There Will Be Blood

Quando voglio stare male per un rapporto padre-figlio e mi voglio incarognire ancora di più col capitalismo riguardo “Il petroliere” (“There Will Be Blood”, 2007).

Piegare la durezza della natura per un’idea di civiltà senza socialità.

Di questi tempi andava bene anche meno somiglianza con la fragilità del futuro prossimo.

There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, 2007

There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, 2007

100 anni dopo, memori

Una delle rare lapidi contro il massacro che fu la prima guerra mondiale si trova in piazza a Giulianova, in Abruzzo.
Fu messa lì 100 anni fa proprio oggi.

“Ai proletari vittime della guerra borghese
I reduci della Lega Proletaria memori
2 Maggio 1920″

(Grazie a D. per la foto)

Giulianova (TE), piazza della libertà

Molly suona ancora in una band

Mi è capitato di scriverlo ieri nella chat che accompagnava l’Aristocratic DJ set, impeccabilmente condotto il giovedì da Marco De Annuntiis.
So che questa cosa della cover italiana di Obladì Obladà a opera dei Ribelli – quelli della per me bellissima “Pugni chiusi” – è davvero piccola, una minuzia rispetto ai tempi grami che stiamo attraversando, ma me la portavo dentro come una mini scheggia da almeno cinque anni. Era ora di scriverla.

Cinque anni fa mio figlio ebbe in regalo un libro con un un cd-audio di Obladì Obladà. Pensavamo fosse la versione originale dei Beatles. Invece per qualche mese sul lettore cd, accanto alla musica che ascoltavamo io e mia moglie, girarono a turno “Nella vecchia fattoria” nella versione del Quartetto Cetra e “Obladì Obladà”, cover italiana.
Ascolta una volta, ascolta due volte, ascolta tre volte, il testo mi fa venire un dubbio che mi fa cercare quello originale dei Beatles. Così scopro che nella versione dei Ribelli:

“Gianni fa le pizze e i toast al Superbar,
Lilly canta al night del Ragno Blu

mentre in inglese:

Desmond has a barrow in the marketplace
Molly is the singer in a band

In UK Desmond ha una bancarella al mercato e Molly è la cantante di una band mentre in Italia Gianni lavora in un bar e Lilly canta in un night. All’inizio sembrerebbero tutti tipi working class.
La cosa più retriva e familista della cover, senza farvi l’esegesi dell’intero pezzo, è che nella versione italiana i due si fanno un casa, fanno un figlio, Gianni continua a lavorare al bar e Lilly lo aspetta a casa tutta contenta e le basta così.

Gianni fa le pizze ancora al Superbar
Lilly col bambino sta a aspettar
Lui ritorna a casa alle otto e tre
Nessuno piu’ felice a questo mondo c’è

Anche la coppia inglese si è fatta una casa – in a couple of years (!) – ma in una prima strofa, Desmond continua a lavorare felice al mercato, i due figli gli dànno una mano e Molly sta a casa continuando a fare la cantante in una band. In una seconda strofa è Molly che lavora felice al mercato con i figli che l’aiutano e con Desmond che sta a casa a farsi bello. Ma la sera Molly è ancora la cantante del gruppo. Non sta a casa a aspettare Desmond.

Happy ever after in the market place
Desmond lets the children lend a hand
Molly stays at home and does her pretty face
And in the evening she still sings it with the band

Happy ever after in the market place
Molly lets the children lend a hand
Desmond stays at home and does his pretty face
And in the evening she’s a singer with the band

Nella versione italiana questa differenza minima tra le due strofe non si trova, c’è invece questa parte che il testo di McCartney e Lennon non contempla:

Obladì obladà è la vita
La la vita è tutta qua.
La casa si fa, lui la fa per lei, per lui.
Il bambino verrà, lei lo fa per lui
Per fare felice lui.

E insomma, erano cinque anni che lo volevo scrivere, grazie a Marco De Annuntiis per avermi dato lo spunto: quando ha rammentato la versione edulcorata che è “L’isola di Wight” rispetto all’originale francese “Wight is Wight” il ricordo mi è salito su. Come i pepentoni o un trip. O un aperitivo al uischi.

Update:

Già che siamo in tema, suggerisco in appendice anche un confronto fra “A well respected man” dei Kinks e la versione in italiano dei Pops.

– Marco De Annuntiis, dai commenti di Facebook

Gli sfollati

Pisa dopo il bombardamento del 31 Agosto 1943

La mi’ nonna Rosa era del sette. Del millenovecentosette.
Nella campagna della provincia pisana che già occhieggia la parlata fiorentina ha vissuto due guerre mondiali: la prima da bambina, la seconda da adulta, già madre di tre figli.
Quando le chiedevo della seconda guerra mondiale, nonna Rosa non diceva mai la guerra, ma il passaggio della guerra, un’espressione che mi affascinava e allo stesso tempo mi inquietava perché immaginavo la guerra come un’ombra enorme, tipo quella di un grosso rapace o di un cielo nero di cavallette, capace di spostarsi autonomamente e con un grado di imprevedibilità molto alto.

Malgrado la tinta fosca con cui li ricoloravo nella mia fantasia, i suoi racconti del millenovecentoquarantatrè e quarantaquattro erano semplici e umani.
Nonostante sgorgassero da ricordi di vicende accadute quarant’anni prima, erano rimasti vividi, la radice ben piantata nella memoria. A poco meno di quaranta anni, una situazione enormemente pericolosa le era arrivata proprio sotto la soglia di casa, in quel pezzo di Toscana dove viveva, e dove ora figli, parenti e amici rischiavano di morire, di essere catturati o – come minimo – di rimanere brutalizzati da tutto quello che stava accadendo intorno.
Parliamo di cannonate, tetti sfondati e bestie scappate, duelli aerei, soldati per le strade e nei boschi, ordini secchi in lingue mai sentite, corse in cantina, fascisti e partigiani che si sparavano ai crocicchi di campagna, piloti della RAF abbattuti e nascosti nei fienili. Parliamo di coprifuoco, rappresaglie, requisizioni forzate, rifugi scavati nel tufo, puzzo di piscio e urla di bimbetti, morti di malattie e gorgoglii di fame.

E gli sfollati.

Con il passaggio della guerra, mia nonna aveva fatto conoscenza con la parola sfollati: aveva incontrato e aiutato persone che, con la morte nel cuore e poco nello stomaco, avevano deciso di lasciare la loro casa a Pisa o nei paesi vicini, e con quel che potevano permettersi di portarsi dietro, erano fuggite nelle periferie e nelle campagne, sperando, prima di tutto, di salvare la vita. Persone fragili, provate ma ancora vive, che scappavano e cercavano un riparo: donne, bimbi e vecchi, per lo più. Qualcuno più istruito, qualcuno analfabeta, tutti in estremo pericolo, come lei.
Anzi, gli sfollati erano messi anche peggio di lei perché avevano perso, e non si sa per quanto, gli appigli e i facili approdi garantiti dai gesti semplici della vita quotidiana: dove sta la bottiglia dell’acqua, le finestre delle camere da aprire, la melassa del pomeriggio estivo sulla sedia di fronte all’uscio, cercando uno spicchio di bacìo o un po’ di riscontro. Tutte situazioni e tempi apparentemente insignificanti, ma capaci di addomesticare e smussare l’aguzza imprevedibilità del domani. Tutto sparito – gesti, oggetti, abitudini – con il passaggio della guerra.

La cosa che accomunava di più mia nonna e gli sfollati non era l’essere italiani, toscani, pisani, della Valdera o del Valdarno, ma l’essere in balìa di un evento enorme, covato in anni in cui i miei nonni e tanti altri non erano stati in grado – non avevano voluto o non gli era stato permesso – di immaginare una disgrazia come quella.
Il fascismo le aveva portato la guerra in casa, e con lei erano arrivati anche la miseria e la paura. Bloccata in quelle situazione, per mia nonna non contava più se venivi da Pontedera o da Montefoscoli, da Berlino o dal Kentucky, l’importante era salvare la pelle, capire da che parte arrivava la pace e provare a arrivarci il prima possibile. Lì o altrove.

C’era un’altra cosa che la accomunava agli sfollati: entrambi possedevano poche cose, e nonostante fossero poche, erano totalmente a rischio di scomparire, sia per effetto delle cannonate dell’artiglieria americana che arrivavano dalle alture vicino Colleoli, sia di quelle della contraerea tedesca a pochi chilometri di distanza. Non potevano permettersi altro lusso che rimanere vivi, sfollati e non sfollati.
Credo sia per questi motivi che quando rammentava gli sfollati mia nonna ha sempre usato parole gentili e accoglienti: erano povera gente che arrivava nei suoi posti – poveri anche quelli – perché spinta da qualcosa di enorme, di inaffrontabile. Qualcosa da evitare, fossero le bombe in testa o i rastrellamenti casa per casa da parte di divise scure, coi teschi ricamati, che, retrocedendo verso la linea Gotica, bruciavano paesi e poderi. Adesso anche lei sapeva che non le piacevano, facevano del male alla terra e alle persone, un veleno che guastava i campi e accoppava raccolti, alberi e animali. Milioni di morti in Europa e nel mondo, anche lì da lei: faccia a faccia con la distruzione, con tre figli piccoli – mia zia di pochi mesi – e mio nonno portato via con i lavori forzati della Todt.

Nonna Rosa è morta nel 2001, nell’estate del G8 di Genova, negli anni zero di un secolo nato sulle macerie, Internet e i gas.
Gli sfollati – di allora e di adesso – credo provengano ancora dalla stessa parte: quella dei poveri, ossia quelli che muoiono quando i ricchi decidono di fare la guerra. Con le bombe o con la fame.

E oggi che siamo sfollati dentro le nostre case, a queste cose forse sarebbe da pensarci di più e meglio.

Cose che si imparano dai film – e serie

Mai comprare una macchinona costosa se la paghi con soldi sporchi.

Se volete, potete indovinare da quali film e serie è sono tratti i tre fotogrammi.
Il premio per chi vince oscilla ancora tra il classico mappamondo e la mia password di Netflix per una settimana.
E valgono solo i commenti lasciati qui, non sui social.

Fotogramma 1

Fotogramma 2

Fotogramma 3

Come le formiche

I tempi sono quelli che sono, e fosse stato vivo Philip Dick ce lo saremmo ritrovati su qualche social o blog a descrivere o trasfigurare questa distopia in corso.
Io e MineVale lo abbiamo ricordato così, attraverso le immagini registrate sul muretto sotto casa, con le parole e le sottolineature de “Il cacciatore di androidi” e grazie alla musica di di Martijn de Boer (NiGiD) pubblicata sotto creative commons su CCmixter.
Se potete usate le cuffie e un volume medio: dura un minuto, buona visione.