Etica samurai

[Siccome i commenti si sviluppano da altre parti, ne copincollo uno qui al post precedente perché è uno dei migliori che abbia letto da anni a questa parte e ci tengo a tenerne traccia. L'ha scritto Sten di GOD - nessuna altra informazione che lo identifichi dal collettivo che lo comprende ché qui ci si tiene alla privacy.]

The Thing | John Carpenter

“No, non è vero che è tutto fermo. È gente che cerca di fare il proprio lavoro, anche se non c’è più lavoro. All’epoca di Hawks il lavoro c’era, c’era il cinema, c’erano “de la vitesse et des larmes”. E un futuro: alla fine tutti parlano di dove andranno, posti al sole, Acapulco, Portorico, non ricordo. C’è pure una promessa di matrimonio. Il ritmo di tutto il film è quello della screwball comedy. Carpenter viene dopo. Non c’è più il cinema, è belletto ai cadaveri: ma non da allora, è una faccenda di vent’anni prima. Già Jack Lemmon nel suo appartamento sogna di Garbo Gilbert Barrymore Beery: e invece è sempre è solo pubblicità. Il motore del cinema non ha aspettato la zavorratissima santificazione di Carax per morire. Eppure eppure: in Carpenter “eppur si muove”, guarda bene, guarda meglio. Certo, Margaret Sheridan era splendida, non c’è più, quindi l’umanità non merita di essere salvata e tutto finirà malissimo ma nell’attesa let’s rock (“God, I hate rock and roll”), anche se alla fine resteranno solo pietre e ghiaccio. Etica samurai, Strelnik. Servire quel che credi sia giusto, e magari, e soprattutto, quel che ti diverte davvero. E morire bene. E non leggere le interviste a Boy George.”

——–

[tre post in tre giorni. Neanche fossimo davvero nel 2003]

Essere spinoziani

Da qui in avanti quando qualcuno chi mi chiederà se sono credente, di che religione sono, se sono ateo, se credo alla vita dopo la morte e tutte quelle cose lì, risponderò di venire su questo blog1 e leggere le poche righe qui sotto.
A chi non bastasse o non capisse, consiglierò di cliccare sull’immagine di Toni Servillo e ascoltare i quindici secondi di video a cui rimanda: troverà una sintesi un po’ cruda, ma ugualmente sincera.

Antonio Pisapia | L'uomo in piùSpinoza offre i mezzi di una “pratica” di vita, e non si può fare come se non fosse mai esistito. Molti avrebbero preferito che non fosse mai nato. Tutti coloro che giustificano la sofferenza con la Provvidenza divina sono i suoi nemici. Negando la Provvidenza, Spinoza fa portare agli uomini il peso della responsabilità delle loro azioni. Coloro che vogliono rimanere innocenti vogliono la sua morte. Tutti coloro che vogliono imporre un ordine,  la cui origine e la cui motivazione sono ideali, lo temono come la peste poiché niente ha un’origine e una motivazione ideali in un universo che è “causa di sé”.
Per Spinoza solo ciò che rende possibile la gioia, la pienezza dell’essere, la felicità, la beatitudine, legittima l’organizzazione umana.

È la filosofia dell’affermazione della vita, senza illusioni, senza l’ottimismo che distoglie gli occhi dalla tragedia e senza il tradimento che consiste nel negarla, ma con l’entusiasmo di essere della stessa sostanza dell’onda dell’incessante mutazione universale, la cui cresta è l’istante presente.

Essere spinoziani significa sapere che questo slancio è eterno, che ne siamo parte integrante, che rappresenta l’essenza della vita e che la filosofia consiste nel saper gestire, in questo incessante divenire, le condizioni della felicità.

(liberamente tratto da Philippe Val, “Saper vivere in tempi oscuri”)

  1. Povero blog, in modalità slow da troppi anni, e con ‘sti cazzo di social media che gli succhiano contenuti, interattività e vita digitale. Verrà un giorno. []

Pietro Ichino è entrato in fabbrica

Insomma a Pietro Ichino la fabbrica di Pomigliano è piaciuta.

Da "Il fantasma delle fonderie" di Filippo ScòzzariSecondo lui non c’è tutto quel rumore che uno può pensare, anzi; c’è una buona luce, ben distribuita, c’è l’azzurro dei vialetti e la segnaletica orizzontale, ci sono le pareti di  cristallo e i giovani operai con le tute bianche, pulitissime. E c’è il serpentone giallo.

Il serpentone giallo è innocuo, è un bravo bestione, mica vuoi chiamarla ancora catena di montaggio una cosa che si sposta su un nastro di parquet tirato a lucido? Mica vorrai essere così démodé? È il 2012, siamo ampiamente nel dopo Cristo – direbbe Marchionne – mica vorrai tirar fuori la storia dell’alienazione e della ripetitività? Siamo oltre la fabbrica integrata, il sudore non serve più, vuoi scherzare?

Ok, ora leggi qui sotto:

“La tecnologia, l’informatica, la rapidità di informazione hanno cambiato il modo di lavorare sia per il lavoratore addetto ancora alla produzione dell’industria manifatturiera, sia per il lavoratore addetto ai servizi. Il lavoratore non deve più svolgere una mansione controllata da un superiore. Il lavoratore non svolge più solo una mansione parcellizzata, standardizzata e ripetitiva. L’eliminazione della fatica fisica e delle fasi ripetitive e noiose della produzione, ora svolte dalle macchine, permette al lavoratore un ruolo più creativo. I cosiddetti colletti blu, ossia i lavoratori direttamente impiegati nella produzione, scompaiono e si trasformano nei colletti blu striati di bianco”
(tratto da “Operai” di Gad Lerner, 1988, p. 85)

Sono parole di Renato Brunetta tratte da un articolo intitolato La variabile temporale nella transizione tra società industriale e post-industriale, scritto insieme a Alessandra Venturini e pubblicato in “Economia e lavoro”.
Nel 1986.

Pensa che titoli lunghi ci volevano allora. Oggi per dire la stessa cosa basta un post.
‘Sti creativi, ne azzeccassero mai una.

Cogito ergo no SUV

Quest’immagine l’avevo preparata un anno fa; era un regalo a un amico e all’associazione che aveva fondato insieme ad altre persone per farne delle magliette e tirare su qualche quattrino per sostenere le iniziative.

Ora, visti gli ultimi fatti, la pubblico anche qui: servisse mai a riflettere sul fatto che per portare in giro, specie in città, una persona di – in media – una settantina di chili non occorre un veicolo che oltrepassa i 2600.

Cogito ergo no SUV

Piccola, ma seria

Forse sul blog un post di fine anno vale come un #FF2011 su twitter, forse è il segno che nel 2012 il vecchio strumento si prenderà una rivincita sui mezzi più veloci e interattivi come sono quelli del dopo 2.0., forse è solo bisogno di un punto fermo.

Insomma: forse è per questo che, dopo un 2011 intriso di fatti e sconvolgimenti di cui non si vede ancora la fine, mi viene da ricordare una frase che ho in mente da mesi e che vorrei facesse da degno apripista all’anno che viene;
è una frase tratta da “Il partigiano Johnny” che Beppe Fenoglio, uno scrittore che mi sta molto a cuore, fa dire al tenente Pierre, in risposta a un ufficiale fascista che gli chiede cosa ne sarà dell’Italia se vincono i partigiani.

Pierre così risponde al repubblichino in procinto di attraversare il fiume e lasciare Alba ai partigiani: “Una cosa piccola, ma seria”.

Default o euro che sia, questo è l’epilogo che vorrei per la nostra nazione, forse addirittura per l’Europa, fuori da grandeur dettate da indicatori superati come PIL, spread o G8 di sorta.

Sarebbe più che un inizio, intanto buona fine.