Lotta e frivolezza

La società divisa in classi, la differenza tra i poveri e i ricchi, la lotta e l’affezionarsi al nemico.
Da “Lo scopone scientifico”, 1972:

“Lo stesso Omero, ragazzi, che voi studiate in questa vostra scuola di merda, diceva che mentre gli uomini lottano, combattono, vivono le loro tragedie, gli dèi nell’Olimpo si comportano come esseri frivoli, crudeli, capricciosi.”

La meglio vecchiaia

Ci si avvicina una signora che avrà settanta anni e passa, i capelli ben pettinati, un filo di rossetto rosa scuro, il bastone per appoggiarsi. Io e mio figlio siamo di fronte alla vetrina di una tabaccheria che tiene anche uno scaffale di macchinine. Lo scaffale è quello più in basso cosicché Valerio sta inginocchiato sulla soglia del negozio e io sono accosciato alle sue spalle.
La signora non è alta ma accanto a noi così piegati ci sovrasta come un piccolo oracolo profumato di sapone e sigaretta. Ha gli occhi vispi, il sorriso generoso e così parla: “Stia attento con le caramelle, una volta mio figlio stava per strozzarsi. Ho avuto una paura,” Cerco i suoi occhi e mi volto in su per dirle: “Grazie, ma è pizza bianca, la mangia a morsi.” E le sorrido. Lei fa un “Aaaaah” di buffa rilassatezza, volutamente esagerato e comico. Sorride e conferma la generosità del primissimo impatto. Poi continua: “Sa, eravamo a teatro. Quel bel teatro che c’era in cima al corso.” E qui la sua pausa è calcolata al millimetro per poi proseguire con: “Quel bel teatro che gli amministratori di allora hanno buttato giù per farci la Standa.” L’ultima parola la dice alzando il mento e ficcando gli occhi nel negozio dove anche i proprietari o altri la stanno ascoltando. Poi si ferma e la seconda pausa, più breve della prima, è ancora più efficace. “E chiamano barbari le persone che stanno arrivando adesso. Quelli erano barbari davvero, molto più barbari di quelli che chiamano così ora.”
Le ho sorriso forte e le ho detto: “Brava signora!”
Non mi è venuto di dirle altro, ma l’avrei davvero abbracciata, lei avrei carezzato le caviglie in segno di umana riconoscenza e fiducia. Mi ha salvato la giornata, mi ha ricordato che non sempre è facile, ma ciascuno di noi è chiamato a rispettare i sogni della propria giovinezza.[1] Quando ci siamo salutati ero sicuro che la signora ci fosse riuscita e che questa è la miglior cosa che posso augurare a mio figlio e a tutti gli altri bimbetti che come lui ci vedranno vecchi.

[1] Anna Seghers

Internet, 1930

Succede che leggendo un saggio scritto quasi 90 anni fa trovi una dozzina di righe che sembrano descrivere Internet e le connessioni del web meglio di un manuale o di un sito contemporaneo.
Sentite qua [corsivo mio]:

“Poco più di un anno fa, i sivigliani seguivano ora per ora, nei loro giornali popolari, quello che stava accadendo ad alcuni uomini vicino al Polo: sopra il fondo ardente della campagna betica scivolavano dunque ghiacciai alla deriva. Ogni lembo di terra non è più chiuso nella sua area geometrica ma, per molti effetti vitali, opera negli altri angoli del pianeta.
Secondo il principio fisico che le cose hanno la loro sede laddove operano, riconosceremo oggi, a qualunque punto del globo, la più reale ubiquità. Questa prossimità di ciò che è lontano, questa presenza di ciò che è assente, ha aumentato in proporzione prodigiosa l’orizzonte di ogni vita.”
(José Ortega y Gasset, “La ribellione delle masse”, 1930)

Il dubbio che mi rimane è quello se l’orizzonte della vita sia stato effettivamente ampliato o se invece sia stato costretto a una semplice simulazione di fronte allo schermo.
Ammetto che il dubbio mi viene quando sto troppo tempo online, quando il fuori viene oscurato da una nebbia di link e rimandi così densi e pieni che mi verrebbe solo voglia di aprire la finestra per sentire qualcosa a me fisicamente vicino, anche fosse solo il mugolìo delle stelle.

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[Immagine via Federico Gennari | twitter]

Di fronte alla fine

Luca Rastello

Ieri se ne è andato Luca Rastello. Questo estratto dal suo primo romanzo, “Piove all’insù”, l’ho stampato e tenuto appiccicato al muro per anni. Oggi lo incollo qui, perché altri lo scoprano – questo e gli altri suoi libri che ci restano.

“Chissà dove saremmo arrivati se avessimo puntato alla precisione, invece di accontentarci di quelle nostre astrazioni desideranti: avevamo così forte nelle viscere il malessere del mondo agonizzante che se ci fossimo armati di esattezza forse ne avremmo deciso noi le sorti. Ma ci bastava il linguaggio contorto e oscuro delle nostre emozioni. Uno dei nostri giornali ora titola così: La rivoluzione è finita, abbiamo vinto. È il pensiero più lucido di quella stagione. Ma pensare la fine con lucidità è biologicamente impossibile: puoi enunciarla, puoi pensare che dovresti pensarla, puoi avvicinarti come fanno i matematici, allontanandosi in realtà a distanze siderali, inserendo fra il pensato e l’impensabile infiniti pensieri sempre più piccoli, e ognuno di questi pensieri dice che arrivarci è impossibile.

Siamo di fronte alla fine, motore di ogni mercato, virtù delle banche, lacuna delle utopie: il denaro, nei suoi canali immateriali, conosce le regioni del tramonto e sa metterne a frutto le risorse. Noi, inadatti alla rivoluzione perché il luogo della rivoluzione è l’infinito, il futuro, sogno da figli dei fiori in tempo di benessere, svanito, noi passeremo dal potere infinito della nostra adolescenza carnale all’infinita frustrazione che muove al consumo. Di sè o di merci. E di vite come merci. Vite di morti, persi in grovigli di ribellione, furti d’appartamento, droghe pesanti, pistola, delusione o carriera. Alcuni finiranno per decidere che sopravvivere significa emergere, schiacciare, tagliare, votati infine alla regola della supremazia naturale, partiti da lontano per approdare al fascismo elementare della vita vissuta come un diritto del migliore, del più forte, della più bella”.