La meglio vecchiaia

Ci si avvicina una signora che avrà settanta anni e passa, i capelli ben pettinati, un filo di rossetto rosa scuro, il bastone per appoggiarsi. Io e mio figlio siamo di fronte alla vetrina di una tabaccheria che tiene anche uno scaffale di macchinine. Lo scaffale è quello più in basso cosicché Valerio sta inginocchiato sulla soglia del negozio e io sono accosciato alle sue spalle.
La signora non è alta ma accanto a noi così piegati ci sovrasta come un piccolo oracolo profumato di sapone e sigaretta. Ha gli occhi vispi, il sorriso generoso e così parla: “Stia attento con le caramelle, una volta mio figlio stava per strozzarsi. Ho avuto una paura,” Cerco i suoi occhi e mi volto in su per dirle: “Grazie, ma è pizza bianca, la mangia a morsi.” E le sorrido. Lei fa un “Aaaaah” di buffa rilassatezza, volutamente esagerato e comico. Sorride e conferma la generosità del primissimo impatto. Poi continua: “Sa, eravamo a teatro. Quel bel teatro che c’era in cima al corso.” E qui la sua pausa è calcolata al millimetro per poi proseguire con: “Quel bel teatro che gli amministratori di allora hanno buttato giù per farci la Standa.” L’ultima parola la dice alzando il mento e ficcando gli occhi nel negozio dove anche i proprietari o altri la stanno ascoltando. Poi si ferma e la seconda pausa, più breve della prima, è ancora più efficace. “E chiamano barbari le persone che stanno arrivando adesso. Quelli erano barbari davvero, molto più barbari di quelli che chiamano così ora.”
Le ho sorriso forte e le ho detto: “Brava signora!”
Non mi è venuto di dirle altro, ma l’avrei davvero abbracciata, lei avrei carezzato le caviglie in segno di umana riconoscenza e fiducia. Mi ha salvato la giornata, mi ha ricordato che non sempre è facile, ma ciascuno di noi è chiamato a rispettare i sogni della propria giovinezza.[1] Quando ci siamo salutati ero sicuro che la signora ci fosse riuscita e che questa è la miglior cosa che posso augurare a mio figlio e a tutti gli altri bimbetti che come lui ci vedranno vecchi.

[1] Anna Seghers

Sempre meglio della guerra, no?

Questo è ciò che ha detto Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, nell’incontro di oggi a Atene con Alexis Tsipras:

And this is why, here from Athens, I want to appeal to all potential illegal economic migrants wherever you are from: Do not come to Europe. Do not believe the smugglers. Do not risk your lives and your money. It is all for nothing. Greece or any other European country will no longer be a transit country. The Schengen rules will enter into force again.

Traducendo al volo, per chi non conosce l’inglese:

“Ed è per questo che, qui a Atene, voglio rivolgermi a tutti i potenziali migranti economici illegali di qualsiasi luogo voi siate: non venite in Europa. Non date retta ai trafficanti. Non rischiate le vostre vite e i vostri soldi. Non serve a niente. La Grecia o qualsiasi altro paese europeo non sarà più una nazione a voi accessibile. Il trattato di Schengen entrerà di nuovo in vigore.”

Eccoli qua, Tusk e la fortezza Europa nell’anno 2016.

Si sa: la guerra è peggio della fame. La fame si può sopportare. Si può sempre provare a dormire, magari si ha la fortuna di morire nel sonno, senza dare noia a nessuno. La guerra, eh, la guerra bisogna saperla aspettare, non siate impazienti. Se sopravviverete alla fame, o al clima infame, alle torture, alle vessazioni o alle ingiustizie del luogo dove siete nati, alla fine prima o poi, vedrete che una guerra arriverà anche da voi. O una catastrofe naturale. Non un’epidemia, mi raccomando: con quella ve ne state buoni buoni a casa vostra e noi dall’Europa al massimo vi mandiamo qualche medicinale. Insomma: meglio la fame della guerra. State lì dove siete, penseremo anche a quello, se non ci riuscite da soli.

La dignità di una risposta – indiretta – alle parole di Tusk in questo cartelli, in una foto di oggi da Idomeni al confine tra Grecia e Macedonia.

Idomen, Greece 29 February 2016

Idomeni, Greece: ring fence and tear gas

Text source: “Ring-fencing Greece will open the gate to Europe’s nationalist nightmare” by Apostolis Fotiadis.
Tweet by: @anubidal, @Faloulah, @mkalinowskaa, @philippbreu, @AndreasKakaris, @reportedly, @Chara_fc, @juliadruelle.
Map: The Economist.


Consider for a minute the “invasion” these leaders are moving against. Figures show 34% of refugees are children, thousands of them unaccompanied. Another 20% are women. The vast majority of these people are families fleeing conflict. Just under half are Syrians escaping Islamic extremism themselves. The refugee influx amounts to less than 0.5% of the European population. This was never an unmanageable problem for the EU: it is an issue only for nation states. But resorting to nationalist fixes is a cheap solution.

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Internet, 1930

Succede che leggendo un saggio scritto quasi 90 anni fa trovi una dozzina di righe che sembrano descrivere Internet e le connessioni del web meglio di un manuale o di un sito contemporaneo.
Sentite qua [corsivo mio]:

“Poco più di un anno fa, i sivigliani seguivano ora per ora, nei loro giornali popolari, quello che stava accadendo ad alcuni uomini vicino al Polo: sopra il fondo ardente della campagna betica scivolavano dunque ghiacciai alla deriva. Ogni lembo di terra non è più chiuso nella sua area geometrica ma, per molti effetti vitali, opera negli altri angoli del pianeta.
Secondo il principio fisico che le cose hanno la loro sede laddove operano, riconosceremo oggi, a qualunque punto del globo, la più reale ubiquità. Questa prossimità di ciò che è lontano, questa presenza di ciò che è assente, ha aumentato in proporzione prodigiosa l’orizzonte di ogni vita.”
(José Ortega y Gasset, “La ribellione delle masse”, 1930)

Il dubbio che mi rimane è quello se l’orizzonte della vita sia stato effettivamente ampliato o se invece sia stato costretto a una semplice simulazione di fronte allo schermo.
Ammetto che il dubbio mi viene quando sto troppo tempo online, quando il fuori viene oscurato da una nebbia di link e rimandi così densi e pieni che mi verrebbe solo voglia di aprire la finestra per sentire qualcosa a me fisicamente vicino, anche fosse solo il mugolìo delle stelle.

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[Immagine via Federico Gennari | twitter]

1989 – di Gianni Solla


1989 - di Gianni SollaVeronica non ascolta la cassetta che il marito le prepara, eppure la infila nel Philips del salotto e si aggira per la casa dove ogni sentimento è stato soppiantato da un surrogato domestico. Servirebbe un salvavita, qualcosa di meno elettrico e più umano, ma tutto quello che può fare è una telefonata.
Ogni interno è un piccolo inferno – sembra suggerirci Gianni Solla, acuto osservatore e solido narratore, già alle prese con la musica e i suoi precarissimi imprenditori ne “Il fiuto dello Squalo” che si consiglia vivamente di leggere.