Regno avvenuto

Il Regno a venire – quello che descriveva J.G. Ballard – è già qui.

“Una specie di mondo della tv pomeridiana, quando sei mezzo addormentato. E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile: qualcosa come un pazzo che spara in un supermercato, una bomba che esplode. È pericoloso.”

J.G. Ballard - Regno a venire

Immagine via Dan O’Hara | twitter

Tre compagni del secolo scorso

Era il 1991 o giù di lì. Eravamo io e Gino della Boba all’ex cinema Massimo di Pontedera a una manifestazione in sostegno di Luciano Ghelli. Gino poteva essere il mi’ babbo vista l’età, ma quando a fine comizio partì Bandiera Rossa e s’alzarono una marea di pugni chiusi, quello di Ingrao compreso, mi girai verso di lui e aveva le lacrime all’occhi, come un bimbo coi baffi spioventi e la sigaretta stretta tra le labbra. Mi guardò e mi disse: “Guarda quanti compagni, il muro non c’ha mica ammazzati tutti.”
Oggi Pietro Ingrao se ne è andato, Gino e Luciano qualche anno prima, e io li voglio ricordare tutti e tre con un post sul “volere la luna” di otto anni fa.
Tre vecchi compagni del Novecento – che sarà stato anche terribile ma almeno non è un secolo “da seghine” (cit. Luca Vanz) come questo.

Etica samurai

[Siccome i commenti si sviluppano da altre parti, ne copincollo uno qui al post precedente perché è uno dei migliori che abbia letto da anni a questa parte e ci tengo a tenerne traccia. L’ha scritto Sten di GOD – nessuna altra informazione che lo identifichi dal collettivo che lo comprende ché qui ci si tiene alla privacy.]

The Thing | John Carpenter

“No, non è vero che è tutto fermo. È gente che cerca di fare il proprio lavoro, anche se non c’è più lavoro. All’epoca di Hawks il lavoro c’era, c’era il cinema, c’erano “de la vitesse et des larmes”. E un futuro: alla fine tutti parlano di dove andranno, posti al sole, Acapulco, Portorico, non ricordo. C’è pure una promessa di matrimonio. Il ritmo di tutto il film è quello della screwball comedy. Carpenter viene dopo. Non c’è più il cinema, è belletto ai cadaveri: ma non da allora, è una faccenda di vent’anni prima. Già Jack Lemmon nel suo appartamento sogna di Garbo Gilbert Barrymore Beery: e invece è sempre è solo pubblicità. Il motore del cinema non ha aspettato la zavorratissima santificazione di Carax per morire. Eppure eppure: in Carpenter “eppur si muove”, guarda bene, guarda meglio. Certo, Margaret Sheridan era splendida, non c’è più, quindi l’umanità non merita di essere salvata e tutto finirà malissimo ma nell’attesa let’s rock (“God, I hate rock and roll”), anche se alla fine resteranno solo pietre e ghiaccio. Etica samurai, Strelnik. Servire quel che credi sia giusto, e magari, e soprattutto, quel che ti diverte davvero. E morire bene. E non leggere le interviste a Boy George.”

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[tre post in tre giorni. Neanche fossimo davvero nel 2003]

Essere spinoziani

Da qui in avanti quando qualcuno chi mi chiederà se sono credente, di che religione sono, se sono ateo, se credo alla vita dopo la morte e tutte quelle cose lì, risponderò di venire su questo blog1 e leggere le poche righe qui sotto.
A chi non bastasse o non capisse, consiglierò di cliccare sull’immagine di Toni Servillo e ascoltare i quindici secondi di video a cui rimanda: troverà una sintesi un po’ cruda, ma ugualmente sincera.

Antonio Pisapia | L'uomo in piùSpinoza offre i mezzi di una “pratica” di vita, e non si può fare come se non fosse mai esistito. Molti avrebbero preferito che non fosse mai nato. Tutti coloro che giustificano la sofferenza con la Provvidenza divina sono i suoi nemici. Negando la Provvidenza, Spinoza fa portare agli uomini il peso della responsabilità delle loro azioni. Coloro che vogliono rimanere innocenti vogliono la sua morte. Tutti coloro che vogliono imporre un ordine,  la cui origine e la cui motivazione sono ideali, lo temono come la peste poiché niente ha un’origine e una motivazione ideali in un universo che è “causa di sé”.
Per Spinoza solo ciò che rende possibile la gioia, la pienezza dell’essere, la felicità, la beatitudine, legittima l’organizzazione umana.

È la filosofia dell’affermazione della vita, senza illusioni, senza l’ottimismo che distoglie gli occhi dalla tragedia e senza il tradimento che consiste nel negarla, ma con l’entusiasmo di essere della stessa sostanza dell’onda dell’incessante mutazione universale, la cui cresta è l’istante presente.

Essere spinoziani significa sapere che questo slancio è eterno, che ne siamo parte integrante, che rappresenta l’essenza della vita e che la filosofia consiste nel saper gestire, in questo incessante divenire, le condizioni della felicità.

(liberamente tratto da Philippe Val, “Saper vivere in tempi oscuri”)

  1. Povero blog, in modalità slow da troppi anni, e con ‘sti cazzo di social media che gli succhiano contenuti, interattività e vita digitale. Verrà un giorno. []