Come le formiche

I tempi sono quelli che sono, e fosse stato vivo Philip Dick ce lo saremmo ritrovati su qualche social o blog a descrivere o trasfigurare questa distopia in corso.
Io e MineVale lo abbiamo ricordato così, attraverso le immagini registrate sul muretto sotto casa, con le parole e le sottolineature de “Il cacciatore di androidi” e grazie alla musica di di Martijn de Boer (NiGiD) pubblicata sotto creative commons su CCmixter.
Se potete usate le cuffie e un volume medio: dura un minuto, buona visione.


Il lavorìo che viene

Ma non è lavoro, questo, è un senso di colpa, un opportunismo cinico, una manipolazione continua, deprivazione del sonno, bipolarismo, tensione, antilingua, rapporti poco chiari, poco onesti, torbidi, l’editoria, la provincia, le pacche sulla spalla, la maschera della morte rossa, la nube purpurea, gli ultracorpi, il Weneto…

– ale, “Se volete, parliamo del lavoro”

E questa cosa che ale di brekane pubblica due post nell’ultima settimana lo si prende come un ulteriore segnale che un altro flusso potrebbe presto formarsi.
Qui ci si lavora zitti zitti.

La fiducia e l’algoritmo

Facciamo una prova con la vita reale, come se Internet non esistesse.

Fai conto che esci di casa e incontri uno o una che non hai mai visto. Ti ci metti a parlare cinque minuti al bar, dal parrucchiere o in mezzo alla  strada e quello o quella, senza nemmeno essersi presentato, comincia a dirti che sai, esistono delle sostanze rilasciate in cielo dagli aerei che noi respiriamo inconsapevolmente e è per questo motivo che siamo diventati così arrendevoli, passivi e obbedienti. Te ascolti, fai qualche faccia basita – scuola Stanis La Rochelle – poi mormori un “Mah, è un mondaccio” e te ne vai dove devi andare.

Poi, più tardi, quando torni a casa e parli con qualcuno – moglie/marito, figlioli, amici, vicini – manco ti viene in mente di dirgli che hai incontrato questa persona che ti ha rivelato un segreto di tali dimensioni. Perché a occhio ti sembra una stronzata e se proprio lo dici a qualcuno, fai prima una premessa dicendo che chi te lo ha detto sembrava molto convinto ma non ti ha fornito nessuna prova concreta del suo discorso. E specialmente non la conosci: nonostante all’apparenza sembrasse una persona ragionevole, non sai se puoi fidarti di lui/lei perché è la prima volta che la incontri.
Se poi la cosa ti ha un minimo interessato, potresti chiedere in giro se qualcuno ha mai visto quella persona e se ha detto a qualche altro le stesse cose che ha detto a te. Potresti andare in una biblioteca e cercare qualche libro o notizia sull’argomento. Potresti rintracciare la persona in questione e chiederle maggiori informazioni, opporle alcuni dubbi.

E poi online.

Ti capita una notizia simile scritta in un post di un sito Internet mai sentito rilanciato da qualche social mai sentito e te che fai?
Lo condividi aggiungendoci un tuo breve testo in cui ti incazzi per la pigrizia del popolo che non si accorge del sistema che lo fotte.
Di spendere mezz’ora di tempo per fare un controllo minimo di quello che stai appoggiando e diffondendo non te ne frega nulla.
L’importante è la dimensione sfogatoio, lo sguazzare nel confortevole confirmation bias e l’attesa dei like e delle faccine.

Fermo restando che anche questa volta si tratta di una questione di fiducia, io non ci credo o non ci voglio credere che le persone si fidino davvero di più di un algoritmo che di un’altra persona – come dice questo studio della Harvard Business School [.pdf | 407 KB]

Stanis La Rochelle - faccia basita
Stanis La Rochelle | Boris

Pantere e ghepardi

– soppesa lo sforzo / tentando l’impresa
ne valuti i costi / poi scegli la resa –

Laghetto, “l’odore dei pomeriggi (quando li butti via)”, 2003

Fuori da un bar, di quelli abbastanza scrausi, un gruppo di ragazzetti e ragazzette mi coglionava. Erano seduti al tavolino accanto al mio, a meno di tre metri. Ero sicuro che mi guardassero, ammiccassero e ridacchiassero di me. Stavano per intere manciate di secondi tutti zitti, maschi e femmine, e poi ricominciavano a parlare, alcuni bisbigliando, altri indicando qualcosa oltre le loro spalle, verso me. Avevo più di settanta anni, ero mezzo sordo da un orecchio e stanco della giornata già alle tre del pomeriggio. Fosse stato per me, il sole avrebbe potuto andarsene giù tra mezz’ora. Il tempo di pagare il mio vino, andarmene a casa, togliermi le scarpe, stordirmi di qualcosa e andare in culo al mondo per un’altra nottata.

A un certo punto mi era sembrato che armeggiassero con qualcosa, forse un tablet che avevano sul tavolo. Cosa cazzo registravano? Una vena s’era mezza chiusa e avevo smattato: mi ero alzato, ero andato verso di loro e gli avevo urlato da molto vicino: “Io ho fatto la Pantera!”

Lo avevo gridato cercando di ricalcare lo stesso tono, lo stesso risentimento, la stessa rabbia del Bufalo quando alla fine della seconda stagione di Romanzo criminale urla tra i palazzi della Magliana: “Io stavo col Libanese!”

Quelli si erano zittiti, io avevo subito girato i tacchi e ero entrato nel bar per pagare. Dio boia, come mi sono rincoglionito, mi ero detto una volta appoggiato al bancone mentre il barista mi dava il resto. Che figura di merda che ho fatto con quei giovani. Penseranno che sembro uno sballato, anzi che sono uno sballato, come si diceva di Pippo. La Pantera è di cinquant’anni fa quando non erano nati nemmeno i loro genitori. Cosa vuoi che ne sappiano? Devo chiedere scusa, devo spiegargli che è stato un momento di rabbia e che mi dispiace di avere urlato.

Quando ero uscito, uno di loro mi era venuto incontro presentandosi come il registaslashproduttore di un talk show interattivo e dicendo che lui e i suoi host erano in diretta su Internet e che il mio instant rant era stato molto apprezzato. Forse lo sponsor del loro canale sarebbe stato disponibile – aveva continuato il registaslashproduttore – a condividere una parte delle revenues. A patto che le mie apparizioni continuassero a generare picchi di attenzione come era appena successo.

Il giovane avrà avuto sedici, diciassette anni. Parlava e si entusiasmava, suggeriva possibili evoluzioni del rant, ipotizzava interazioni del terzo tipo. Tutto per lo sbrocco di un ultrasettantenne vicino alla pensione e a un meritato periodo di semi-demenza.
Alla fine m’era presa una tristezza così densa che avrei voluto sparire per autocombustione o liquefarmi all’istante come nel favoloso mondo di Amelie. Ero vecchio, avevo cercato di resistere allo spirito mercantilistico dei tempi per interi decenni ulcerandomi lo stomaco e salvando quel poco di inferno che inferno non era. In molte parti ero sbriciolato, coi ponteggi pericolanti e le ferite dello scontro quotidiano. Presto avrei fatto parte di quella schiera di atleti dal sorriso stanco che più di tutto temono il sale della vita.

Gli avrei risposto volentieri: “Te stai male bimbo, dammi retta. E il casino è che la colpa è anche mia.”
Invece gli avevo detto: “Non so’ più er ghepardo de ‘na volta” e l’avevo lasciato ai suoi calcoli pubblicitari.

Manifestazione della Pantera | Firenze, 1990

Il riso del vivente consuma le bare

“Caracollate da soli, armati della sola forza che dispensa da armi e armature, sdegnando gli amici della morte e il sarcasmo dei cadaveri.

Il riso del vivente consuma le bare.”

Raoul Vaneigem, “Bambini che dissiperete l’incubo del vecchio mondo”

Foto di Tish Murtha | via The NYT
Foto di Tish Murtha | via The New York Times

Signora VDL

Stamattina, poco prima delle sette, suonano alla porta. Apro e vedo una signora di mezza età, tutta vestita per benino, gli occhi spiritati di chi dorme poco. Non faccio in tempo a chiederle chi è che la signora fa un mezzo passo indietro e mi salta addosso con tutte le sue forze. Non so come, ma pur insonnolito com’ero, riesco a scansarla e quella rovina per terra, atterrando di mento sul pavimento con un rumore sordo.
L’ho lasciata lì svenuta per un po’, poi le ho offerto un caffé e l’ho accompagnata fuori: era la Voglia Di Lavorà che anche quest’anno a fine vacanze ha provato il solito assalto. Inutilmente.