24
gen 12

Pietro Ichino è entrato in fabbrica

Insomma a Pietro Ichino la fabbrica di Pomigliano è piaciuta.

Da "Il fantasma delle fonderie" di Filippo ScòzzariSecondo lui non c’è tutto quel rumore che uno può pensare, anzi; c’è una buona luce, ben distribuita, c’è l’azzurro dei vialetti e la segnaletica orizzontale, ci sono le pareti di  cristallo e i giovani operai con le tute bianche, pulitissime. E c’è il serpentone giallo.

Il serpentone giallo è innocuo, è un bravo bestione, mica vuoi chiamarla ancora catena di montaggio una cosa che si sposta su un nastro di parquet tirato a lucido? Mica vorrai essere così démodé? È il 2012, siamo ampiamente nel dopo Cristo – direbbe Marchionne – mica vorrai tirar fuori la storia dell’alienazione e della ripetitività? Siamo oltre la fabbrica integrata, il sudore non serve più, vuoi scherzare?

Ok, ora leggi qui sotto:

“La tecnologia, l’informatica, la rapidità di informazione hanno cambiato il modo di lavorare sia per il lavoratore addetto ancora alla produzione dell’industria manifatturiera, sia per il lavoratore addetto ai servizi. Il lavoratore non deve più svolgere una mansione controllata da un superiore. Il lavoratore non svolge più solo una mansione parcellizzata, standardizzata e ripetitiva. L’eliminazione della fatica fisica e delle fasi ripetitive e noiose della produzione, ora svolte dalle macchine, permette al lavoratore un ruolo più creativo. I cosiddetti colletti blu, ossia i lavoratori direttamente impiegati nella produzione, scompaiono e si trasformano nei colletti blu striati di bianco”
(tratto da “Operai” di Gad Lerner, 1988, p. 85)

Sono parole di Renato Brunetta tratte da un articolo intitolato La variabile temporale nella transizione tra società industriale e post-industriale, scritto insieme a Alessandra Venturini e pubblicato in “Economia e lavoro”.
Nel 1986.

Pensa che titoli lunghi ci volevano allora. Oggi per dire la stessa cosa basta un post.
‘Sti creativi, ne azzeccassero mai una.


18
gen 12

Schegge di Liberazione: bonus track

 

In quasi due anni di Schegge di Liberazione, con tre ebook “ufficiali” e una lista di reading abbastanza lunga, è capitato che ci arrivassero dei post in ritardo perché potessimo metterli nei libri elettrici in uscita; poi ci sono arrivati anche dei documenti, dei disegni, delle foto o degli scritti che qualcuno ci ha mandato così, per poter partecipare al progetto. Tutto questo materiale aggiuntivo, noi l’abbiamo pubblicato sul blog, nelle sezioni “Inediti” e “Documenti”, e adesso ci è venuta voglia di raccogliere tutto e di farci un quarto ebook, una specie di album di “bonus tracks”, come fanno le band del rock’n’roll, sperando di fare agli autori e a voi lettori, come si dice, cosa gradita.
(Dall’introduzione a Schegge di Liberazione: bonus tracks)

Schegge di Liberazione: bonus trackCi trovate anche Allopatia, che poi è una sorta d’incipit di un mio antico progetto (in continuo remake e sempre sul punto di diventare qualcosa di più lungo, multimediale e compiuto) nell’ebook che l’ingegnoso Marco il Many Manicardi ha pubblicato sotto i tipi digitali di Barabba.
E ci sono anche, e specialmente, molti altri autori e testi che meritano d’essere letti in questo bonus track di liberazione che ci ricordi di quanto han fatto i nostri nonni per lasciarci liberi di pensare, scrivere e agire in questi tempi così bisognosi di tutte e tre le azioni.
Scaricatelo e usatelo più e come meglio potete.


13
gen 12

Cogito ergo no SUV

Quest’immagine l’avevo preparata un anno fa; era un regalo a un amico e all’associazione che aveva fondato insieme ad altre persone per farne delle magliette e tirare su qualche quattrino per sostenere le iniziative.

Ora, visti gli ultimi fatti, la pubblico anche qui: servisse mai a riflettere sul fatto che per portare in giro, specie in città, una persona di – in media – una settantina di chili non occorre un veicolo che oltrepassa i 2600.

Cogito ergo no SUV


9
gen 12

Marxionne a Detroit

L’amministratore delegato di Fiat e Chrysler, Sergio Marchionne, inaugura a Detroit il nuovo anno aggiungendo al consueto maglioncino scuro un volto da barbudos completo di sciarpone grigio.

E chi se ne strafotte – potrebbero rispondere gli operai e i delegati della FIOM che dal primo dell’anno si son visti sfrattare da Mirafiori, certamente più preoccupati dalla gestione autoritaria di Marchionne che delle sue mise da perenne casual Friday.

Più che giusto, ma una riflessione veloce e qualche ipotesi vale la pena farla.

Al primo impatto il nuovo look potrebbe essere un invito alla sobrietà e ai sacrifici che il governo Monti con aplomb e grigia stitichezza sta proponendo alla solita maggioranza di popolazione.

#Marchionne vuole fingersi barbone per eludere i controlli della finanza. Ha pure lo sciarpone cheap. Vecchio briccone! http://t.co/l3EFfTE3
@liv_77
Monia

Ma a Marchionne, che pur apprezza Monti, credo freghi poco di fare da testimonial a uno Stato e ai suoi problemi. Lui è un manager globale, ha tre cittadinanze, mica puoi imbrigliarlo nelle beghe nazionali.

Poi, in questi giorni, leggendo questo post su Giap, mi è tornato in mente quello che, all’incirca un anno fa, ha scritto Mario Tronti a proposito dell’AD Fiat:

È un politico fuori del palazzo. Non viene però percepito come un esponente della società civile. A meno di sorprese, o di svolte clamorose, non si sente parlare di una sua discesa in campo. Non è un Montezemolo che dal predellino della sua rossa Ferrari o dal suo passato di presidente della Confindustria si affaccia sul teatrino della politica. Non è nemmeno il solito governatore di Bankitalia, pronto a correre a salvare i conti pubblici. Marchionne è il rappresentante di un’antipolitica, diciamo così, nobile, comunque non plebea, sicuramente non populista. È lui il vero uomo del fare. Il suo maglioncino d’ordinanza è più che un vezzo: blu, come le tute dei suoi operai. Dà piuttosto l’idea di una scelta simbolica. Mi dicono che si è presentato così al Quirinale, ricevuto dal capo dello Stato. L’etichetta istituzionale, espressa nelle grisaglie degli uomini politici, non fa per lui. Interessante è questa volontà di potenza extraistituzionale, che vuole marcare una differenza formale. Come dire: io maneggio i problemi reali, mi occupo di rapporti materiali, sono sempre sul luogo di lavoro, non posso stare in giacca e cravatta.

(Mario Tronti, “Berlinguer a Pomigliano” in “Nuova Panda, schiavi in mano”, Derive Approdi, 2011)

Come fai a dirgli di rimanere e rispettare le regole a uno così?


30
dic 11

Piccola, ma seria

Forse sul blog un post di fine anno vale come un #FF2011 su twitter, forse è il segno che nel 2012 il vecchio strumento si prenderà una rivincita sui mezzi più veloci e interattivi come sono quelli del dopo 2.0., forse è solo bisogno di un punto fermo.

Insomma: forse è per questo che, dopo un 2011 intriso di fatti e sconvolgimenti di cui non si vede ancora la fine, mi viene da ricordare una frase che ho in mente da mesi e che vorrei facesse da degno apripista all’anno che viene;
è una frase tratta da “Il partigiano Johnny” che Beppe Fenoglio, uno scrittore che mi sta molto a cuore, fa dire al tenente Pierre, in risposta a un ufficiale fascista che gli chiede cosa ne sarà dell’Italia se vincono i partigiani.

Pierre così risponde al repubblichino in procinto di attraversare il fiume e lasciare Alba ai partigiani: “Una cosa piccola, ma seria”.

Default o euro che sia, questo è l’epilogo che vorrei per la nostra nazione, forse addirittura per l’Europa, fuori da grandeur dettate da indicatori superati come PIL, spread o G8 di sorta.

Sarebbe più che un inizio, intanto buona fine.


21
dic 11

Year in Hashtag, quello del 2011

Che tu possa vivere tempi interessanti, così suona una vecchia maledizione cinese.
E il 2011 lo è stato di sicuro: un anno di scricchiolii e rivolgimenti, di crolli immateriali e concretissimi fuochi. Altro che fine della storia, siamo solo agli inizi, terrificanti in alcune prospettive, ancora pieni d’incognite, ma maledettamente interessanti.

Year In Hashtag | 2011Un anno così si poteva raccontarlo solo con uno sforzo collettivo, con un’aggregazione di autori accomunati da quella passione che il seguire, il partecipare e il raccontare queste vicende esige. L’importanza dell’algoritmo umano anche stavolta è stata determinante: costruire e poi rilasciare Year in Hashtag è stato entusiasmante per questo.
Per tutti gli attori dei social network che ci hanno prestato le loro testimonianze dirette; per le intelligenze e le capacità di Claudia, Luca, Marina e Mehdi all’opera in un’azione coordinata che solo la Rete e le relazioni basate sulla fiducia permettono; per tutti quelli che ci hanno messo del loro con consigli, supporto e incoraggiamenti: ulteriori ringraziamenti e la genesi dell’impresa li ha descritti benissimo Claudia nel suo ultimo post.

Ora basta che altrimenti divento sdolcinato e invece il 2012 avrà bisogno di tutti i nostri strumenti migliori, senza fronzoli o disincanti postmoderni, sulla tastiera come in mezzo alla strada.

Daje.