Genio, fame e fuga

“Bisogna avere del genio per scherzare con la fame e questi che sono ora al governo non ne hanno neanche un po’. Credi a me. E apri il portone”

Al citofono Taberna si è presentato con una frase delle sue: chissà se per tirarle fuori ci studia dei quarti d’ora o se gli vengono al primo colpo, appena dopo aver staccato il dito dal campanello.
Come al solito ci ha messo un po’ a salire le scale. Dal pianerottolo ascoltavo l’incedere dei suoi passi leggeri e coordinati.

Me lo sono trovato davanti di botto, immobile sull’ultimo gradino.
“Scherzare con la fame: Totò poteva farlo. Forse Carmelo Bene e Gianfranco Marziano. Ma una casa con l’ascensore ti fa schifo?”
“Non lo faccio apposta. Così è la vita.”
“S’inizi la sagra dei luoghi comuni.”
Ho sorriso due secondi dopo, mentre ci abbracciavamo.
Taberna ha una maglietta nera con su scritto “Non soggetto al cambiamento”
“Stappa una birra e poi dimmi che ci fai ancora in ‘sto paese”
“Rispetto la tua maglietta. Tutto qui”

Taberna arriva dalla Barbagia, quest’anno ha deciso che passa l’estate lì, da alcuni amici di vecchia data. Indossa degli scarponi da montagna che ti fanno sudare solo a guardarli, un paio di jeans che una decina d’anni fa dovevano essere stati blu e la maglietta con il proclama in mezzo al petto. Si siede in cucina, composto e dritto, e guarda verso l’acquaio ammiccando in alto, sopra la piattaia.

“Ci sono ancora le tre sentenze?” – mi chiede.

Sono tre lavagnette. Sopra a ognuna ci sta una parola, scelta anni fa insieme a Liv e al sociologo Calzolai, e, anche dopo un trasloco, rimaste lì a testimoniare il processo che le ha fatte nascere. La ferita, il lavoro, il desiderio.

A pranzo abbiamo parlato un bel po’: dei padroni che nessuno chiama più così, di come va il Torino, di Pepe Mujica, del suo ultimo lavoro da operaio in una fabbrica di chewing gum in Canada, dei social media e del paese reale.

Tra le tante stronzate che ci siamo detti le poche cose buone non erano farina del nostro sacco.
Mi segno ‘ste due cose sul partire e sullo stare, sull’appartenere e sul libero movimento perché possono sempre tornare utili in un futuro molto prossimo.

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
(Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

Resterò dove ho trovato l’amore, dove si combatte per la strada, dove riesco a sentire che il mondo sotto i miei piedi gira.
(Jason Lutes, “Berlin, La città di fumo”)

E sicché, così messi come siamo, chissà quando e dove ci si rivede.