Ma certo

“Ma certo: crescerai, imparerai.” Tutte bugie.

Andrebbe detto l’esatto contrario: crescerai e la vita sarà ancora più complicata, diventerai adulto e non capirai niente, goditi questo momento, goditi i giudizi nati così, in scioltezza, a cazzo di cane; goditi i mille errori, le mille spericolatezze, le mille improvvisazioni del cuore; sorridi a chi ti considera ingenuo, a chi ti dice: «Sei un immaturo»; non ascoltare chi ti rinfaccia scelte azzardate e passi falsi, un giorno sarai tu a rinfacciarli a te stesso, sarai tu. E sarà dolorosissimo.

Mattia Torre, “In mezzo al mare”.

100 anni dopo, memori

Una delle rare lapidi contro il massacro che fu la prima guerra mondiale si trova in piazza a Giulianova, in Abruzzo.
Fu messa lì 100 anni fa proprio oggi.

“Ai proletari vittime della guerra borghese
I reduci della Lega Proletaria memori
2 Maggio 1920″

(Grazie a D. per la foto)

Giulianova (TE), piazza della libertà

Gli sfollati

Pisa dopo il bombardamento del 31 Agosto 1943

La mi’ nonna Rosa era del sette. Del millenovecentosette.
Nella campagna della provincia pisana che già occhieggia la parlata fiorentina ha vissuto due guerre mondiali: la prima da bambina, la seconda da adulta, già madre di tre figli.
Quando le chiedevo della seconda guerra mondiale, nonna Rosa non diceva mai la guerra, ma il passaggio della guerra, un’espressione che mi affascinava e allo stesso tempo mi inquietava perché immaginavo la guerra come un’ombra enorme, tipo quella di un grosso rapace o di un cielo nero di cavallette, capace di spostarsi autonomamente e con un grado di imprevedibilità molto alto.

Malgrado la tinta fosca con cui li ricoloravo nella mia fantasia, i suoi racconti del millenovecentoquarantatrè e quarantaquattro erano semplici e umani.
Nonostante sgorgassero da ricordi di vicende accadute quarant’anni prima, erano rimasti vividi, la radice ben piantata nella memoria. A poco meno di quaranta anni, una situazione enormemente pericolosa le era arrivata proprio sotto la soglia di casa, in quel pezzo di Toscana dove viveva, e dove ora figli, parenti e amici rischiavano di morire, di essere catturati o – come minimo – di rimanere brutalizzati da tutto quello che stava accadendo intorno.
Parliamo di cannonate, tetti sfondati e bestie scappate, duelli aerei, soldati per le strade e nei boschi, ordini secchi in lingue mai sentite, corse in cantina, fascisti e partigiani che si sparavano ai crocicchi di campagna, piloti della RAF abbattuti e nascosti nei fienili. Parliamo di coprifuoco, rappresaglie, requisizioni forzate, rifugi scavati nel tufo, puzzo di piscio e urla di bimbetti, morti di malattie e gorgoglii di fame.

E gli sfollati.

Con il passaggio della guerra, mia nonna aveva fatto conoscenza con la parola sfollati: aveva incontrato e aiutato persone che, con la morte nel cuore e poco nello stomaco, avevano deciso di lasciare la loro casa a Pisa o nei paesi vicini, e con quel che potevano permettersi di portarsi dietro, erano fuggite nelle periferie e nelle campagne, sperando, prima di tutto, di salvare la vita. Persone fragili, provate ma ancora vive, che scappavano e cercavano un riparo: donne, bimbi e vecchi, per lo più. Qualcuno più istruito, qualcuno analfabeta, tutti in estremo pericolo, come lei.
Anzi, gli sfollati erano messi anche peggio di lei perché avevano perso, e non si sa per quanto, gli appigli e i facili approdi garantiti dai gesti semplici della vita quotidiana: dove sta la bottiglia dell’acqua, le finestre delle camere da aprire, la melassa del pomeriggio estivo sulla sedia di fronte all’uscio, cercando uno spicchio di bacìo o un po’ di riscontro. Tutte situazioni e tempi apparentemente insignificanti, ma capaci di addomesticare e smussare l’aguzza imprevedibilità del domani. Tutto sparito – gesti, oggetti, abitudini – con il passaggio della guerra.

La cosa che accomunava di più mia nonna e gli sfollati non era l’essere italiani, toscani, pisani, della Valdera o del Valdarno, ma l’essere in balìa di un evento enorme, covato in anni in cui i miei nonni e tanti altri non erano stati in grado – non avevano voluto o non gli era stato permesso – di immaginare una disgrazia come quella.
Il fascismo le aveva portato la guerra in casa, e con lei erano arrivati anche la miseria e la paura. Bloccata in quelle situazione, per mia nonna non contava più se venivi da Pontedera o da Montefoscoli, da Berlino o dal Kentucky, l’importante era salvare la pelle, capire da che parte arrivava la pace e provare a arrivarci il prima possibile. Lì o altrove.

C’era un’altra cosa che la accomunava agli sfollati: entrambi possedevano poche cose, e nonostante fossero poche, erano totalmente a rischio di scomparire, sia per effetto delle cannonate dell’artiglieria americana che arrivavano dalle alture vicino Colleoli, sia di quelle della contraerea tedesca a pochi chilometri di distanza. Non potevano permettersi altro lusso che rimanere vivi, sfollati e non sfollati.
Credo sia per questi motivi che quando rammentava gli sfollati mia nonna ha sempre usato parole gentili e accoglienti: erano povera gente che arrivava nei suoi posti – poveri anche quelli – perché spinta da qualcosa di enorme, di inaffrontabile. Qualcosa da evitare, fossero le bombe in testa o i rastrellamenti casa per casa da parte di divise scure, coi teschi ricamati, che, retrocedendo verso la linea Gotica, bruciavano paesi e poderi. Adesso anche lei sapeva che non le piacevano, facevano del male alla terra e alle persone, un veleno che guastava i campi e accoppava raccolti, alberi e animali. Milioni di morti in Europa e nel mondo, anche lì da lei: faccia a faccia con la distruzione, con tre figli piccoli – mia zia di pochi mesi – e mio nonno portato via con i lavori forzati della Todt.

Nonna Rosa è morta nel 2001, nell’estate del G8 di Genova, negli anni zero di un secolo nato sulle macerie, Internet e i gas.
Gli sfollati – di allora e di adesso – credo provengano ancora dalla stessa parte: quella dei poveri, ossia quelli che muoiono quando i ricchi decidono di fare la guerra. Con le bombe o con la fame.

E oggi che siamo sfollati dentro le nostre case, a queste cose forse sarebbe da pensarci di più e meglio.

Yin, Yang, Dyane

Yin Yang | by Nikkor

Sette o otto anni, di più non ne avevo. Il prete a dottrina sudava per farci comprendere il concetto di trinità.
Fossero stati in due forse ce l’avrei anche fatta a comprenderla. Con tre parti il gioco si faceva più astruso e allora o te la sapevano intortare bene o ti veniva il leggero sospetto che te la stessero dando a bere.

Visti con gli occhi dei fruitori delle serie di questi anni, Padre e Figlio che sono la stessa persona sono un effetto sorpresa abbastanza dozzinale, ma la furiosa immaginazione – e la capacità di temporanea sospensione del dubbio – della mia mente di bimbetto allora poteva sopportarlo. Quando entrava in gioco lo Spirito Santo la cosa sapeva troppo di posticcio.
A parte lo Spirito Santo, c’era comunque quel “generato non creato, della stessa sostanza del padre” che tornava poco. Il prete ci teneva tanto a questa distinzione che a me pareva un po’ raffazzonata. Certo, pur essendo un appassionato di storia e di politica, il pievano mica poteva parlarci del turbolento concilio di Nicea e delle maniere forti* usate per bollare come eresia l’arianesimo e quel suo insistere sul fatto che Gesù non fosse il Figlio di Dio.
Spiegare le lotte interne del primo concilio ecumenico cristiano a dei bimbetti e delle bimbette di otto anni non andava bene e non andava fatto. E allora si imparava a mente e il credo niceno stava a posto così.

Nicea o non Nicea, in quegli anni mi era molto più facile comprendere e sentire mio un altro concetto, fuori dalla religione cristiana e visto e rivisto, invece che al catechismo, su molti muri della provincia pisana alla fine degli anni settanta, inizio ottanta. Era il simbolo dello yin e dello yang, quel cerchio diviso da una linea curva a separare due metà, una bianca e una nera reciprocamente abbracciate. “Anche nel bene c’è un po’ di male e anche nel male c’è un po’ di bene”. Così me l’aveva spiegato un ragazzo un po’ più grande di me un giorno che avevamo visto questo adesivo dello yin e dello yang appiccicato sul retro di una Dyane parcheggiata nella piazza del paese.

Diversi anni dopo sarebbero arrivati, tra gli altri, Spinoza, Rosa Luxemburg e Sam Peckinpah a illustrare meglio come ogni cosa contenga il suo contrario e che Dio è tutto e niente e che è la stessa cosa – almeno così è per me.
Nel frattempo, tra un adesivo in mezzo alla strada e il prete in chiesa non c’era gara.

* secondo questa fonte, mentre Ario esponeva le sue idee, il futuro san Nicola di Bari si alzò dalla sedia e gli andò a mollare uno sganassone in faccia che quasi fece cadere Ario a terra.

E che cosa rimane

tienanmen 30 anni dopo blob rai 3
Tian An Men | Still frame da Blob | Rai 3

Questo post nasce come commento a questo post su Facebook di Vanessa Roghi che vi consiglierei di leggere in tutto il suo commentario – stante il fatto che siate iscritti a Facebook e che le impostazioni di privacy scelte dalle singole autrici e dai singoli autori lo permettano. Lo dico perché i commenti che si sono succeduti sono un’interessante panoramica di quel movimento che lasciò l’ottantanove al ritmo di Batti il tuo tempo, in attesa del riff di Come As You Are che avrebbe definitivamente aperto gli anni novanta.
Il post dice così:

Amici e amiche che avete fatto la pantera fatemi capire una cosa che io sono arrivata dopo, l’anno dopo. Cosa avreste fatto che ha avuto consegue sulla mia vita oltre a fidanzarvi e rafforzare vincoli di gruppo e di classe sociale? 
Senza polemica e con curiosità.

– Vanessa Roghi

E questo è il mio contributo.

Il movimento della Pantera a me ha fatto conoscere tante persone che altrimenti non avrei mai conosciuto: persone che, anche se non rivedo più da 30 anni, mi hanno insegnato tanto; a molti e molte di loro sono riconoscente ancor oggi. 
Poi mi ricordo che durante la Pantera ho visto e sentito per la prima volta un celerino che, prima di prendere a zampate nel culo un compagno, urlò: “Ora te la faccio vedere io la Costituzione”: era durante la contestazione a Andreotti (!) al Pala congressi di Pisa nel febbraio del 1990. 
Poi ricordo e apprezzo ancora, sempre grazie alla Pantera, l’importanza del fare informazione indipendente ma non neutrale e del nesso sapere-tecnologia-politica. 
Ricordo uno scollettamento – allora non si chiamava ancora crowdfunding – in piazza Garibaldi chiedendo 500 lire ai passanti per affittare il cinema di Corso Italia perché veniva Guccini a cantare per l’università occupata.
Ricordo i compagni e le compagne del Macchia Nera, nato poco prima, che partecipavano alle assemblee e ai cortei e portavano parole e attitudini che venivano dalle lotte precedenti.
Ricordo le facce e le espressioni delle matricole come me che si trovavano a votare mozioni e ordini del giorno su Tian-An-Men e l’Intifada.
Ricordo – giuro che è l’ultimo – una carezza in testa che ricevetti all’entrata di Palazzo Ricci dalla compagna che stava all’ingresso di piazza Carrara a controllare chi entrava: avevo in mano un libro di Lovecraft che un altro compagno aveva guardato male, neanche fossi un fascio. Lei lo aveva guardato di traverso per un secondo e poi mi aveva fatto entrare. Qualche giorno dopo un amico mi disse che era la nipote di Geymonat (chissà se era vero).

L’argomento Pantera era già apparso in uno dei rari post di questo blog sotto forma di racconto di quando sarò vecchio; il mio frammento ha più i tratti di una lista di “mi ricordo” un po’ sconnessi ma sinceri. Per avere sotto mano una storia più compiuta aspetto che un amico finisca un libro sul movimento della Pantera a Pisa che mi ha detto essere in scrittura qualche tempo fa. Lui sa perché, lui sa cos’è.

Shoot the Pigeon

Questa è la storia di un uomo che viveva all’ultimo piano. Come me a quei tempi, più di dieci anni fa.

Quest’uomo usciva ogni tanto su un balcone che era il tetto della canonica appoggiata al campanile della chiesa di fronte a casa mia. Non so se abitasse sempre lì o ci venisse ogni tanto. Quando c’era, usciva sul terrazzo con in mano una pistola. Una scacciacani, credo. Anche se di armi me ne intendevo e me ne intendo ancora pochissimo, non mi sembrava vera. Fatto sta che il tipo girellava lento per il balcone e poi, con fare deciso, ficcava la pistola in alcuni buchi nel muro del campanile. E alcune volte sparava. Un suono sordo e incassato, come se il campanile starnutisse.

Di solito lo sbirciavo nascosto dietro le persiane della camera, sicuro che non mi avrebbe mai visto. Invece una volta che le persiane erano accostate troppo poco, mi vide e incrociammo gli sguardi per un paio di secondi. Indossava i pantaloni di una tuta o di un pigiama e un cardigan sformato. Non nascose la pistola che teneva stretta in mano, il braccio lungo il fianco gibboso. In linea d’aria tra noi c’erano meno di dieci metri. Lui un po’ più in basso, io poco più su ma disarmato.
Disse qualcosa che non capii. Alzai solo un braccio come a salutare e rientrai svelto dentro la stanza. Stette lì poco perché quando mi riavvicinai alla finestra poco dopo era sparito e non lo vidi più per parecchio tempo.

Anch’io a quei tempi combattevo la mia inutile battaglia contro i piccioni dei centri storici: avevo provato le girandole, la carta stagnola, i cd-rom appesi a un filo di lenza e altri congegni più bislacchi. Ma un Erode dei columbidi di questa portata sono quasi certo che non lo incontrerò più. Spero.

Banksy, “Tagging Robot” | NYC