Sui blogger, chi scrive e l’essere pagati

Otto Wirsching - Vom Totentanz Le epoche di massima oppressione sono quasi sempre epoche in cui si discorre molto di cose grandi ed elevate.
In epoche simili ci vuole coraggio per parlare di cose basse e meschine come il vitto e l’alloggio dei lavoratori, mentre tutt’intorno si va strepitando che ciò che conta è lo spirito di sacrificio.
(Bertolt Brecht, “Cinque difficoltà per chi scrive la verità”, 1935)

Sia che si tratti dei 190 blogger dell’Huffington Post, sia delle migliaia di precari che popolano le redazioni dei giornali (online o di carta che siano), quel che penso è molto semplice:

chi scrive per una testata che fa profitti deve essere pagato – e in maniera dignitosa.
A meno che il lavoratore non rinunci di sua volontà perché, in qualche maniera, ha già risolto il problema del vitto e dell’alloggio.
Di quest’ultimi ce ne sono pochi.
Forse l’1%.

Dans la rue la musique!

Per il 15 di ottobre avevo due scelte.

La prima.
Andare a Ascoli all’APCamp, invitato dal buon Fabio Curzi, per uno speech sul social media journalism che mostrasse e raccontasse attraverso l’hashtag #15O l’evolversi delle manifestazioni che ci saranno domani in quasi mille città di più di ottanta nazioni.1

15 October | People of the world, rise up!La seconda.
Andare a Roma alla manifestazione che alle 14 partirà da piazza della Repubblica per essere lì fisicamente, per parlare con le altre persone, per mostrare la propria presenza e disponibilità, protestando e facendosi sentire insieme.
On the ground, come si dice ora; in piazza, per usare termini più novecenteschi.

Ecco.
Ho deciso che vado a Roma.
Ho bisogno di stare coi piedi sulla strada, partecipando e immergendomi dalla suola delle scarpe fin sul cielo sopra la testa.
Senza dimenticare la rete: rimarrò in contatto coi suoi network e le sue fonti grazie all’opera di @tigella, @mehditek e @alaskaRP che cureranno un live tweeting della giornata che a volte si intreccerà con la diretta organizzata da Radio Popolare.

Muss es sein? Es muss sein!

P.S.: all’APCamp ci vengo l’anno prossimo. Grazie per l’invito, Fabio.

  1. via @15octobernet “now we are 951 cities in 82 countries, aren’t you there? #ready15oct []

Contro il comma ammazza-blog: in rete e in piazza uniti

Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata In appoggio a chi sarà fisicamente al Pantheon a Roma il 29 settembre per protestare contro il comma del ddl di riforma delle intercettazioni rinominato “ammazza-blog”: questo è un post a reti unificate che unisca chi agirà soltanto online con chi farà della propria presenza reale lo strumento di dissenso.
Insomma, rete e piazza: usiamo tutto.

Sul tumblr No bavaglio ci sono i link di tutti i blog che stanno aderendo all’iniziativa.

Di seguito il testo, la cui versione integrale, scritto da di Bruno Saetta, si trova su Valigiablu.it. Continua a leggere…

Uscirne insieme, a piedi

“This is the dilemma: with the insurgents or alone. And this is one of the really few times that a dilemma can be at the same time so absolute and real.”
(Initiative from the occupation of the Athens School of Economics and Business, “We are here/ we are everywhere/ we are an image from the future” – December 11, 2008)

Da questa situazione ammalata di mal bianco1 o ne usciamo insieme o ci rimaniamo impegolati chissà per quanti anni ancora.
La salvezza individuale non è contemplata, la exit strategy solitaria porta solo a una frammentazione maggiore, a un rinchiudersi ulteriormente nel circolo del proprio privato, continuando a cavalcare l’onda lunga del riflusso. Ci si ritrova a curare il proprio giardino mentre la città inzia a bruciare.

Sarebbe un paradosso – di quelli che lasciano senza fiato – se la molla per farci uscire di casa e ritrovarci insieme per costruire un futuro diverso fossero i social media. Proprio lo strumento che sembra fatto apposta per darci l’illusione di operare concretamente alla trasformazione della società senza spostarsi dal divano. Sarebbe una roba fantascientifica: un po’ come se le nostre identità digitali a un certo punto si stufassero di star lì a condividere solo ottetti di bit e decidessero di volere qualcosa di più; come i replicanti di Blade Runner: affascinante ma molto improbabile.

Tuttavia esistono modi diversi di usare la Rete e le sue comunità fluide. Senza che ci si affezioni troppo al mezzo – perdendo di vista la concretezza dell’obbiettivo finale e rischiando il cyber-utopismo o lo slacktivism – si può provare a mischiare di più e meglio realtà fisica e interazione digitale, esperienze reali e organizzazione in rete.

Un esempio concreto, uno stimolo per iniziare?
In “La partecipazione politica e la rete: che fare?” Tigella ci porta come esempio ciò che stanno facendo gli attivisti egiziani con i #tweetnadwa: un’invenzione attraverso la quale stanno discutendo pubblicamente e facendo conoscere argomenti come giustizia sociale, la riforma del servizio sanitario nazionale o la violenza sessuale.

Con tutti gli strumenti possibili – on e offline, novecenteschi e degli anni zero, senza manicheismi inutili e controproducenti – qui c’è da farsi sentire e uscire dall’abulìa, oltreapassando il buzz generato nei social network.
Con gli hashtag o senza, va bene lo stesso: l’importante è non rimanere inermi o scrollare le spalle sbuffando che tanto a noi non succederà mai.

  1. Non si vede niente all’orizzonte, ma invece del nero che di solito caratterizza la cecità, si vede solo un mare di latte. []

Tifiamo default?

“Per uccidere la povertà, dovranno massacrare l’Italia”
(Luigi Meneghello, “I piccoli maestri”, 1964)

Eurozone debt crisis | Carlos LatuffIn Italia c’è chi non vuole nemmeno sentirne parlare, chi si chiede che cosa comporterebbe, chi lo vede come ormai inevitabile, chi lo desidera diluito e controllato, chi ne ha stabilito con tanto di countdown il mese e il giorno in cui avverrà.

Sul default come via d’uscita dalla crisi economica ci ho fatto uno scoop.it dove radunare nelle prossime settimane i materiali e le idee che verranno dalla rete e dalle sue social-periferie.

Se conoscete altre fonti utili non fate che dirmelo: qui o direttamente lì.

[l’immagine è di Carlos Latuff]

Internet è un’azione

[appunti e riflessioni su democrazia, attivismo e digitale: in progress]

sento sempre paragonare Internet a uno strumento: quindi è come un martello? o ci cambia dentro? @akaOnir @fabiocurzi @strelnik #corridonia
(ezekiel | twitter)

Più che a uno strumento mi piace paragonare Internet a un’azione, a una modalità dell’agire umano capace di creare continuamente legami e conoscenza.

Dico così perché in alcune parti della Rete – e ultimamente, più in particolare, nell’attivismo digitale  – mi sembra di ravvisare alcuni dei tratti fondamentali di quella che è stata chiamata democrazia insorgente.

La democrazia insorgente non è un regime politico, ma innanzitutto un’azione, una modalità dell’agire politico, specifica nel senso che l’irruzione del demos, del popolo sulla scena politica, in opposizione a coloro che Machiavelli chiama “i Grandi”, lotta per instaurare uno stato di non-dominio nella città”.
(Miguel Abensour, “La democrazia contro lo Stato”, Cronopio, 2008)

La rete, ricalcando Abensour, ha permesso l’irruzione sulla scena della comunicazione di milioni di individui, non più solo riceventi, ma emittenti in grado di generare e diffondere contenuti, di offrire analisi e considerazioni, di raccontare fatti e luoghi, di interagire con gli altri utenti in maniera autonoma rispetto ai media mainstream controllati da ristrette élite industriali e intellettuali.

Altra caratteristica della democrazia insorgente è l’essere “un’azione continuata che si iscrive nel tempo, sempre pronta a riprendere slancio in ragione degli ostacoli incontrati”: questo l’avvicina ulteriormente a quell’inventarsi in permanenza che caratterizza la rete e la sua illimitata aggiornabilità.

Lasciando il discorso sul digitale e il mediattivismo, esempi molto concreti, terragni, di democrazia insorgente sono state e continuano a essere le rivoluzioni in atto nel Nord Africa e in Medio Oriente.

Centinaia di migliaia di uomini e di donne che si sono mobilitati, mettendo a rischio e perdendo la propria vita, per liberararsi da uno stato di dominio reclamando pane e diritti, le stesse parole d’ordine che portarono i sanculotti a invadere la Convenzione nel 1795 chiedendo l’immediata destituzione dei governanti e l’applicazione della costituzione di due anni prima, quella che prevedeva il diritto del popolo all’insurrezione 1.
Ciò che credo animi nel profondo la maggior parte dei giovani e giovanissimi oppositori è la ricerca e la costruzione di un legame politico vivo, intenso, non gerarchico, che i governi corrotti e le leggi d’emergenza oppressive si sono guardati bene dal lasciare sviluppare.
Ebbene, in un circolo virtuoso di organizzazione-azione-diffusione, i social media e le manifestazioni in strada hanno contribuito alla creazione e alla crescita di questo legame egualitario, non costrittivo, privo di leader e capi riconosciuti.
Il fraterno disordine2 di tutte le piazze Tahrir contro il potere dei dittatori, il non-dominio contro l’ordine oppressivo: democrazia insorgente nell’anno 2011.

  1. “Quando il Governo viola i diritti dei popolo, l’insurrezione è per il popolo e per ciascuna parte del popolo il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri.” | articolo 35 della Costituzione francese del 1793 []
  2. “I cittadini e le cittadine di tutte le sezioni indistintamente partiranno d’ogni punto in fraterno disordine, e senza attendere il movimento delle sezioni vicine, che faranno marciare con loro; in modo che il governo perfido e astuto non possa più metter la museruola al popolo com’è sua abitudine, facendolo condurre, come un gregge, da capi ad esso venduti e che ci ingannano.” | dal pamphlet “L’insurrezione del popolo…”, in K. D. Tonnesson, “La Défaite des Sans-Culottes” []