C’era una volta la blogosfera – episodio 1


C'era una volta la blogosfera | podcast | episodio 1

“C’era una volta – e c’è ancora – la blogosfera” è un podcast che parla di blog, nell’Ottobre del 2020, sotto i cieli pesanti che tutti conosciamo.
Dagli anni zero a oggi, una serie di interviste a blogger e su argomenti che hanno animato e continuano a animare quella parte di Internet chiamata da una ventina d’anni blogosfera, un territorio digitale che dal centro del Web – se mai ne esistesse uno – è diventato più periferico, suburbano, periurbano, o come diavolo si dirà oggi.
Quello che questo podcast non vorrebbe essere è un’operazione nostalgia, cedendo alla tentazione di riavvolgere il nastro un po’. Perché non esiste nessun nastro e tanto meno nessuna età dell’oro da recuperare. Ci sono invece le persone – che leggevo, leggo e forse leggerò – da ascoltare in viva voce. Con “Sudden Retropia” in sottofondo, ma solo musicale.


La scintilla per partire è arrivata da un thread di tweet che ha innescato un’intervista a Flavio El Pinta Pintarelli durante la quale si è parlato di digital gardens e curatela dei contenuti, di Mark Fisher e infrastruttura punk, di possibili ritorni alla blogosfera e di un Godard proto youtuber. Il tutto preceduto e concluso dall’apparizione di Davide Carbonai e dal supporto di un sedicente Comitato che mi ha rassicurato che noi ti si dice perché ti si vuole bene.

La trascrizione integrale, la linkografia e i credits di questa primo episodio li trovate qui sotto al lettore audio, insieme a altri luoghi dove ascoltare e seguire il podcast oltre che su questo blog.

Dura una ventina di minuti: buon ascolto.

C’era una volta la blogosfera | Episodio 1: “Noi ti si dice perché ti si vuole bene”

Credits

Distribuzione e licenza

Potete ascolare e seguire questo podcast anche attraverso le seguenti piattaforme e modalità:
Apple Podcasts | Google Podcasts | Spotify | Spreaker | Soundcloud | Archive.org | Feed RSS -> grazie a OpenPod

“C’era una volta la blogosfera” è un podcast ideato, registrato e montato da Strelnik, pubblicato e distribuito sotto una licenza Creative Commons – Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)


Linkografia

– Paolo Mossetti, “Ma in che modo potevi uscirne non vivo scusa? Blogosfera 2003-2008 ebbe tre sbocchi:” | via Twitter

– Flavio Pintarelli, “2020, ritorno alla blogosfera” | via Flavio Pintarelli blog

– Wu Ming, “L’amore è fortissimo, il corpo no. 2009 – 2019, dieci anni di esplorazioni tra Giap e Twitter / 1a puntata (di 2)” | via Giap

– Mark Fisher, “Why K-punk?” | via K-punk

– Marina Petrillo, “Alaska Pod” | via Alaska Hub

– Riccardo Coluccini, “Se i social ti hanno stufato, è ora di costruirti un giardino digitale” | via Vice


Musica e citazioni

– Bertolt Brecht canta “Die Moritat von Mackie Messer” | via UbuWeb

– Martijn de Boer (NiGiD), “Sudden Retropia” | via ccMixter

– Boris, stagione 1 | Episodio 10 “Il gioielliere” | via YouTube

– L’immagine utilizzata nella copertina del podcast è di Andrew Lincoln Nelson.


Trascrizione dell’episodio 1: “Noi ti si dice perché ti si vuole bene”.
(Grazie a Catia Bianchi)
(qui potete anche scaricarla/visualizzarla in formato pdf | 134 KB)


[musica] Bertolt Brecht canta “Die Moritat von Mackie Messer”

Strelnik – “Cane di ruga productions” presenta: “C’era una volta (e c’è ancora) la blogosfera”.

Benvenute e benvenuti alla prima puntata.

[musica] Sudden Retropia | di Martijn de Boer (NiGiD)

Un podcast sui blog nel 2020, perché? Perché? Perché fare un podcast sulla blogosfera italiana nell’ottobre del 2020? Allora… No, Skype. Non ho spento. Ma chi è? Oh?

Davide Carbonai – Strelnik!

Strelnik – Oi! Oh, te ‘un ci crederai, stavo registrando il podcast, mi son dimenticato di chiudere Skype e m’hai beccato proprio mentre stavo registrando la prima puntata di un podcast.

Davide Carbonai – Eh, insomma… Beh, senti è proprio… Cioè, ti volevo dire …, t’ho chiamato proprio per questo podcast, cioè…

Strelnik – Perché?

Davide Carbonai – Sì, no… È che avevo parlato… avevo parlato con…, vabbè non ti dico, un nostro amico in comune Enz – Enzo o Enz – che m’aveva detto che… che tu stavi registrando un podcast che trattava dei blog.

Strelnik – Sì.

Davide Carbonai – La storia… Sì, no, t’ho telefonato per questa cosa qui perché, fondamentalmente, c’abbiamo pensato, c’ho ragionato anche con dell’altra gente, noi si pensa che tu la dovresti fa’ finita di fa’ questa roba, cioè ‘un ha senso, cioè… Cioè, fai altre cose: vai a giocare a bocce, rileggi un libro che tu leggevi vent’anni fa, vai a fa’ una giratina, ricomincia a fumare… Ma rimettisi a fa’ un podcast su… “Rimettisi” o mettisi a fa’ un podcast di blog… e siamo nel 2020! Insomma l’è come…, un lo so. C’avevi pensato te a questa cosa oppure no?

Strelnik – Prima di tutto, Enz è un infamone, perché come…, gli avevo detto se mi faceva un po’ di mixeraggio. Ma senti te, Enz, ragazzi… Comunque, no, ma io lo volevo fare perché mi sembrava un modo per raccontare anche un inizio, un modo diverso di vivere Internet, capito? Più lento, non sotto la dittatura dell’istante dei social, però non è un’operazione nostalgia, eh, non è una retromania.

Davide Carbonai – No, no, va bene, oh, se tu la pensi così. Noi s’era… Noi ti si vo’ bene, eh, un’è mica. Noi si fa per il tu bene, ti si dice le ’ose..

Strelnik – Ma io…

Davide Carbonai– Ti si dice le cose per fatti stare bene.

Strelnik – Va bene. Senti, io a questo punto qui ti voglio fa’ senti’, allora, una cosa, perché questa cosa dei blog invece… Guarda che una riflessione sui blog è ancora attuale, eh. Io ho sentito un blogger, di cui avevo letto una cosa su Twitter, no?, Perché parlava della blogosfera italiana proprio degli anni 2003 – 2008; allora l’ho chiamato, Flavio Pintarelli, un blogger, che è un blogger che è da tanto che c’è, e continua a tenerlo, il blog, e gli ho chiesto un po’ di cose. Se vuoi, te lo faccio senti’, così state un po’ meno preoccupati, te, Enz e quell’altra combriccola, che ho capito chi sono. Ho capito, sai, chi sono. Va bene?

Davide Carbonai – Va bene, guarda. Sì, poi se ne parla, poi se ne riparla insomma, vediamo, discutiamone.

Strelnik – Te lo faccio senti’, guarda, poi mi dici che ne pensi, va bene?

Davide Carbonai – Va bene, vai.

Strelnik – Va bene.

Strelnik – Signore e signori, Flavio Pintarelli.

Flavio Pintarelli – Ho un sito, che è un blog di fatto, e quindi si può dire che sono ancora un blogger.

Strelnik – Senti, e perché vi siete trovati, tu… Posso dire i nomi degli altri?

Flavio Pintarelli – Penso di sì, non credo che si offendano, tanto i tweet erano pubblici.

Strelnik – Paolo Mossetti e Massimo Sandal – che son due blogger, che però adesso fanno uno il comunicatore scientifico, l’altro è giornalista – perché vi siete ritrovati a parlare della blogosfera italiana nell’ottobre del 2020?

Flavio Pintarelli – In realtà, la verità è che la risposta è “il caso”, come poi succede sempre su Twitter, si intercettano dei frammenti di discussione e ci si inserisce, almeno è capitato così a mentre. Sinceramente, se me lo chiedi adesso, non me lo ricordo di preciso da cosa era partita la discussione, credo si parlasse degli albori di Vice, del fondatore, che adesso è tipo il capo dei nazisti… Si rifletteva, credo, su come quel tipo di stile, di comunicazione – che aveva Vice agli albori – sia un po’ diventata una palestra per gente che è finita agli estremi dello spettro politico, e mi pare di aver ricordato in quel momento che anche in Italia ci sono stati dei blogger che avevano uno stile così graffiante – chiamiamolo così – anticonformista, e che hanno anche loro fatto carriera, in vari modi, ma, stranamente, non sono diventati…, o quanto meno non tutti, o perlomeno quelli che avevo in mente io, sono diventati tutt’altro che degli estremisti che stanno, appunto, nei posti più estremi dello spettro politico, ma a loro modo hanno comunque delle posizioni estreme, diciamo di centro estremo.

Strelnik – Il post galeotto, anzi i post galeotti partivano proprio da Gavin McInnes, uno dei fondatori di Vice, che poi è diventato uno dei fondatori dei Proud Boys, questa formazione neofascista americana. In mezzo alla vostra discussione, Paolo Mossetti scrive nel tweet:

“ma in che modo potevi uscirne non vivo, scusa, dalla blogosfera italiana? La blogosfera 2003 – 2008 ebbe tre sbocchi: 1) botto con possibilità di ricavarne una professione piattaforma per amplificare lavoro vero; 2) conservarla come un hobby innocente, se eri disciplinato con atro; 3) dipendenza tossica e sterile”.

Tra queste tre opzioni, ci potrebbe essere un quarto modo, invece, di continuare a usare i blog, e qui vengo a un tuo articolo… – i giornalisti musicali direbbero “seminale”, anche se cita a sua volta un articolo che è veramente seminale, che è quello dei Wu Ming su quando hanno lasciato Twitter, quindi una bella riflessione anche sui mezzi, sugli strumenti usati dai primi anni zero, no?, dal collettivo dei Wu Ming – e questo tuo post si chiama “2020 ritorno alla blogosfera”, che è – Flavio – una specie di esortazione che arriva ogni tanto all’inizio dell’anno, il tuo post è del 24 dicembre del 2019; ne ricordo anche un altro, di un altro blogger, che diceva, l’anno prima, “Forse il 2019 è l’anno del ritorno ai blog”. Nel 2020 ho letto il tuo, e, sia per la citazione a questo articolo, a questo post veramente interessante di Giap, c’è anche una riflessione su Mark Fisher e su come usava… come e perché ha usato il blog; mi hai fatto rileggere, appunto, una parte degli scritti di k–punk, il blog di Mark Fisher, che ha ripubblicato da poco Minimum fax, in cui diceva proprio che si ritrovava di fronte – i blogger di quel momento lì – una infrastruttura punk, ecco, mi è rimasta in mente questa citazione. Qual è la tua impressione adesso, a ottobre, quindi a quasi un anno dalla scrittura di questo post – di cui vi lascerò il link – “2020 ritorno alla blogosfera”, pubblicato sul tuo blog?

Flavio Pintarelli – Non credo che in tanti abbiano colto la mia esortazione, ma va benissimo così. A me interessava sia partire da quello che scrivevano i Wu Ming sulla loro parabola e sulla loro presenza in rete, e sia mi piaceva tenere insieme a quello che diceva Mark Fisher, sono due cose che ho letto più o meno contemporaneamente nello stesso periodo e mi hanno colpito. Per me era interessante e continua ad essere interessante questa idea di coltivare dei propri spazi, al di fuori delle piattaforme, al di fuori delle logiche dei social, che sono sempre più…, come posso dire? Non vorrei dire opprimenti, però sempre più stringenti, sempre più ingabbianti sicuramente, mano a mano che crescono diventano più complessi, diventa più complesso starci. In realtà, quello di cui magari mi sono accorto è che questa voglia di esprimersi, di coltivare qualcosa di proprio in realtà esiste a prescindere dagli strumenti; mi verrebbe da dire che oggi le newsletter sono i blog con la speranza di farci due spicci, perché generalmente…, non so, chi ha quattro o cinque anni meno di me, o dieci anni meno di me, probabilmente ha una newsletter, o un podcast, o un canale su YouTube, o un canale su Twitch. Non è che cambi molto la logica che ci stava nel 2003 – 2008 da quella che ci sta adesso, cambiano gli strumenti, ma la voglia di esprimersi resta sempre la stessa. Quello che volevo fare io, però, anche con quel post, era rimarcare una cosa: che bisogna costruire degli spazi indipendenti di cui prendersi cura. È un tema che ha ripreso di recente Riccardo Coluccini in un articolo… su Vice credo che sia, non mi ricordo, ma vi fornirò il link, dove parlava dei cosiddetti “digital garden”, cioè dei siti che sono a metà fra dei blog e dei progetti dove, invece, l’intervento del programmatore, di chi scrive il codice, è un po’ più importante e che di fatto cercano di curare dei contenuti così come si coltivano dei giardini, quindi si creano dei microcosmi tematici, e questa è una cosa molto bella e che si può fare anche, generalmente… magari anche se non si sa proprio padroneggiare il codice, perché ci sono tanti strumenti per fare curatela dei propri contenuti; io lo faccio, per esempio, utilizzando gli strumenti che mi mettono a disposizione per etichettare i contenuti, quindi le tag o le categorie, e credo delle…, sul mio sito lo faccio, creo delle combinazioni che mi permettono così, di avere dei contenuti curati in modo un po’ più raffinato…

Strelnik – Semantico.

Flavio Pintarelli – Sì, non solo semantico, ma anche raffinato. Per esempio, il mio blog è un gigantesco archivio di tutto quello che ho scritto al di fuori del blog, quindi c’è un tag che si chiama “collaborazioni” e ogni pezzo che scrivo per un’altra rivista viene presentato sempre nello stesso modo: c’è una introduzione di testo che spiega di che cosa parla quell’articolo, c’è una citazione dell’articolo, c’è il link e, oltre al tag generale che li raccoglie tutti, ci sono anche dei tag singoli che, sostanzialmente, indicano per quale rivista è stata scritta. Quindi, io ti potrei dire e tirare fuori una lista di tutte le cose che ho scritto per Prismo – finché è stato attivo – ed è presente sul mio sito e la puoi vedere. È un archivio che cresce e che racconta qualcosa di me, perché oggi cominciamo ad avere un archivio di collaborazioni… Diciamo che il mio progetto sarebbe quello di mappare tutte le cose che ho scritto fuori dal blog, che c’è ancora una parte… una serie di territori che non sono ancora mappati, ma, se riuscissi a portare a termine questo sforzo, avrei la mappatura di dieci anni di collaborazioni fatte dentro e fuori dalla rete, che non è male, considerando che magari molti di questi contenuti possono…, non so, andare persi… ti dimentichi perfino di averli fatti.

Strelnik – Riportare come Bringing It All Back Home, cioè riportali sul blog perché comunque lì la cura è tua: se terrai quel dominio, se lo curerai, se continuerai – come stai facendo tu – a raffinarlo semanticamente, no?, in modo che ogni contributo sia rintracciabile sotto forma di tag, keyword, insomma con una archiviazione personale, e quindi la cura… – come dicevi tu – la cura di uno strumento indipendente proprio, di qualcosa che se la piattaforma, il sito su cui l’hai scritto va giù, non rientra nella Wayback machine…

Flavio Pintarelli– Assolutamente.

Strelnik – …di Archive.org quindi muore, quindi l’eternità di un contenuto digitale è una chimera, è una semi–eternità, finiscono anche quelli, c’è stato un podcast di Marina Petrillo sugli archivi digitali e sulla importanza di conservare.
Ti volevo leggere, come ultima cosa, ritornando proprio anche a Mark Fisher e la cosa che dicevamo prima della infrastruttura punk di cui lui parlava nel 2005, continua – questo pezzetto che voglio leggerti – con questa frase, che volevo provare a riportare ad oggi e a un tuo commento. Scrive Mark Fisher:

“oggi abbiamo a disposizione una infrastruttura punk senza precedenti. Manca soltanto la determinazione, la convinzione che ciò che può avvenire all’interno di qualcosa che non gode di autorizzazione/ legittimazione possa essere altrettanto importante, più importante di ciò che passa attraverso i canali ufficiali”.

Flavio Pintarelli – No, io credo che sia del tutto… L’affermazione, nella sua base, credo che sia del tutto attuale; esistono ancora, e sono enormi, dei circuiti che stanno al di fuori della ufficialità. Probabilmente, purtroppo, non è più così importante quel tipo di infrastruttura di cui parla lui, questo secondo me è il grande cambiamento, ma, se ci pensi, discorsi che guadagnano autorevolezza al di fuori dei canali ufficiali ce ne sono tantissimi, pensi ai gruppi Facebook del più vario stampo, con tutto lo spettro di varietà che possono portarti davanti, cioè sono comunque luoghi al di fuori dei tradizionali canali di validazione dell’autorevolezza dove ci sono persone e istanze che emergono invece in modo molto molto autorevole, però, appunto, emergono in una infrastruttura che non è più proprietà della singola persona. Il discorso sul digitale negli anni Ottanta, in particolare se io penso al cinema, gli anni Ottanta sono… – scusami se faccio questa digressione del cinefilo, che è una delle mie grandi passioni – negli anni Ottanta, quando Godard passa completamente al digitale, fa una riflessione per cui dice “io divento padrone dei mezzi di produzione – cioè attua la demolizione – sono un “operaio del cinema”, comprandomi una videocamera digitale, un computer e un banco di montaggio io sono completamente indipendente sono padrone dei mezzi di produzione”. Quel tipo di riflessione è la stessa che…, non so, in Italia attraversa alcune esperienze, mi viene in mente, non so, le storie che racconta Marco Philopat nei suoi libri, al modo in cui crescita Shake a tutto quello… diciamo tutto quello che è stato il filone che ha riflettuto sull’uso sociale delle tecnologie in Italia, soprattutto all’interno dei centri sociali, del movimento, eccetera. Fisher sta parlando di quello, quando parla di “infrastruttura punk”, sta parlando, appunto, del digitale che ti consente di avere i mezzi di produzione e ti consente di affermarti, appunto, anche se non sai suonare; anche se non hai fatto la scuola di giornalismo, puoi diventare una voce del giornalismo importante, eccetera. Oggi mi pare proprio che sia attuale il discorso sull’autorevolezza, come dicevo prima, manca però l’infrastruttura. L’infrastruttura adesso è prevalentemente corporate; lo è anche per i blog, di fatto, nel senso che a un certo punto li devi mettere su un server… è molto difficile avere dei server che non siano corporate, però, di fatto, oggi gli strumenti…, non so, gli editor di scrittura, gli editor di testo, gli editor per la pubblicazione delle immagini, così, non sono di proprietà delle persone, questo secondo me è un grossissimo rischio, è un grossissimo problema e lo stiamo vedendo adesso con le operazioni che Facebook k sta facendo, sostanzialmente, per tagliare gli estremi dello spettro politico, quindi determinate idee non hanno casa all’interno di quella piattaforma, e questo pone dei grossissimi problemi e dei grossissimi interrogativi.

Strelnik – Hai fatto benissimo a fare la digressione cinefila, perché mi è venuto a mente un canale: un Godard Youtuber che sarebbe una roba…

Flavio Pintarelli – Eh!, perché no? Perché no? Nel senso, Godard sostanzialmente quello faceva, cioè quando si è ritirato in Svizzera, sul lago Lemano, aveva una casa con un garage e con dentro l’attrezzatura, e c’è un periodo in cui sostanzialmente tutti i suoi film li gira non più distante di 30 chilometri da casa sua; di fatto, potrebbe essere tecnicamente proprio un Youtuber, assolutamente.

Strelnik – Flavio, grazie, grazie davvero.

Flavio Pintarelli – Grazie a te, figurati.

Davide Carbonai – Mah, che ti devo dire? Ti ascoltavo… No, no, insomma… siamo sempre preoccupati eh, però, insomma, pensavo peggio. Ora parlerò con quegli altri, si metterà, ci si mette d’accordo per seguirti, insomma anche per accompagnarti in questo processo. Per “gli altri” intendo i membri del Comitato visibile, che ti tengono d’occhio, anzi mi hanno informato di questa tua idea, insomma allertato, e ti si accompagna e poi si vedrà un po’ icché fare, poi si passerà anche all’azione. Te, comunque sia, stai attento perché scavare nei blog del 2003, 2004, cioè, te ‘un sai icché tu poi tira’ fori, eh! Te ‘un tu hai idea di icche po’ veni’ fori, cioè è roba… ti può scoppia’ nell’orecchi.

Strelnik – È vero, ma una blogosfera diversa è possibile, come diceva René Ferretti.

Davide Carbonai – Ciao, ci si sente, Strelnik, allora.

Strelnik – A prestissimo.

Davide Carbonai – Ciao. Mi raccomando, eh!

[citazione]Perché con quella ci aspirata e quel senso dell’umorismo da quattro soldi i toscani hanno devastato questo Paese, e questo lo devi scrivere, per favore. Scrivilo”.

Fine dell’episodio.