Uno strano mondo avvolto su se stesso

“Ci troveremmo allora dentro la geometria di una terra fiabesca, una galleria di specchi le cui prospettive raccapriccianti andrebbero al di là di ciò che la mente civilizzata – che aborre e rifugge tutto ciò che non riesce a comprendere – potrebbe concepire”

– Karl Schwarzschild

Mi sono ritrovato a leggere “Quando abbiamo smesso di capire il mondo” di Benjamín Labatut in parallelo con “Helgoland” di Carlo Rovelli. Senza averlo programmato, senza averne contezza. Mentre questo fatto potrebbe avere un densissimo significato in qualche piega del tempo o dello spazio.
(e no, non è quello della pubblicità per l’Adelphi, malfidati civilizzati che non siete altro)

Carteggio

Carteggio | podcast | Openpod

In attesa della prossima puntata di “C’era una volta la blogosfera” – attualmente in fase di montaggio – ecco un altro consiglio di ascolto che stavolta arriva dritto dall’interno del circuito di Openpod, progetto aperto e abilitante che qui si supporta e a cui si contribuisce con le nostre umili registrazioni.

Il podcast si chiama Carteggio, che al di là delle definizioni della Treccani, è anzi tutto e più semplicemente l’atto di scartavetrare: lo cura e lo fa Abo che è anche uno delle persone che ha messo su Openpod nonché un attivista e un blogger impegnato da tempo nella comunicazione audio libera dalle costrizioni delle piattaforme.

Le puntate di Carteggio sono tutte molto interessanti, ma quella che vorrei segnalare qui è l’ultimo episodio uscito: si chiama “Renato fa a pugni” e è una coinvolgente chiacchierata con Renato De Donato sul pugilato, la pedagogia sportiva e la filosofia. Nei venticinque minuti dell’episodio si apprendono la sua storia sportiva e come ha saputo usarla per trovare e far trovare altri campi di confronto e di battaglia: tra una rievocazione di Spinoza e una di Foucault, Riccardo De Donato – già tre volte campione italiano dei superleggeri e anima di Heracles Gymnasium – ci fa scoprire, tra tante altre cose, che il pugilato era la parte fondante dei ginnasi dell’antica Grecia, che Kant insegnava geografia e che un allenatore deve pensare anche al finale di carriera di un pugile o più in generale di uno sportivo – il settimo round come lo canta Bobo Rondelli – quando il fisico o il cervello suggeriscono di smettere i guantoni per magari scoprire che esistono altri tipi di match, come un faccia a faccia con l’opera di Merleau-Ponty.

È una gran bella puntata, ascoltatela.

Problemi DELI

jonathan zenti | Problemi DELI

Tra i tanti podcast che ascolto quasi tutti i giorni voglio segnalare “Problemi DELI” di Jonathan Zenti, autore indipendente, audio narratore e podcaster.

Problemi DELI è un podcast quotidiano, di quelli – per me – difficilissimi da fare perché devi trovare tutti i giorni un argomento e parlarne senza tirare troppe cazzate per un decina-ventina di minuti.
Zenzi è bravo a raccontare sia quando prepara la storia scrivendo tutto, sia quando va a braccio, come nel caso di questo suo podcast che è uno spin-off di un altro che si chiama “Problemi” e basta. Quando sbaglia qualcosa e le persone glielo fanno sapere, all’inizio della puntata fa una sorta di errata corrige per eventuali correzioni, senza fare il vittimista e nello stesso tempo rompendosi un po’ le palle quando gli indicano un congiuntivo errato – i grammar nazi stanno pure nei podcast.

La puntata che ho ascoltato per prima è “I Renziani”, una specie umana e una pulsione che – secondo Zenzi – alberga in parte in ognuno di noi e che molti si sofrzano di combattere per non cedere alla forza meschina che porta a volere più cose di quelle che si potrebbero ottenere e – nel momento in cui non ci si riesce – si dà la colpa agli altri , attaccandoli e togliendoseli di torno impietosamente.
Ma esiste – Zenzi ne parla per un altro motivo – anche una tendenza inversa che è quella dettata dalle parole e dalle azioni di Bartolomeo Vanzetti, quando nel suo ultimo discorso diceva – e molti lo ricorderanno con la voce di Gian Maria Volonté: “ho combattuto per eliminare il delitto, primo fra tutti lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.”.

Buoni ascolti, abbonatevi che è gratis.

Perché sì, dai

Non so perché abbia smesso di scrivere, così come non ho mai saputo perché avessi cominciato.
Era un modo per iniziare a scrivere a mezza età, come recita il sottotitolo del mio blog.
Non era importante avere lettori, l’esigenza era personale e intima. Scrivere. Anche se nessuno leggeva. Anzi, forse anche meglio non saperlo, se qualcuno leggeva. Oppure illudersi che qualcuno avesse letto, non necessariamente apprezzato, ma almeno letto.

Gippo, “Perché no?” | via Chettelodicoaffare blog

Attraverso una e-mail e un post del Sir Squonk – più precisamente “Parlare da soli” – leggo le parole sopra citate.
E non possono che farmi piacere perché la riapertura di un blog dopo cinque anni di silenzio grazie alla lettura di un altro blog è uno dei meccanisimi più virtuosi che il web può generare.
Poi perché mi interessa molto seguire un blog nato più di quindici anni fa per un’esigenza personale, al di là di avere lettori o followers – oggi indice supremo dell’efficacia degli strumenti online. Fosse solo per ritrovarsi a leggere un se stesso del 2003 – quell’io che non sono più, quell’io che ero tra il 2003 e il 2015.

E infine perché, anche se indirettamente, uno degli obbiettivi del podcast è anche questo: rivalutare e riutilizzare lo strumento blog per creare reti di relazioni e condivisioni meno effimere e gamificate – gheimificate – di altre piattaforme.

Sicché, gentile Gippo di Chettelodicoaffare, perché sì, dai.

Per Aaron Swartz

Aaron Swartz (1986-2013)

Un post-ponte tra l’ultima e la prossima puntata del podcast, perché il silenzio non cali.

“Per tutta la sua breve vita Swartz si era speso, correndo gravi rischi in prima persona, proprio per la difesa delle libertà e dell’accesso in rete. Prevedendo la progressiva recinzione del web in nuovi orticelli privati, aveva promosso standard comuni per favorire lo sviluppo di internet in spazi aperti e interoperabili. Aveva introdotto il protocollo RSS, la Really Simple Syndication che permetteva agli elementi base di qualsiasi sito di parlare con tutti gli altri, aprendo la strada agli aggregatori e ai podcast. Insieme ad altri visionari come Lawrence Lessig aveva creato le licenze Creative Commons, che offrono oggi una alternativa più adeguata ai nostri tempi rispetto agli intoccabili principi del Copyright per tutelare il diritto d’autore.
Swartz, purtroppo, è morto due volte. Una volta fisicamente, anche come conseguenza ultima delle gravi controversie legali che lo hanno coinvolto. Una seconda volta, quando è calato il silenzio sull’importante eredità che ci ha lasciato.
[…] Quello per cui Swartz lottava, peraltro, non erano solo i nostri diritti, ma anche la preservazione della natura originaria di Internet, nata per opporre un maggiore pluralismo e in generale una diversificazione degli stili e dei linguaggi (diversity) all’omologazione dominante garantita dall’appiattimento delle catene editoriali precedenti”
– Antonio Pavolini, “Unframing | Come difendersi da chi può stabilire cosa è rilevante per noi”, (2020)

Qui tutti i suoi scritti, per continuare a imparare: The Boy Who Could Change the World | The Writings of Aaron Swartz.

E lo scorniciamento! | episodio 5


C'era una volta la blogosfera | Episofio 5 - E lo scorniciamento!

Per capire che cosa è il framing, questa ulteriore connotazione dell’agenda setting e di come comprendere e reagire a questi incorniciamenti dell’informazione e dei contenuti, la quinta puntata è orgogliosa di ospitare Antonio Pavolini, analista dei media, blogger e pioniere del podcasting italiano e autore di un recentissimo libro su su come difendersi da chi può stabilire cosa è rilevante per noi.

Con Antonio abbiamo parlato di attualissimi casi di framing, della ruota del criceto e del presidio dell’attenzione – la vera risorsa scarsa, cercata e grattata come l’oro del Klondike – di ristoranti giapponesi e street-food pompeiani. Delle energie di tanti blogger e sperimentatori disperse nella waste land della social tv, di Hossein Derakhshan e di un web che assomiglia a una televisione un po’ più sofisticata.

Alla fine si è parlato anche della stagione eroica del podcasting e delle sue più recenti evoluzioni – con il rischio della fissazione per il personal branding o dell’occupare solo per moda uno spazio – in assonanza con il fatto che, così come per la prima blogosfera, anche il primo podasting non aveva come scopo fare soldi, ma al massimo, quello di creare una rete di relazioni attraverso i racconti.

La puntata dura ventisette minuti, comprese due citazioni de cinema: buon ascolto!

Credits

Distribuzione e licenza

Potete ascoltare e seguire questo podcast anche attraverso le seguenti piattaforme e modalità:
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“C’era una volta la blogosfera” è un podcast ideato, registrato e montato da Strelnik, pubblicato e distribuito sotto una licenza Creative Commons – Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)

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