Una stagione intera

Andrò controcorrente, ma per me tre mesi di vacanze non sono troppi, fino al 1977 si ritornava a scuola il primo ottobre. Sarà che ero un bambino e abitavo in campagna, ma per me era un tempo – una stagione intera – favoloso. I miei genitori lavoravano tutti e due, ma alle cinque erano a casa; sì, c’era mia nonna, ma stavo quasi tutto il tempo fuori a scorrazzare con i miei coetanei.
Sono abbastanza vecchio per aver vissuto quei tempi e la prossima volta lo rifaccio.

Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi

Foto via Scritto sul Muro | Tumblr

Quando c’è tutto questo

“Quando il reato di devastazione e saccheggio è preventivo a ogni dissenso. Quando i militanti sono arrestati e condannati con accuse di terrorismo. Quando camminare per strada di notte e incontrare la polizia può farti restare cadavere sull’asfalto. Quando il Partito della Polizia urla, sbraita e vomita impunito. Quando c’è un vuoto enorme di potere – e il livello della repressione si alza a livelli insostenibili in seguito al colpo di pistola esploso da un fascista – c’è da fare attenzione.

Quando c’è tutto questo, mala tempora currunt.”
(Luca Pisapia – via La Privata Repubblica)

Giocando nel 1981

I nazisti combattevano l’ultima, decisiva battaglia contro tutte le altre nazioni.
L’Italia era schierata contro i tedeschi che invece potevano contare sull’appoggio del ricchissimo esercito svizzero equipaggiato di tutto punto e vero ago della bilancia del conflitto. Il Giappone era neutrale nel senso che colpiva un po’ dove gli veniva meglio con una flotta tecnologicamente avanzata che faceva paura anche agli americani e ai russi.
La battaglia cruciale si svolgeva su un terreno semi desertico, una terra tendente al rosso dove i pochi arbusti verdi soccombevano ai cingoli dei carri armati con una flessibilità da ginestra leopardiana – ma questo l’avrei scoperto più tardi. La guerra si combatteva con mezzi e bombardamenti pesanti. La fanteria svolgeva compiti per la maggior parte di polizia e di rastrellamento dopo che l’artiglieria e l’aviazione avevano bucherellato e annichilito i pochi centri abitati che avevano la sfortuna di essere nelle vicinanze del teatro bellico.

Le cronache di quei giorni, dalle perdite umane alle postazioni conquistate, erano stati appuntati su un quadernone a quadretti dalla copertina chiara. Un fascicolo dedicato alla seconda guerra mondiale e firmato da Enzo Biagi serviva per capire e stravolgere alleanze e destini. Poi c’erano un po’ di riviste di modellismo del 1981 che i miei genitori compravano per assecondare le fantasie e le storie che loro figlio si inventava per provare a capire – forse esorcizzare – perché i grandi facessero la guerra. Allora la chiamavano ancora fredda; di lì a pochi anni sarebbe finita per lasciar spazio e sangue a nemici nuovi. E i soldatini e i plastici delle battaglie sarebbero finiti in soffitta in uno scatolone, con il novecento e miei undici anni. Oggi li ho ritrovati e gli ho fatto una foto.

Giocando nel 1981

Il gioco delle 3 tag

Era una sera nevosa.
David e Elisa c’avevano regalato le tre lavagnette magnetiche che mi garbavano molto.
Eravamo io, Liv e il sociologo Calzolai, i tre del vagonaccio di ParlaComeScrivi (Enz era in qualche bar a sbronzarsi e a rimorchiare callipigie disperate)
Le regole le abbiamo inventate giocando, le tre tag di partenza erano: il furto, il dono e il desiderio.
Le ultime tre, dopo trenta risvoltolamenti, le trovate alla foto 30 e staranno appiccicate allo sportello del frigo fino alla prossima partita.
In Inghilterra e in altri posti freddi con delle robe così ti ci fanno fare pure delle mostre, qui ci s’accontenta di non impazzire.
Luci, prego.

Il gioco delle 3 tag