Jino e il barista

“Vom Totentanz Anno” di Otto Wirsching (Germania, 1915)

“Vom Totentanz Anno” di Otto Wirsching (Germania, 1915) – Immagine via Null Entropy

1. del bighellonare e delle sue difficoltà

“I tell you, we are here on Earth to fart around,
and don’t let anybody tell you different.”
(Kurt Vonnegut)

— Sicché non ti preoccupare d’altro, te lavora e basta.
— E come faccio? Non ce l’ho mica un lavoro.
— Se stai a sedere qui al bar tutto il giorno neanche lo trovi, un lavoro.
— Devo stare a sedere a casa?
— Non devi stare a sedere.
— Se sto ritto rimango disoccupato lo stesso e mi fanno anche male le gambe.
— Allora stai a sedere al bar, vedrai che fila ci sarà a chiederti di lavorare.
— Che fila?
— Secondo te chi ti può far lavorare viene al bar a chiedertelo?
— Boh. Può darsi.
— Arriva uno e ti chiede: “Senti, vuoi una birra o vuoi venire a lavorare?
— Magari.
— Magari cosa?
— Magari ora una birretta male non ci starebbe.
— Lo vedi?
— Cosa?
— Non hai voglia di lavorare. Il problema è questo.
— No, il problema è chi oggi la voglia di lavorare ce l’ha.
— Ma senti che discorsi. Non ti vergogni?
— Di cosa?
— Con la gente che si venderebbe un rene per lavorare. Bestemmiare così.
— Cosa si venderebbe la gente per lavorare?
— È un modo di dire. Vuol dire che farebbe di tutto.
— E ti sembra normale?
— Te non mi sembri normale.
— Perché non mi venderei un rene per lavorare? Ti sembra buffo?
— Perché sputi sulla tua giovinezza. La butti via.
— Invece se piglio 500 euro al mese al nero per spaccarmi la schiena sono un bravo giovane, nevvero?
— Lo vedi come sei? Non sai fare sacrifici.
— Ma falli te i sacrifici.
— Certo che li ho fatti. Per trent’anni li ho fatti, e ora il bar è mio.
— Bravo. E perché dovrei farli anch’io?
— Per soddisfazione personale. Perché sei un uomo. Avrai uno scopo.
— Sì, uno ce l’ho.
— E sarebbe?
— Andare a scorreggicchiare in giro, perdendo tempo e lasciando il puzzo di merda a quelli come te.
— Sono soddisfazioni grosse.
— Da signore.

“Nel 1942, nel Protettorato di Boemia e Moravia [occupato dai nazisti N.d.R.] è infatti assolutamente vitale poter esibire un permesso di lavoro e soprattutto, se si viene sorpresi a bighellonare per strada durante il giorno, come ai due accadrà spesso nei mesi a venire, fornire un buon motivo perché non si lavora.” (Laurent Binet, “HHhH”, pag. 186)

Accontentarsi dell’onestà

“Gleanings in bee culture” (1874) | Immagine via Internet Archive Book Images

“Gleanings in bee culture” (1874) | Immagine via Internet Archive Book Images

2. del sedersi e godere del già fatto

Tradurre “fart around” con “Scorreggicchiare in giro” non è stata una gran trovata, lo ammetto: “cazzeggiare in giro” o semplicemente “cazzeggiare” sarebbe stato meno letterale e più adatto. Ma l’immagine dell’andare in un posto — specialmente al chiuso — guardarsi intorno, assorbire un po’ di conversazioni o rumori di fondo e poi zitto zitto mollare una renza e andarsene rendeva meglio il carattere di Jino. Anche se non sono sicuro al 100% che abbia letto Vonnegut o conosca quella frase.

Quello di cui sono sicuro è che il dialogo è avvenuto davvero una decina di anni fa in un bar della Toscana. Il barista in questione in realtà era una donna e alcune delle risposte di Jino erano molto più colorite di quelle riportate. Jino non si era fatto scrupolo di essere più gentile perché sapeva che la barista erano mesi che straparlava appoggiata dall’orlo del bancone: quel Jino “sempre al barre”, mai una volta che lo avesse visto sporco o stanco a fine giornata. E quei discorsi strampalati sulle vespe — o le api? La barista si confondeva sempre — che sono i vizi a tenere in piedi tutta la baracca.
“I ricchi sperperano così i poveri hanno da lavorare.” Discorsi come questo la mandavano in bestia. Jino diceva che era perché si rendeva conto di appartenere alla categoria dei poveri, lei che si considerava padrona del bar e del suo destino. Il culmine dell’incazzatura veniva raggiunto con risposte da parte di Jino del tipo: “Sei troppo industriosa, dovresti rallentare un bel po’ e goderti la vita nella sua grossolana abbondanza.” Lì la barista non ci vedeva più e per non urlargli in faccia, si girava di scatto ficcandosi nel retrobottega dove su una minuscola scrivania si metteva a spulciare conti e fatture, immergendo i neuroni bollenti nel freddo succedersi di entrate e uscite — specie quelle segnate in un quaderno con la copertina di Hello Kitty, quello dove teneva il nero.

Siccome, oltre a essere il protagonista del racconto, Jino è anche un amico, provare a definirlo con qualche arguta etichetta mi parrebbe brutto. Se proprio dovessi usare questo artificio per descriverlo, direi che è un incrocio tra un acuto epicureo e un astuto free rider sociale. Lui a sentire una cosa simile mi guarderebbe in faccia e mi direbbe qualcosa come: “e secondo te ora dovrei mettermi a sfogliare un vocabolario per capire cosa hai detto?” E farebbe bene.

Sulla storia delle api ci ritorniamo sopra tra un po’, prima c’è da parlare di altri animali: rane che saltano.