Il post sotto l’Albero 2009

Mi piace perché è una piccola tradizione; quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni. (Sir Squonk, “And… we’re back! (PslA strikes again, 2009 version: “Hop Hop Hop”)

Ha ragione, Sir, i blogger sono tra i pochi a essere stati vintage fin dalla nascita.
Le bollicine del nuovo mercato erano scoppiate da poco, centinaia di dot-com erano diventate fantasmi da un giorno all’altro e Splinder era ancora una directory/motore di ricerca (si chiamava Bloggando) con un centinaio scarso di blogger indicizzati. Dedicarsi alla scrittura negli anni in cui si esaltava la multimedialità, scegliere la parola scritta, sia pure a monitor, per tenere viva e rinverdire una tradizione antiquata come quella del diario personale, farlo in maniera gratuita e spesso guascona: tutte cose che già sei, sette anni fa potevano puzzare d’antan. Oggi la lunghezza (!) e la fissità (!!) di un post sembrano scalfiti nella pietra se paragonati al flusso e al rumore di fondo dei socialcosi in ascesa. Figuriamoci la fossilità di un .pdf, la sua staticità impaginata, il suo trovarsi allo stesso url, anno dopo anno, come una piccola tradizione: il Post sotto l’Albero 2009, grazie ancora Sir.

[Il mio contributo si chiama “Il Natale n.55 di Madama Vertebra”: vi incollo l’attacco qui sotto, il seguito lo trovate a pagina 56 della raccolta]

“Da quando la città era stata fortificata Madama Vertebra e suo marito abitavano accanto alla cinta muraria.

Cinque anni prima la casa era stata affiancata dal muro massiccio che gli avevano costruito a ridosso nell’operazione “Strengthening limits – III”. Le lastre di cemento avevano superato in altezza le tegole del tetto. Madama Vertebra apriva la finestra e si trovava a un metro dal grigio avariato della Parete Sud, settore B17. Attraverso una feritoia che quasi coincideva con l’ampiezza del finestrino accanto alla doccia, poteva scorgere cosa fosse il cielo oltre la città in cui era nata. Quando richiudeva le imposte, specchiandosi di sfuggita mentre ricaricava l’acqua, gli pigliava un po’ d’uggia e si immusoniva. Pensava che in vita sua non aveva visto nient’altro se non le strade e le case del suo cerchio di città e gli veniva come un giramento di testa. Una cosa a metà tra la paura e l’ebetudine. Madama Vertebra usciva dal bagno, scendeva nell’orto e si metteva a strappare via le erbacce, pensando a come mettere insieme la cena. Aveva cinquantacinque anni, una gamba claudicante, un figlio grande e una casa a ridosso di un muro enorme, calcinato dal sole e maledetto da chi lo guardava da fuori.”

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