Regno avvenuto

Il Regno a venire – quello che descriveva J.G. Ballard – è già qui.

“Una specie di mondo della tv pomeridiana, quando sei mezzo addormentato. E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile: qualcosa come un pazzo che spara in un supermercato, una bomba che esplode. È pericoloso.”

J.G. Ballard - Regno a venire

Immagine via Dan O’Hara | twitter

Tre compagni del secolo scorso

Era il 1991 o giù di lì. Eravamo io e Gino della Boba all’ex cinema Massimo di Pontedera a una manifestazione in sostegno di Luciano Ghelli. Gino poteva essere il mi’ babbo vista l’età, ma quando a fine comizio partì Bandiera Rossa e s’alzarono una marea di pugni chiusi, quello di Ingrao compreso, mi girai verso di lui e aveva le lacrime all’occhi, come un bimbo coi baffi spioventi e la sigaretta stretta tra le labbra. Mi guardò e mi disse: “Guarda quanti compagni, il muro non c’ha mica ammazzati tutti.”
Oggi Pietro Ingrao se ne è andato, Gino e Luciano qualche anno prima, e io li voglio ricordare tutti e tre con un post sul “volere la luna” di otto anni fa.
Tre vecchi compagni del Novecento – che sarà stato anche terribile ma almeno non è un secolo “da seghine” (cit. Luca Vanz) come questo.

The Death-Dance Anno (Vom Totentanz Anno) by Otto Wirsching (Germany, 1915)

Contenuti, contenuti!

Medium mi ha fatto ricordare una frase letta più di dieci anni fa.
Riguardava i produttori di contenuti.

Era un banner su A List Apart e diceva così:

Indie content producers never die.

I produttori indipendenti di contenuti non moriranno mai.
I produttori di contenuti, questi disgraziati che, di fronte alla vastità del già scritto, del già sentito, del già coperto, avevano la forza e la sfrontatezza di creare qualcosa di originale o almeno di presunto tale. Di fronte alle loro tastiere, milioni di bit pronti per essere copincollati e spacciati per propri e questi che si ostinavano a scrivere cose loro.
Per la maggior parte — sto parlando dell’Italia — erano blogger della prima ora, convinti di essere i responsabili definitivi del mezzo. Robe da primi anni zero, quando un permalink era già un lusso e non tutti tenevano i commenti aperti. Per interagire c’era l’e-mail; se non ti rispondevano per un paio di giorni non moriva nessuno e, specialmente, non c’erano altri modi per contattarli.
Tutto molto più lento, come le connessioni. Le interfacce erano per la maggior parte rigorosi layout a due colonne, poche foto, i video te li sognavi, l’attore principale rimaneva il testo scritto. Tra questo centinaio di scriteriati che formarono la prima ondata di blogger c’ero anch’io: detto a più di due lustri di distanza sembra più un’ammissione di colpa che non un merito da inserire nel curriculum.

Poi, qualche anno dopo, sono arrivati i social. Come il meteorite che affossò i dinosauri.

Molti blog chiusero, altri entrarono in modalità slow. I ritmi più frenetici e sincronici dei canali social avevano prosciugato i blog della loro linfa vitale, i contenuti. I loro produttori si ritrovarono frammentati — seppure unitissimi in tempo reale e riforniti di strumenti di condivisione potentissimi— ognuno nei propri network appena riformati. Ritrovai una buona parte della cosiddetta blogosfera su FriendFeed, un‘altra si trasferì su Twitter: per alcuni il blog si fece microblog, i post micropost e l’interazione molto più veloce. Altri ancora preferirono Facebook.
I blog vennero dati più volte per morti e poi resuscitati, poi ancora morti: se tentate una ricerca adesso, vedrete che l’ultimo post sull’argomento è di pochi giorni fa.

La cosa che ora mi affascina di Medium è che proprio i produttori di Twitter — che, prima di un social network, è e rimane una piattaforma di microblog con funzionalità sociali e di relazione — abbiano creato una piattaforma di blogging in cui i contenuti testuali sono la parte principale. Un ritorno alle origini, sembrerebbe. E devo ammettere che quest’interfaccia su cui sto scrivendo è bella: valorizza il testo e aggiunge funzionalità senza togliere luce alla scena primaria. Qui il proprio profilo non ha possibilità di personalizzazione: se vuoi distinguerti da qualcun altro lo fai solo per quello che scrivi. E per controbilanciare gli egotismi da personal media qui non si seguono i produttori dei contenuti, ma direttamente i contenuti, assemblati nelle collections.

In somma: Medium mi pare interessante: essenziale, ben costruito, molto blog con quel po’ di socialità non invadente; un esperimento tutto centrato sul generare contenuti di buona qualità, senza sbraitamenti e troppi like intorno. Le eventuali integrazioni con i social sono funzionali a ciò che stai scrivendo e si innestano nello scrolling senza prendersi la parte principale. I commenti sono dirottati nelle note laterali come glosse interattive, aperte o chiuse ai contributi esterni. Un’ottima sintesi tra plot e rappresentazione visiva, un po’ come quest’immagine nel raccontare il capolavoro di Hitchcock.

Forse per far rivivere il blog, prima c’è da ammazzarlo veramente.

Psycho’ pictogram movie poster | by Viktor Hertz 

L’immagine all’inizio del post è tratta dal blog Null Entropy, quella finale è il poster “Psycho” pittogrammato da Viktor Hertz.