - per tutta risposta - m'aveva trafitto con un mezzo sguardo acquoso, comaddire: "Cazzo vuoi, Aleppe, non lo vedi che sto lavorando?"
Era grave; c'avevo la riprova massima: stavolta era pesa, pesa -di molto, di molto grave.
A farla semplice ero nella merda; ero infinitamente più fitto nella cacca dei clienti che il mio lavoro mi obbligava a far affondare -badando bene che non alzassero troppo la testa e che rimanessero nella loro condizione senza rompere troppo i coglioni.  
Il delegato continuava a sgobbare: io gl'avevo rubato "il Manifesto" - chè era sabato e c'era abbinato "Alias" con uno speciale sul nuovo cinema porno canadese -, me l'ero ficcato in tasca e me n'ero andato dritto e incuterito verso gl'uffici del personale.
Niente deleghe, porcaputtanaimpestata, ora faccio da me - m'ero detto - accendendomi la quinta MS della mattinata.
La prima segretaria schierata a difesa degl'alti uffici - belle labbra da pompinara aziendale su capelli rosso-rame - m'aveva guardato come ero sicuro facesse quando suo figlio si cacava addosso proprio un attimo prima d'uscire a cena coll'amiche del venerdi sera e doveva ricambiarlo d'intero punto e telefonare che aveva avuto un imprevisto e sarebbe arrivata un po' dopo. Avesse detto qualcosa di più rispetto a "dove sta andando?", gli avrei mollato una scurreggia di pece e zolfo che gli avrebbe risparmiato la messa in piega per il resto dei suoi venerdi da mammina post-moderna.
Dopo un paio d'altre erinni -pur con dei corpi da sdraiarcisi sopra e sputare anima e altre sostanze meno volatili e più appiccicose ai quattro venti -ero davanti alla scrivania del cazzone del personale: un quadro di Schifano appoggiato per terra e "St.Anger" dei Metallica a mezzo volume fuori da qualche cassa intrappolata nelle pareti a mattoncini rossi.
Avevo spento la sigaretta sul cactus vicino al computer e sciancato i palmi delle mani a metà scrivania, aspettando che il pezzettino di merda avesse il coraggio di girarsi -chè il dirigentucolo era ancora sprofondato nella sua poltrona, dandomi le spalle e fissando qualcosa al di là della finestra che dava sul cortile dell'edificio.
Me m'importava una sega cosa c'aveva da spiare e c'avevo stampato un rutto di presentazione bello incazzato già nella tonalità in cui se ne era uscito fuori.
Così lo vedevo girarsi piano.

 
 
Tutti i contenuti stan zitti e buoni sotto l'aluccia protettiva della CC License