No Borders | n. 1

Parliamo, riflettiamo e impariamo altro: anche fuori dai confini nazionali, per capire cosa succede di là.

NoBorders vuole essere questo: una trasmissione web radiofonica fatta attraverso le voci in diretta delle persone che abitano – da mesi o anni – fuori dall’Italia. Lo scopo è quello di recuperare e riportare storie personali, cronache di accadimenti, descrizioni di luoghi e individui, conosciuti o vissuti direttamente sul posto – sia che si parli della vita di un quartiere o di un evento nazionale e al di là del fatto se siano arrivate o no sulle prime pagine e sulle homepage dei giornali.

Per sgombrare il campo dal mito dell’esterofilia: non parliamo dell’estero o dall’estero perché là tutto è meglio, perché questa è una terra ormai persa o per invitare figli e prossime generazioni alla fuga. La scelta è dettata semmai dalla possibilità di avere punti di vista ulteriori, di incontrare situazioni che ci aiutino nell’arricchirci di prospettive che magari da altre parti hanno preso pieghe diverse, nel bene e nel male. Passare i confini, anche se solo attraverso le frquenze binarie d’una piccola web radio, ci sembra un buon modo per confrontarsi con la complessità del contemporaneo, per imbattersi in temi che ci stanno a cuore o che ci preoccupano, per capire qualcosa di più sul nostro paese.

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Cambio pelle, interfaccia e gioco

Great words won’t cover ugly actions and good frames won’t save bad paintings.
(Refused, New noise)

Nei prossimi giorni chi s’avventurasse su queste pagine potrebbe trovare colori e formattazioni di passaggio, tipiche del redesign grafico e funzionale.
Per questo blog – anzyano di quasi otto anni e in modalità slow da più d’un paio – è ora di cambiare un po’, nei contenuti e nel contenitore.
Per sfizio, passione e prospettiva. Con le parole e coi fatti. Per cambiare tutto, per sfangarla o fallire ancora. O meglio, si vedrà.

Parlando di merda e Freud | ChaTales

[via Skype – 19/11/2009 | ore 16:02:37]

Calzolai: e sicché
Calzolai: fossi lì… ti darei tanti di quei ceffoni
Strelnik: maremmaschifa
Calzolai: anzi… nocchini
Strelnik: e lo so
Calzolai: te sei uno da prendere a nocchini
Strelnik: nocchini e pattoni
Calzolai: ni’ capo
Strelnik: concordo
Strelnik: anche se lotto da sempre per non farmeli dare
Calzolai: i nocchini
Calzolai: son tremendi
Strelnik: i nocchini sono terribili
Strelnik: i peggiori
Calzolai: ma come è stato difficile cacare ieri sera… non mi era mai capitato
Strelnik: ma che dici?
Calzolai: te lo giuro
Strelnik: ma… mi stai parlando della tu’ merda?
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L’ultimo post (da single)

Domani mi sposo.
Meglio: domani io e Liv ci si sposa.

E se questo blog fosse un film – come c’era scritto sulla testata quasi otto anni fa – qui trovereste scritto che questa scena va in online sulla scia di tutto quel che consegue, nella buona e nella cattiva sorte, da sei anni a questa parte. Con “Everlong” di sottofondo, anticipata dall’intro di “the east is red” e una risata nostra, mia e tua, lanciata nel vento di luglio a Sagres diverse estati scorse.

C’eravamo guardati negli occhi, appena scesi dall’aereo, chiedendoci reciprocamente chi fossimo e cosa ci facessimo lì: con la pioggia di Porto che ci faceva sentire meglio, con tutto un viaggio per scoprire chi eravamo e dove stessimo andando.
Ora un po’ di cose le sappiamo: partiti da universi lontani, ci siamo ritrovati sotto lo stesso tetto, a guardare un film, a partire per un concerto, a preparare da mangiare, a pigliarci per il culo, a far l’amore; a conoscersi, a incoraggiarsi, a scambiarsi amicizie, dentifricio e urli.

Manca un giorno e sono qui, adagiato al primo pomeriggio e alla pagina cinquantasei de “Lo scontro quotidiano” di Manu Larcenet: “Tutto è meglio con te che senza di te”.

Sono contento, sono a poche ore da tutti quelli che verranno a brindare con noi.
Tra poco si va.

(La vecchia guardia blog regge: fratelli e sorelle di reggimento, vi si vuol bene)

On ze road

Sulla strada: con un paio di jeans sdruciti, le sigarette, la solita sacca verde. Prima tappa per il Lucania Film Festival, poi il mare del Metaponto dove ci si ritrova con la banda Affluente, fresca di tre giorni punk hardcore in una masseria dalla vicina Puglia.
Poi a settembre si riparte per le strade ferrate d’Europa.
Gipdap!

Prima convincere poi Gino

[status: appunto mentale aperto]

Per la prima volta, dal novecentesco 1989, mi ritrovo a non andare a votare alle prossime elezioni europee.
Non vorrei votare nemmeno per le provinciali e le comunali perché non sono e non sono mai stato tra quelli che sostengono che le elezioni amministrative sono una cosa diversa dalle politiche: continuo a non credere che, dalle comunali fino alle regionali, contino prima di tutto i singoli candidati e la loro capacità di saper amministrare il bene pubblico. Scindere individuo e società è una stronzata che ci è già costata parecchio cara: il personale è sempre politico perché l’individuo è un animale politico che non può prescindere dal vivere in comunità (1) e a maggior ragione nel momento in cui va a ricoprire responsabilità e funzioni, su delega di altri suoi pari, che dovrebbero stare alla base di ogni sistema democratico.

Il motivo principale per cui non vorrei votare è che non vedo – ma può essere un mio limite –  un progetto politico condiviso e degno di questo nome in nessuno dei partiti in cui la sinistra s’è scheggiata: non lo vedo né in SinistraeLibertà (un altro nome no, eh?) né in Rifondazione Comunista né nel Partito Comunista dei Lavoratori.
Quel che invece vedo – e molte volte anche a sinistra – è la politica ridotta al lavoro di Sisifo, all’incessante e inutile ricerca del potere e “il politico che si accanisce a brigare col popolo per ottenere i fasci e le scure temibili” (2), simboli dietro ai quali, è sempre bene ricordarlo, c’è il nulla (come dietro alla finanza, s’intende).

Il casino è che se non andrò a votare dovrò impegnarmi ancora di più in prima persona se voglio che qualcosa cambi. Perché quando decidi che non deleghi più nessuno a rappresentarti, in un’assemblea legislativa o in un consiglio di circoscrizione, devi metterti ancora e di più a lavorare sul cambiamento della società. Magari non da solo e coi mezzi più efficaci per affrontare questo fascio di sentieri interrotti che è il futuro.

Che volemo fa’?

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(1)
“L’uomo isolato non è in grado di svilupparsi più dell’uomo in catene”
| Wilhelm von Humboldt, “Limits of State Action”, 1792.

“Comunque vada… un uomo solo non ha uno straccio di possibilità” | Ernest Hemingway, “Avere e non avere”, 1937.

“Live Together, Die Alone” | Lost, stagione II – ep.23-24 | 2006.

(2)
“Sollecitare il potere – che è cosa vuota e non è prendibile – e in tale ricerca sopportare incessantemente fatiche tremende, questo, sì, significa spingere a forza lungo il pendio di un monte un masso che, appena sulla vetta, ricade rotolando in basso” | Lucrezio, “De Rerum Natura” in Luciano Canfora, “La natura del potere”, 2009.