Mio cuggino, il settesette.

Luca rastello - Piove all'insù“Dentro nelle stanze ripulite e tirate a colore c’è musica, gente e discussioni mai finite, piene di cazzi e incroci malandrini dello sguardo e tutti i giornali che stai cominciando a leggere per dare un contorno all’universo, parole di politica, di droghe e musica, pezzi di California: Tim Buckley, Grateful Dead, Zappa, fumo d’erba e anfratti tramezzi paraventi per amori, piccoli inganni, corpi intrecciati. Sangue, sudore, lacrime non ci riguardano. Per la rivoluzione c’è tempo: sì, è la che andiamo, per carità, ma intanto ci andiamo tutti interi e il corpo reclama unantipasto, in forma di festa, ore strappate a un ordine feriale, orari, ruoli gerarchia. Corpi che si attorcigliano per ballare e accoppiarsi, o allucinarsi e stupirsi. La rivoluzione piomba sulla terra, perdere quel suo maledetto tendere e attendere all’infinito, sta nelle mani, nei nervi: ora puoi prenderti i pezzi e mangiarteli, riempirti la pancia e persino ingrassare”
(Luca Rastello, “Piove all’insù” p. 42)

Sensazione, timore/uzzolo di esser solo un loro cugino, un cugino lontano, ancora piccolo per tre dita alzate in aria, per la fantascienza e Philip Dick. Non sentirsi mai reduce perché la prossima battaglia sarà sempre la migliore.

Voglia di frantumare la sveglia a ogni riavvolgimento circardiano, veggente d’un futuro che non c’è o è solo un paradiso flessibile, dove farsi allagare i piedi. Che invece dovrebbero correre verso il prossimo fallimento, al ralenti come quel finale selvaggio.
“Piove all’insù” l’ha scritto Luca Rastello, come di quando il cielo è caduto sulla terra.
L’atterraggio non conta: basta digrignare a denti stretti “Tanto la prossima volta lo rifaccio”.