|
Capitolo 1
"Non è mica possibile, penso, che i diavoli con i loro raffi si scordino di tirar giù me, quando morrò. Ed ecco che mi viene in mente: i raffi? e di dove li prendono? di che son fatti? son di ferro? ma allora dove li forgiano? e che, c'è qualche fabbrica, dunque lì da loro?"
(F. Dostoevskij, "I fratelli Karamazov")
Qualcuno aveva deciso di farmela pagare.
Sicuro che la merda in questione arrivava direttamente dai piani
alti -che poi qui da me son quelli più bassi, almeno a credere
all'esistenza d'un alto e d'un basso in questa parte d'universo
dove c'hanno confinati da quando il principale perse il duello con
la concorrenza e fu cacciato col pedatone in culo che lo incastrò tra queste terre puzzolenti.
S'era mica più ripreso il boss da quel colpo lì.
Anche se poi l'azienda nuova gli era andata da subito bene e le
sue soddisfazioni continuava a togliersele tutti i maledetti giorni,
era risaputo che ogni tanto -solitamente quando la moglie non gliela
dava per una settimana - si barricava in ufficio coll'album delle
foto dei bei tempi andati in grembo e tirava dei sospironi e dei
peti di nostalgia che tutto il suo piano, compreso di segretarie
e dirigenti -e tutta lo stuolo bavoso degli stracazzo di manager
di cui s'era attorniato dagl'anni ottanta in poi - rideva piano
sotto i baffi e mormorava segretamente che il prossimo consiglio
d'amministrazione avrebbe dato le dimissioni.
Ma questi eran cazzi suoi e di tutti quei papaveri leccaculo che
lo salutavano -ancora oggi - infilandogli direttamente la lingua
su per il tafanario - carrieristi di merda che pur di salir di grado
non si vergognavan nemmeno di rispolverare usanze e obblighi che
c'eran voluti anni di lotte e anche di botte per togliersele dalle
palle.
Quel che m'importava era che me l'avevano messo a me nel didietro:
ma senza chiedere il permesso e con qualcosa di molto più corposo d'una lingua.
Puttanaccia schifosa: mi volevano licenziare.
Non che fossi uno stinco di santo: quando potevo il cartellino dal
collega me lo facevo timbrare volentieri -così da rintanarmi
a casa un'oretta prima della sirena d'uscita, giusto in tempo per
gustarmi il filmetto delle nove o la diretta di Milan-Manchester,
stragoduta ancor di più con la tessera di Sky taroccata e
le tette originali di mia moglie a un paio di passi dal divano.
Mai creduto alla confessione e a tutti gl'altri sacramenti -altrimenti
manco m'avrebbero assunto per le mansioni che svolgo da più
di diec'anni - ma in sincerità potevo anche ammettere che
un paio d'ore a dormire in pieno orario di lavoro l'avevo adoperate
spesso e volentieri - specie i lunedi mattina arrivati dopo le serate
da mosca di bar nei localacci dei quartieri bassi dove bazzicavo
io - e dove abitavo e lavoravo io, di robine e posticini alti non
se ne trovavano neanche a pregare.
No, doveva esser stato per qualcosa di diverso.
La lettera malefica me l'aveva sbattuta sotto il naso il burocrate
di turno che - occhi barbagiannati d'occhiali e fiato da far schifo
a un morto - m'aveva guardato di traverso, represso di coglioni
e di coraggio: senza proferir parola, m'aveva lasciato il fogliaccio
infame tra le mani, sgattaiolando via con la sua borsina di finta
pelle, piena di fotocopie d'hentai di terz'ordine e cazziatoni e
ammonizioni da far circolare.
Avevo subito cercato il delegato sindacale. Al bar, naturalmente:
e al bar non c'era.
L'avevo trovato al lavoro sudato come una belva che smadonnava e
sbrigava le sue faccende quasi avesse il fuoco al culo; l'avevo
guardato agitandogli la stronza di comunicazione quasi sotto gl'occhi
e quello - per tutta risposta - m'aveva trafitto con un mezzo sguardo
acquoso, comaddire: "Cazzo vuoi, Aleppe, non lo vedi che sto
lavorando?"
Era grave; c'avevo la riprova massima: stavolta era pesa, pesa -di
molto, di molto grave.
A farla semplice ero nella merda; ero infinitamente più fitto
nella cacca dei clienti che il mio lavoro mi obbligava a far affondare
-badando bene che non alzassero troppo la testa e che rimanessero
nella loro condizione senza rompere troppo i coglioni.
Il delegato continuava a sgobbare: io gl'avevo rubato "il Manifesto"
- chè era sabato e c'era abbinato "Alias" con uno
speciale sul nuovo cinema porno canadese -, me l'ero ficcato in
tasca e me n'ero andato dritto e incuterito verso gl'uffici del
personale.
Niente deleghe, porcaputtanaimpestata, ora faccio da me - m'ero
detto - accendendomi la quinta MS della mattinata.
La prima segretaria schierata a difesa degl'alti uffici - belle
labbra da pompinara aziendale su capelli rosso-rame - m'aveva guardato
come ero sicuro facesse quando suo figlio si cacava addosso proprio
un attimo prima d'uscire a cena coll'amiche del venerdi sera e doveva
ricambiarlo d'intero punto e telefonare che aveva avuto un imprevisto
e sarebbe arrivata un po' dopo. Avesse detto qualcosa di più
rispetto a "dove sta andando?", gli avrei mollato una
scurreggia di pece e zolfo che gli avrebbe risparmiato la messa
in piega per il resto dei suoi venerdi da mammina post-moderna.
Dopo un paio d'altre erinni -pur con dei corpi da sdraiarcisi sopra
e sputare anima e altre sostanze meno volatili e più appiccicose
ai quattro venti -ero davanti alla scrivania del cazzone del personale:
un quadro di Schifano appoggiato per terra e "St.Anger" dei Metallica a mezzo volume fuori da qualche cassa intrappolata
nelle pareti a mattoncini rossi.
Avevo spento la sigaretta sul cactus vicino al computer e sciancato
i palmi delle mani a metà scrivania, aspettando che il pezzettino
di merda avesse il coraggio di girarsi -chè il dirigentucolo
era ancora sprofondato nella sua poltrona, dandomi le spalle e fissando
qualcosa al di là della finestra che dava sul cortile dell'edificio.
Me m'importava una sega cosa c'aveva da spiare e c'avevo stampato
un rutto di presentazione bello incazzato già nella tonalità in cui se ne era uscito fuori.
Così lo vedevo girarsi piano. |