There Will Be Blood

Quando voglio stare male per un rapporto padre-figlio e mi voglio incarognire ancora di più col capitalismo riguardo “Il petroliere” (“There Will Be Blood”, 2007).

Piegare la durezza della natura per un’idea di civiltà senza socialità.

Di questi tempi andava bene anche meno somiglianza con la fragilità del futuro prossimo.

There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, 2007

There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, 2007

Molly suona ancora in una band

Mi è capitato di scriverlo ieri nella chat che accompagnava l’Aristocratic DJ set, impeccabilmente condotto il giovedì da Marco De Annuntiis.
So che questa cosa della cover italiana di Obladì Obladà a opera dei Ribelli – quelli della per me bellissima “Pugni chiusi” – è davvero piccola, una minuzia rispetto ai tempi grami che stiamo attraversando, ma me la portavo dentro come una mini scheggia da almeno cinque anni. Era ora di scriverla.

Cinque anni fa mio figlio ebbe in regalo un libro con un un cd-audio di Obladì Obladà. Pensavamo fosse la versione originale dei Beatles. Invece per qualche mese sul lettore cd, accanto alla musica che ascoltavamo io e mia moglie, girarono a turno “Nella vecchia fattoria” nella versione del Quartetto Cetra e “Obladì Obladà”, cover italiana.
Ascolta una volta, ascolta due volte, ascolta tre volte, il testo mi fa venire un dubbio che mi fa cercare quello originale dei Beatles. Così scopro che nella versione dei Ribelli:

“Gianni fa le pizze e i toast al Superbar,
Lilly canta al night del Ragno Blu

mentre in inglese:

Desmond has a barrow in the marketplace
Molly is the singer in a band

In UK Desmond ha una bancarella al mercato e Molly è la cantante di una band mentre in Italia Gianni lavora in un bar e Lilly canta in un night. All’inizio sembrerebbero tutti tipi working class.
La cosa più retriva e familista della cover, senza farvi l’esegesi dell’intero pezzo, è che nella versione italiana i due si fanno un casa, fanno un figlio, Gianni continua a lavorare al bar e Lilly lo aspetta a casa tutta contenta e le basta così.

Gianni fa le pizze ancora al Superbar
Lilly col bambino sta a aspettar
Lui ritorna a casa alle otto e tre
Nessuno piu’ felice a questo mondo c’è

Anche la coppia inglese si è fatta una casa – in a couple of years (!) – ma in una prima strofa, Desmond continua a lavorare felice al mercato, i due figli gli dànno una mano e Molly sta a casa continuando a fare la cantante in una band. In una seconda strofa è Molly che lavora felice al mercato con i figli che l’aiutano e con Desmond che sta a casa a farsi bello. Ma la sera Molly è ancora la cantante del gruppo. Non sta a casa a aspettare Desmond.

Happy ever after in the market place
Desmond lets the children lend a hand
Molly stays at home and does her pretty face
And in the evening she still sings it with the band

Happy ever after in the market place
Molly lets the children lend a hand
Desmond stays at home and does his pretty face
And in the evening she’s a singer with the band

Nella versione italiana questa differenza minima tra le due strofe non si trova, c’è invece questa parte che il testo di McCartney e Lennon non contempla:

Obladì obladà è la vita
La la vita è tutta qua.
La casa si fa, lui la fa per lei, per lui.
Il bambino verrà, lei lo fa per lui
Per fare felice lui.

E insomma, erano cinque anni che lo volevo scrivere, grazie a Marco De Annuntiis per avermi dato lo spunto: quando ha rammentato la versione edulcorata che è “L’isola di Wight” rispetto all’originale francese “Wight is Wight” il ricordo mi è salito su. Come i pepentoni o un trip. O un aperitivo al uischi.

Update:

Già che siamo in tema, suggerisco in appendice anche un confronto fra “A well respected man” dei Kinks e la versione in italiano dei Pops.

– Marco De Annuntiis, dai commenti di Facebook

Magnifiche minuzzarie

Ogni qualsivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le piccolissime, e queste de gl’individui e minimi.

– Giordano Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, Dialogo primo, 1584.

È una foto di Martina Dienstleder fatta con il microscopio elettronico nel 2011 e tutte le volte che la guardo mi perdo nella circolare infinità che lega l’immenso e il piccolissimo.

Sembra un canyon ma è una piccola crepa in un pezzo di acciaio.

Eppure qualcosa cigola

Era quasi esattamente un anno fa: si riparlava del ritorno al blog, della scrittura più lenta, della soffice dittatura dei social e della possibilità di uscirne.
Il Many aveva sapientemente parlato di “New Wave italiana” e in effetti diversi blog erano rifioriti, ma il 2019 non è stato l’anno del blogroll.

Eppure qualcosa cigola.

Sono ancora mezzi rumori, allentamenti e rallentamenti della materia di cui è fatto il flusso di informazioni che sciaborda ogni giorno sotto le nostre cornee. Sono analisi, propositi e scelte che invitano a sottrarsi al ritmo finto indiavolato delle piattaforme, alla loro capacità e rapacità estrattiva.
Sono argomenti pubblicati su siti, blog e newsletter che mi ha fatto bene leggere e che qui sotto, come fosse un vecchio Blob of the blogs, vi lascio in un montaggio più o meno ragionato.

Perché cercate di convincermi che il digitale è veloce e la fisicità lenta? Puoi prendere appunti lenti su carta mentre qualcuno parla veloce? Non è solo un fastidio mio: quello che mi preoccupa è che, imponendo una dicotomia, allontaniamo l’equilibrio. Non sarebbe meglio praticare la lentezza nel digitale invece di rafforzare l’equivoco materia lenta digitale veloce? Se tante persone sono stressate per la velocità digitale è meglio suggerire e mostrare che si può rallentare anche online, non arrendersi e considerarlo un effetto collaterale dell’ambiente. Non lo è. Siamo sempre noi che scegliamo (o ci facciamo condizionare).

– Mafe De Baggis, “[Koselig #37] Festina lente, hai presente?

Scriverò ancora di musica, ma non in quel modo lì e non con quella dedizione da ascoltatore bulimico.
Voglio rallentare tutto, calpestare altri lidi e dare il mio modesto contributo ad agitare le suddette acque.
Cosa ne verrà fuori in concreto lo vedremo insieme poi. Qua sopra e solo qua sopra: non ci sarà nessuna pagina facebook, instagram o account twitter, perché è ora (è ora da tempo) di abbandonare i monopolisti e riprenderci gli strumenti che usiamo per comunicare e agire nel mondo.

– leo durruti, “Acque agitate | Chi sono”

Il nostro sito è questo, è Giap. Abbiamo necessità e voglia di ripartire da qui, di avviare una nuova fase di discussioni sul blog, magari a cominciare proprio dallo spazio qui sotto. È un invito a lasciare i vostri commenti, senza remore. Dopo aver letto tutto, s’intende. E lentamente.
[…]
Chi ha un blog e in questi anni lo ha negletto, torni a scriverci sopra e a promuoverlo, lo rivitalizzi e ne faccia l’epicentro della sua comunicazione quando ha qualcosa da dire. I social, soltanto come rimbalzo. Per le situazioni militanti, come scritto nella prima puntata, questa è una necessità vitale, ma in fondo lo è anche per il singolo individuo. Non è più tempo di essere ex-blogger.

– Wu Ming, “L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter / 2a puntata (di 2)”

Sono d’accordo. E non solo perché ho scelto, con ostinazione, di tenere in piedi il sito su cui state leggendo anche nel periodo in cui i blog, personali e collettivi, erano in ritirata (grosso modo dal 2014 fino a oggi). Anche perché, complici proprio la lettura e l’approfondimento del metodo e della scrittura di Fisher, mi è tornata la voglia di curare uno spazio che accolga i miei pensieri al di fuori dal recinto dei social network, commerciali e non.

– Flavio Pintarelli, “2020, ritorno alla blogosfera”

E anche da queste parti c’è un lavorìo sotterraneo che ancora non si vede, come il rumore di un ingranaggio che muta per qualcosa che cigola.

Billy Bragg - Back to Basics

Nessuno obbedisce, nessuno comanda

Oggi e nei prossimi tempi chi passa da queste parti dovrebbe seguire subito il prossimo link e assaporare, parola dopo parola, questo post di Mafe.

Incollo qui il paragrafo che mi ha assestato meglio il colpo.

È stato anche l’anno in cui ho seriamente dubitato della possibilità di continuare a lavorare in un contesto apparentemente lontanissimo dal mio metodo e dai miei valori, per non parlare della possibilità di continuare a vivere in un paese così malmesso. Questo però vale per tutti, o almeno per tutti quelli che pensano che non si possa guardare dall’altra parte mentre altri soffrono. Anche in questo caso, forse insistere è stupido. Forse dovrei davvero andare via. Oppure mettere da parte understatement e timidezze e lottare per le cose in cui credo.

Mafe De Baggis, “Nessuno obbedisce, nessuno comanda”.

L’inferno non esiste

C’è poco da fare: l’11 gennaio o qualsiasi altro giorno dell’anno, quando arrivo a questa strofa mi prende uno stranguglione e un nodo alla gola che mi fa sentire tutti gli anni che ho e che non ho più.

“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.”

– Fabrizio De André, “Preghiera in gennaio”, 1967.