La storica dolcezza

Dopo due giorni di sciopero generale oggi la Grecia vivrà uno dei giorni più intensi della sua Storia, un possibile momento machiavelliano, direbbe Miguel Abensour. È il giorno dell’approvazione da parte del Parlamento del nuovo accordo economico, il cosiddetto secondo memorandum imposto dalla troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) e utile per concedere alla nazione greca un nuovo prestito che, oltre a indebitarla ancora di più, ricadrà sulla maggioranza dei suoi cittadini, già provati da alcuni anni di progressiva macelleria sociale, privandoli della possibilità di vivere in condizioni dignitose e di decidere delle sorti della propria esistenza e della propria nazione.

“La storica dolcezza” è un testo, scritto una decina di giorni fa, dal blogger greco old boy che mi è sembrato interessante tradurre per le considerazioni sulla generazione dei quarantenni (greci e di molti altri paesi europei) e sulla dolcezza della Storia e dei suoi drammatici punti di rottura. Sono parole che non conoscono autoconsolazione, dure e spietate come diventa la situazione quando ti dicono che il salto nel dirupo che si intravede a poca distanza è la soluzione migliore per te, il tuo paese e le generazioni future. E che non saltare giù è da bambini cattivi.

Oggi in Grecia è il 12 febbraio.
Hic Athenae, hic salta.

La storica dolcezza

“Euro o memorandum permettendo, quest’anno passo la soglia dei quaranta. E penso a quelli nati quarant’anni prima di me. Chi è nato nel 1932, arrivato ai quarant’anni, ha avuto il tempo di vivere, direttamente o di riflesso, una dittatura, una guerra, un’occupazione, una guerra civile, un paese post-guerra civile e tutto il casino annesso, e infine un’altra dittatura. E se prendessimo quelli nati quarant’anni prima, quelli del 1892? Il piatto della Storia anche per loro è stato ricco. E noi, poveri noi, noi che cosa abbiamo sperimentato storicamente dal momento in cui ci ricordiamo qualcosa? Niente. Sì, certo, molte cose sono accadute in tutti questi anni, ma come si fa a paragonarle alla drammaticità degli eventi passati? Il 1989 ha visto cambiamenti sconvolgenti, ma niente nel nostro mondo e nella nostra storia è cambiato in maniera radicale. Il nostro mondo, appartenendo al campo dei vincitori [della guerra fredda], ha continuato a scorrere placido e uguale a se stesso per altri venti anni. Non era forse il momento di dare un taglio alla noia, di ottenere la nostra porzione di Storia, non era arrivato il momento di assaporarne la dolcezza?

A crescere in tempi così esenti da rivolgimenti storici drammatici, si diventa dipendenti da quel modo di pensare secondo il quale in tutta la tua vita nulla cambierà mai. Scioccante al pari, se non di più, di un mondo che sta per crollare è l’elemento di totale sorpresa del crollo. Le generazioni precedenti erano abituate a sapere che qualsiasi cosa poteva succedere da un momento all’altro, sapevano che tutto è appeso a un filo. A noi invece tutto appare saldamente ancorato a un terreno immutabile, al riparo dalla paura. C’è sempre stata, naturalmente, la paura del proprio crollo individuale, ma qualsiasi tracollo collettivo sembrava impensabile in tempi di pace.

Tuttavia la dipendenza principale è un’altra: si diventa dipendenti dalla convinzione che se la Storia prima della crisi stava andando avanti senza di te altrettanto farà durante la crisi; si diventa dipendenti dalla convinzione che sei troppo piccolo e troppo insignificante per intervenire e modificarla. È una specie di coerenza con il ruolo passivo ricoperto finora, e così psicologicamente è per te molto più facile giocare il ruolo della carcassa. Finisci col preferire l’essere sbranato che rischiare di andare al macello. Un tale rischio ti scandalizza e ti turba più di ogni altra cosa. E così, anche se ti rendi conto che arrivati a questo punto ciò che perderemo sarà molto di più di quello che abbiamo perso finora, la difesa che hai scelto non è stata tanto una qualche estrema speranza di poter entrare in gioco, ma una specie di congelamento dovuto alla paura di prendere il destino in mano e, da dominato, diventare un uomo libero. Per tutti questi anni – e come potresti smettere ora? – sei stato un bimbetto che ha lasciato gli adulti a pensare ai loro affari da grandi. Sì, potevi fare i tuoi giochini privati, ma dovevi lasciare perdere le cose della vita pubblica, quelle erano cose da adulti. Le tue piccole mani così si sentono al sicuro tra i palmi dei politici responsabili e del sistema dei media di questa nazione.

Loro, tenendoti per mano, ti portano di fonte a un baratro, ora puoi vederlo, tanti intorno a te sono già caduti, lo vedi, eppure questo è quello che hai imparato: a essere guidato, questo è quello che hai imparato: a lasciare questi problemi a quelli che li conoscevano meglio; almeno nel momento in cui ti spingeranno giù troverai consolazione nel sapere che non hai fatto niente di male, che le tue azioni non sono mai state indisciplinate, che tu potrai anche cadere, ma cadi come un bambino buono, cadi seguendo una traiettoria così sensibile, sapendo che non c’era altra via se non quella. Tra il terrore di liberarti prima di arrivare al precipizio e provare a scappare da solo, tu preferisci la mano che gentilmente ti spinge giù, e la bocca che in quel momento ti sussurra che ogni altra scelta sarebbe disastrosa, che tutto quello che sta facendo è per il tuo bene e il bene più grande della nazione e dei tuoi figli; i tuoi figli quando compiranno quarant’anni, è molto probabile che abbiano affrontato molta più Storia di quanto tu abbia mai fatto.”

(Il pezzo di old boy è apparso anche sul magazine Unfollow. La traduzione dal greco all’inglese è di Occupied London, la traduzione dall’inglese all’italiano è mia)