Magnifiche minuzzarie

Ogni qualsivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le piccolissime, e queste de gl’individui e minimi.

– Giordano Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, Dialogo primo, 1584.

È una foto di Martina Dienstleder fatta con il microscopio elettronico nel 2011 e tutte le volte che la guardo mi perdo nella circolare infinità che lega l’immenso e il piccolissimo.

Sembra un canyon ma è una piccola crepa in un pezzo di acciaio.

Il lavorìo che viene

Ma non è lavoro, questo, è un senso di colpa, un opportunismo cinico, una manipolazione continua, deprivazione del sonno, bipolarismo, tensione, antilingua, rapporti poco chiari, poco onesti, torbidi, l’editoria, la provincia, le pacche sulla spalla, la maschera della morte rossa, la nube purpurea, gli ultracorpi, il Weneto…

– ale, “Se volete, parliamo del lavoro”

E questa cosa che ale di brekane pubblica due post nell’ultima settimana lo si prende come un ulteriore segnale che un altro flusso potrebbe presto formarsi.
Qui ci si lavora zitti zitti.

Eppure qualcosa cigola

Era quasi esattamente un anno fa: si riparlava del ritorno al blog, della scrittura più lenta, della soffice dittatura dei social e della possibilità di uscirne.
Il Many aveva sapientemente parlato di “New Wave italiana” e in effetti diversi blog erano rifioriti, ma il 2019 non è stato l’anno del blogroll.

Eppure qualcosa cigola.

Sono ancora mezzi rumori, allentamenti e rallentamenti della materia di cui è fatto il flusso di informazioni che sciaborda ogni giorno sotto le nostre cornee. Sono analisi, propositi e scelte che invitano a sottrarsi al ritmo finto indiavolato delle piattaforme, alla loro capacità e rapacità estrattiva.
Sono argomenti pubblicati su siti, blog e newsletter che mi ha fatto bene leggere e che qui sotto, come fosse un vecchio Blob of the blogs, vi lascio in un montaggio più o meno ragionato.

Perché cercate di convincermi che il digitale è veloce e la fisicità lenta? Puoi prendere appunti lenti su carta mentre qualcuno parla veloce? Non è solo un fastidio mio: quello che mi preoccupa è che, imponendo una dicotomia, allontaniamo l’equilibrio. Non sarebbe meglio praticare la lentezza nel digitale invece di rafforzare l’equivoco materia lenta digitale veloce? Se tante persone sono stressate per la velocità digitale è meglio suggerire e mostrare che si può rallentare anche online, non arrendersi e considerarlo un effetto collaterale dell’ambiente. Non lo è. Siamo sempre noi che scegliamo (o ci facciamo condizionare).

– Mafe De Baggis, “[Koselig #37] Festina lente, hai presente?

Scriverò ancora di musica, ma non in quel modo lì e non con quella dedizione da ascoltatore bulimico.
Voglio rallentare tutto, calpestare altri lidi e dare il mio modesto contributo ad agitare le suddette acque.
Cosa ne verrà fuori in concreto lo vedremo insieme poi. Qua sopra e solo qua sopra: non ci sarà nessuna pagina facebook, instagram o account twitter, perché è ora (è ora da tempo) di abbandonare i monopolisti e riprenderci gli strumenti che usiamo per comunicare e agire nel mondo.

– leo durruti, “Acque agitate | Chi sono”

Il nostro sito è questo, è Giap. Abbiamo necessità e voglia di ripartire da qui, di avviare una nuova fase di discussioni sul blog, magari a cominciare proprio dallo spazio qui sotto. È un invito a lasciare i vostri commenti, senza remore. Dopo aver letto tutto, s’intende. E lentamente.
[…]
Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

– Wu Ming, “L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter / 2a puntata (di 2)”

Sono d’accordo. E non solo perché ho scelto, con ostinazione, di tenere in piedi il sito su cui state leggendo anche nel periodo in cui i blog, personali e collettivi, erano in ritirata (grosso modo dal 2014 fino a oggi). Anche perché, complici proprio la lettura e l’approfondimento del metodo e della scrittura di Fisher, mi è tornata la voglia di curare uno spazio che accolga i miei pensieri al di fuori dal recinto dei social network, commerciali e non.

– Flavio Pintarelli, “2020, ritorno alla blogosfera”

E anche da queste parti c’è un lavorìo sotterraneo che ancora non si vede, come il rumore di un ingranaggio che muta per qualcosa che cigola.

Billy Bragg - Back to Basics

Yin, Yang, Dyane

Yin Yang | by Nikkor

Sette o otto anni, di più non ne avevo. Il prete a dottrina sudava per farci comprendere il concetto di trinità.
Fossero stati in due forse ce l’avrei anche fatta a comprenderla. Con tre parti il gioco si faceva più astruso e allora o te la sapevano intortare bene o ti veniva il leggero sospetto che te la stessero dando a bere.

Visti con gli occhi dei fruitori delle serie di questi anni, Padre e Figlio che sono la stessa persona sono un effetto sorpresa abbastanza dozzinale, ma la furiosa immaginazione – e la capacità di temporanea sospensione del dubbio – della mia mente di bimbetto allora poteva sopportarlo. Quando entrava in gioco lo Spirito Santo la cosa sapeva troppo di posticcio.
A parte lo Spirito Santo, c’era comunque quel “generato non creato, della stessa sostanza del padre” che tornava poco. Il prete ci teneva tanto a questa distinzione che a me pareva un po’ raffazzonata. Certo, pur essendo un appassionato di storia e di politica, il pievano mica poteva parlarci del turbolento concilio di Nicea e delle maniere forti* usate per bollare come eresia l’arianesimo e quel suo insistere sul fatto che Gesù non fosse il Figlio di Dio.
Spiegare le lotte interne del primo concilio ecumenico cristiano a dei bimbetti e delle bimbette di otto anni non andava bene e non andava fatto. E allora si imparava a mente e il credo niceno stava a posto così.

Nicea o non Nicea, in quegli anni mi era molto più facile comprendere e sentire mio un altro concetto, fuori dalla religione cristiana e visto e rivisto, invece che al catechismo, su molti muri della provincia pisana alla fine degli anni settanta, inizio ottanta. Era il simbolo dello yin e dello yang, quel cerchio diviso da una linea curva a separare due metà, una bianca e una nera reciprocamente abbracciate. “Anche nel bene c’è un po’ di male e anche nel male c’è un po’ di bene”. Così me l’aveva spiegato un ragazzo un po’ più grande di me un giorno che avevamo visto questo adesivo dello yin e dello yang appiccicato sul retro di una Dyane parcheggiata nella piazza del paese.

Diversi anni dopo sarebbero arrivati, tra gli altri, Spinoza, Rosa Luxemburg e Sam Peckinpah a illustrare meglio come ogni cosa contenga il suo contrario e che Dio è tutto e niente e che è la stessa cosa – almeno così è per me.
Nel frattempo, tra un adesivo in mezzo alla strada e il prete in chiesa non c’era gara.

* secondo questa fonte, mentre Ario esponeva le sue idee, il futuro san Nicola di Bari si alzò dalla sedia e gli andò a mollare uno sganassone in faccia che quasi fece cadere Ario a terra.

Il ciclogravelista

Sono percorsi che avranno poco a che fare con la geografia, almeno quella ufficiale. Avranno molta più attinenza con quella interna, quella dell’anima.

Siamo con te, ciclogravelista.
Forza ai tuoi pedali.