Di fronte alla fine

Luca Rastello

Ieri se ne è andato Luca Rastello. Questo estratto dal suo primo romanzo, “Piove all’insù”, l’ho stampato e tenuto appiccicato al muro per anni. Oggi lo incollo qui, perché altri lo scoprano – questo e gli altri suoi libri che ci restano.

“Chissà dove saremmo arrivati se avessimo puntato alla precisione, invece di accontentarci di quelle nostre astrazioni desideranti: avevamo così forte nelle viscere il malessere del mondo agonizzante che se ci fossimo armati di esattezza forse ne avremmo deciso noi le sorti. Ma ci bastava il linguaggio contorto e oscuro delle nostre emozioni. Uno dei nostri giornali ora titola così: La rivoluzione è finita, abbiamo vinto. E’ il pensiero più lucidi di quella stagione. Ma pensare la fine con lucidità è biologicamente impossibile: puoi enunciarla, puoi pensare che dovresti pensarla, puoi avvicinarti come fanno i matematici, allontanandosi in realtà a distanze siderali, inserendo fra il pensato e l’impensabile infiniti pensieri sempre più piccoli, e ognuno di questi pensieri dice che arrivarci è impossibile.

Siamo di fronte alla fine, motore di ogni mercato, virtù delle banche, lacuna delle utopie: il denaro, nei suoi canali immateriali, conosce le regioni del tramonto e sa metterne a frutto le risorse. Noi, inadatti alla rivoluzione perché il luogo della rivoluzione è l’infinito, il futuro, sogno da figli dei fiori in tempo di benessere, svanito, noi passeremo dal potere infinito della nostra adolescenza carnale all’infinita frustrazione che muove al consumo. Di sè o di merci. E di vite come merci. Vite di morti, persi in grovigli di ribellione, furti d’appartamento, droghe pesanti, pistola, delusione o carriera. Alcuni finiranno per decidere che sopravvivere significa emergere, schiacciare, tagliare, votati infine alla regola della supremazia naturale, partiti da lontano per approdare al fascismo elementare della vita vissuta come un diritto del migliore, del più forte, della più bella.””

Al diavolo – o perché voterò no al #Greferendum

Like Hegel on acid

Yes, it’s hard to find words to describe world events these days, but this comes close – foto via Nein Quarterly | twitter

 
 

Traduco questo post di Theodora Oikonomides perché mi sembra uno dei più adatti a rendere la situazione e lo stato d’animo che il popolo greco sta vivendo in questa settimana prima del referendum.
Su twitter Theodora è presente con il nickname IrateGreek: in caso non lo facciate già, seguitela subito.

 

Questi ultimi giorni devono essere stati i peggiori che mi sia capitato di vivere da quando sono venuta al mondo 41 anni fa, e questo non perché la Grecia si stia avviando verso il totale collasso economico. È perché la modica quantità di democrazia che in questo paese abbiamo avuto da sei mesi dopo la mia nascita è crollata, senza nessuna speranza di rivederla nell’immediato futuro.

C’e un’ironia tragica nel fatto che il chiodo nella bara della democrazia sarà confitto dal più democratico degli atti: l’annuncio di un referendum popolare. Naturalmente, un referendum annunciato con nove giorni di preavviso su una proposta che non sta in piedi è una farsa di per sé, e quando il primo ministro afferma alla televisione pubblica che è solo uno strumento di negoziazione, non fa altro che aggiungere la beffa al danno. Ma, in un contesto molto più ampio, questo è solo un aspetto della tragedia politica che la Grecia sta attraversando. Qualsiasi pretesa di rispetto del ruolo delle istituzioni si è volatilizzata già venerdi sera, sia per quanto riguarda le posizioni del “sì”, sia quelle del “no”. L’esempio più lampante di questo sono ovviamente i mezzi di comunicazione di proprietà degli oligarchi greci che hanno scatenato una campagna senza precedenti fondata sulla paura, martellando il pubblico con una serie di immagini di cittadini infuriati in fila ai bancomat e offrendo ai politici del “sì” una tribuna per ripetere fino alla nausea come il governo stesse cercando di portarci fuori dall’euro per farci ripiombare nel Medio Evo.

Nel frattempo, in un debole tentativo di contrastare quella che può essere solo descritta come spudorata propaganda da parte dell’élite socio-economica della Grecia, il governo ha lanciato un sito web allo scopo di informare la popolazione sul referendum, un sito che ignora tranquillamente qualsiasi argomento sia a favore del sì. Quello mi risulta particolrmente amaro è che ho votato Syriza credendo che avrebbe riportato la democrazia a funzionare. Chiaramente, mi sbagliavo.

E, come se non fosse abbastanza, sembra proprio che tutti in Grecia e all’estero, si preoccupino soltanto di trovare di chi è la colpa per tutto questo e non si preoccupino nemmeno un po’ di che cosa accadrà realmente alla Grecia e al suo popolo. E non sto parlando di quello che sueccederà quando ci sarà il crollo dell’economia – effettivamente era già accaduto molto prima che il controllo dei capitali entrasse in vigore. Sto parlando di che cosa accadrà ora che il quesito posto ai Greci è diventato molto semplicemente se vogliono una morte veloce e violenta o una lenta e dolorosa. Queste sono le scelte che il referendum ha da offrire, queste sono le scelte che la democrazia in Grecia nel 2015 ha da offrire. Come fa un paese, un popolo una società a riprendersi da questo? Come fai a riprenderti, non dalla risposta, ma dalla domanda stessa.

Per quelli che stanno cercando di trovare colpevoli, ho una cosa da dirvi: siete arrivati o troppo in anticipo o troppo in ritardo

Siete troppo in anticipo perché, siamo sinceri, nessuno può pretendere di asserire con certezza quali saranno le conseguenze in caso vinca il sì o il no. Qualsiasi sarà il risultato, il minimo che si può dire è che le relazioni tra la Grecia e l’Unione Europea saranno ridisegnate in un modo che impiegheremo anni a capire. Forse “No” significherà un’uscita dall’Eurozona, o forse no; forse ritornare alla dracma non è una buona cosa, o forse no. Parimenti, forse “Sì” significherà ancora più di austerity, dello stesso tipo che subiamo già da cinque anni, o forse significherà un nuovo tipo di austerity, forse questo nuovo tipo di austerity sarà più duro, o forse sarà più morbido – sperare si può sempre. Ma se affermate di avere risposte chiare e dirette a queste domande, una cosa è certa: state mentendo. Questo è un territorio inesplorato, per cui mostrate più umiltà. Non lo sapete, come non lo so neanch’io.

Dall’altra parte, se state cercando di attribuire delle colpe per quel che riguarda il processo che ci ha condotti in questo casino, siete in ritardo, davvero troppo in ritardo. Siete in ritardo perché questo processo va avanti da anni, e anche un bambino di dieci anni neanche troppo intelligente avrebbe potuto dirvi quanto l’economia greca e il sistema politico che la sorreggeva fossero marci, un bambino di dieci anni neanche troppo intelligente avrebbe potuto dirvi che i piani di salvataggio sono stati dei fallimenti, un bambino di dieci anni neanche troppo intelligente avrebbe potuto dirvi che l’attuale governo di Syriza non ha usato lo stessa linguaggio della sua controparte nei negoziati, e, soprattutto, un bambino di dieci anni neanche troppo intelligente avrebbe potuto dirvi che a un certo punto la merda avrebbe colpito il ventilatore. Dal 2010 siamo i testimoni di un disastro ferroviario al rallentatore. Siete davvero terribilmente in ritardo, se cominciate a appioppare colpe nel momento in cui la locomotiva raggiunge la velocità massima.

Così, dove ci porta tutto questo? Che cosa dovremmo votare? Esistono buone ragioni per votare “sì”? E ci sono buone ragioni per votare no? Esistono anche buone ragioni per votare affatto? Ecco che cosa: non ci suono buone o cattive ragioni quando puoi scegliere solo tra cattive opzioni. Esistono solo ragioni concrete, e questa è la mia.

C’è un’espressione greca che ho usato molto in questi ultimi mesi: “είναι κακοί, στραβοί, ανάποδοι, αλλά…” che significa “Sono cattivi, storti, irritanti, ma…” Questo è quello che ho da dire dell’attuale governo. Che possono essere cattivi, storti, irritanti. Che possono avere spettacolarmente fallito sul fronte economico/finanziario come su quello politico, possono essere il peggior governo che abbiamo mai avuto, per tutto quanto, ma sono il nostro governo e alla fine a noi renderanno conto.

Negli ultimi anni, troppe decisoni che hanno influenzato la nostra vita in maniera drammatica sono state prese da persone che sedevano a Brussels, a Francoforte, a Berlino e a Washington – davvero troppe, perché ci ha derubato della nostra capacità di partecipazione democratica come cittadini e come popolo. Queste persone non saranno mai responsabili davanti a noi perché troppo lontane dalla nostra portata. Beh, lasciamo che abbiano a che fare con altri. Noi possiamo avere a che fare con coloro che sono qui.

Così voglio uscire. Voglio uscire dall’Eurozona e voglio uscire dall’Unione Europea. Voterò “No” perché qualsiasi cosa possa eventualmente, forse, auspicabilmente, avvicinarci all’uscita dall’Euro è per me cosa abbastanza buona, vista la situazione. Ne ho abbastanza di questi anonimi alti funzionari europei che raccontano al Financial Times che stanno prendendo delle decisioni per me e di come vogliano un cambio di regime in Grecia. Almeno, se quello con cui devo avere a che fare è il mio governo, posso decidere anche per loro.

Se mi avete conosciuto, o se avete solo letto altri pezzi miei sul blog o su twitter, saprete che dal mio punto di vista questo è un corto circuito intellettuale. Lo è. Non è un buon motivo per votare no, ma non mi importa. Al diavolo. Questo è il mio motivo. Qual è il vostro?

Il discorso di Tsipras sul referendum contro l’austerity

syriza stop austerity

(Traduzione mia del discorso di Alexis Tsipras dopo la rottura delle trattative a Bruxelles – 26 Giugno 2015 | Fonti: traduzione spagnola e inglese)

Da sei mesi a questa parte, il governo greco ha condotto una battaglia in una condizione di asfissia economica senza precedenti, allo scopo di rendere concreto il mandato che il popolo greco ci ha dato il 25 di gennaio.

L’obbiettivo per il quale stavamo negoziando con i nostri partner era porre fine all’austerità, e permettere che la prosperità e la giustizia sociale potessero tornare nel nostro paese.

Era una proposta per un accordo che fosse sostenibile, che rispettasse tanto la democrazia come le leggi comuni europee, e che ci conducesse finalmente all’uscita della crisi.

Durante le trattative, ci è stato chiesto di accettare gli accordi conclusi dai precedenti governi attraverso i Memorandum, sebbene essi siano stati condannati e respinti dal popolo greco nelle recenti elezioni. Tuttavia, non abbiamo pensato nemmeno per un momento di arrenderci e di tradire la vostra fiducia.

Purtroppo, dopo cinque mesi di trattative serrate, i nostri partner dell’Eurogruppo due giorni fa hanno emesso un ultimatum contro il popolo greco e la sua democrazia. Un ultimatum che va contro ai valori e ai principi fondativi dell’Europa, i valori del nostro comune progetto europeo.

Hanno chiesto al governo greco di accettare una proposta che reca un nuovo insostenibile fardello sul popolo greco e mina la ripresa dell’economia e della società greca, una proposta che non solo perpetua lo stato di incertezza, ma accentua ancora di più le diseguaglianze sociali.

La proposta delle istituzioni includono: misure che portano a una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, tagli alle pensioni, ulteriori riduzioni dei salari nella pubblica amministrazione, aumento dell’IVA su cibo, ristoranti e turismo, eliminando gli sgravi fiscali per le isole greche.

Queste proposte violano direttamente i diritti sociali e fondamentali dell’Europa: dimostrano che per quanto riguarda il lavoro, l’uguaglianza e la dignità, lo scopo di alcuni dei partner e delle istituzioni, non sia un accordo sostenibile e vantaggioso per entrambe le parti, ma sia l’umiliazione dell’intero popolo greco.

Queste proposte evidenziano specialmente l’insistenza del Fondo Monetario Internazionale nel volere politiche di austerità dura e punitiva, e rendono più attuale che mai la necessità da parte delle principali potenze europee di sfruttare l’occasione per fare definitivamente i conti con la crisi del debito sovrano in Grecia, una crisi che interessa anche altri paesi europei e che minaccia il futuro stesso dell’integrazione europea.

Cittadini greci,

proprio adesso ricade sulle nostre spalle la responsabilità storica verso le lotte e i sacrifici del popolo greco per il rafforzamento della democrazia e della sovranità nazionale. La nostra responsabilità verso il futuro del nostro paese. E questa responsabilità richiede una risposta all’ultimatum che arrivi dalla volontà sovrana del popolo greco.

Poco tempo fa, in un consiglio dei ministri, suggerii l’organizzazione di un referendum per fare in modo che il popolo greco fosse in grado di decidere in un modo sovrano. Il suggeriento fu accettato all’unanimità.

Domani il Parlamento sarà convocato d’urgenza per ratificare la proposta del governo riguardo a un referendum da tenere domenica 5 luglio, in merito alla richiesta di accettare o no l’offerta delle istutuzioni.

Ho già messo al corrente il presidente della Francia, il cancelliere della Germania e il presidente della BCE, e domani una mia lettera chiederà ai leader e alle istituzioni dell’Unione Europea di prolungare di alcuni giorni l’attuale programma di liquidità, in modo che il popolo greco possa decidere senza nessun tipo di pressione o ricatto, così come previsto sia dalla nostra costituzione sia dalla tradizione democratica dell’Europa.

Cittadini greci,

al ricatto dell’ultimatum che ci chiede di accettare una pesante e degradante austerità senza fine e senza nessuna prospettiva di ripresa economica e sociale, vi chiedo di rispondere in maniera sovrana e orgogliosa, come la storia del popolo greco richiede.

All’autoritarsimo e alla grave austerità, noi risponderemo con la democrazia, in maniera calma e decisa. La Grecia, la culla della democrazia, fornirà una risposta democratica che risuonerà in Europa e nel mondo.

Sono personalmente impegnato al rispetto della vostra scelta democratica, qualsiasi essa sarà. E sono assolutamente sicuro che la vostra scelta farà onore alla storia del nostro paese e lancerà un messaggio di dignità al mondo.

In questo momento così critico, dobbiamo ricordarci tutti che l’Europa è la casa comune dei popoli, in Europa non ci sono padroni di casa e ospiti. La Grecia è e rimarrà parte integrante dell’Europa e l’Europa una parte integrante della Grecia. Ma senza la democrazia, l’Europa sarà un’Europa senza identità e senza bussola.

Invito tutti a dimostrare senso dell’unità nazionale e calma, in modo da prendere la giusta decisione.

Per noi, per le generazioni future, per la storia dei greci.
Per la sovranità e la dignità del nostro popolo.

Love in the Time of Crisis

Love in the Time of Crisis

La Grecia è un duplice esperimento: economico – come diceva Zizek pochi anni fa – e sociale; un terrificante esperimento sociale su vasta scala del tipo: come reagiranno le persone quando viene imposta loro una simile catastrofe? Potranno ancora la solidarietà, la gentilezza, l’amicizia – l’amore – sopravvivere alla crisi e aiutare a sconfiggerla?

Ce lo ricorda Paul Mason all’inizio di questo eccellente documentario di Kostas Kallergis e Theopi Skarlatos: “Love in the Time of Crisis”: storie di persone e dei loro amori in tempi di crisi, scandito in cinque capitoli che sono cinque modi in cui si può intendere il termine amore in greco: agape, ludus, eros, philia, pragma.

Con le elezioni del 25 alle porte, un ottimo modo per capire che cosa è successo e cosa potrà succedere in Grecia. Qui sotto trovate il web trailer, lo trovate per intero su Vimeo on Demand: ne vale davvero la visione.