Nessuno obbedisce, nessuno comanda

Oggi e nei prossimi tempi chi passa da queste parti dovrebbe seguire subito il prossimo link e assaporare, parola dopo parola, questo post di Mafe.

Incollo qui il paragrafo che mi ha assestato meglio il colpo.

È stato anche l’anno in cui ho seriamente dubitato della possibilità di continuare a lavorare in un contesto apparentemente lontanissimo dal mio metodo e dai miei valori, per non parlare della possibilità di continuare a vivere in un paese così malmesso. Questo però vale per tutti, o almeno per tutti quelli che pensano che non si possa guardare dall’altra parte mentre altri soffrono. Anche in questo caso, forse insistere è stupido. Forse dovrei davvero andare via. Oppure mettere da parte understatement e timidezze e lottare per le cose in cui credo.

Mafe De Baggis, “Nessuno obbedisce, nessuno comanda”.

In una vigna sola

Oggi lo chiameremmo graphic journalism: riassumere tutta la prima Repubblica in una sola vignetta.
Lo fece Andrea Pazienza molti anni fa, nella quindicesima puntata di “Pertini partigiano”.

A chi tenti uno scopri le differenze con l’oggi i miei migliori auguri.

Andrea Pazienza Pertini partigiano prima repubblica

Pantere e ghepardi

– soppesa lo sforzo / tentando l’impresa
ne valuti i costi / poi scegli la resa –

Laghetto, “l’odore dei pomeriggi (quando li butti via)”, 2003

Fuori da un bar, di quelli abbastanza scrausi, un gruppo di ragazzetti e ragazzette mi coglionava. Erano seduti al tavolino accanto al mio, a meno di tre metri. Ero sicuro che mi guardassero, ammiccassero e ridacchiassero di me. Stavano per intere manciate di secondi tutti zitti, maschi e femmine, e poi ricominciavano a parlare, alcuni bisbigliando, altri indicando qualcosa oltre le loro spalle, verso me. Avevo più di settanta anni, ero mezzo sordo da un orecchio e stanco della giornata già alle tre del pomeriggio. Fosse stato per me, il sole avrebbe potuto andarsene giù tra mezz’ora. Il tempo di pagare il mio vino, andarmene a casa, togliermi le scarpe, stordirmi di qualcosa e andare in culo al mondo per un’altra nottata.

A un certo punto mi era sembrato che armeggiassero con qualcosa, forse un tablet che avevano sul tavolo. Cosa cazzo registravano? Una vena s’era mezza chiusa e avevo smattato: mi ero alzato, ero andato verso di loro e gli avevo urlato da molto vicino: “Io ho fatto la Pantera!”

Lo avevo gridato cercando di ricalcare lo stesso tono, lo stesso risentimento, la stessa rabbia del Bufalo quando alla fine della seconda stagione di Romanzo criminale urla tra i palazzi della Magliana: “Io stavo col Libanese!”

Quelli si erano zittiti, io avevo subito girato i tacchi e ero entrato nel bar per pagare. Dio boia, come mi sono rincoglionito, mi ero detto una volta appoggiato al bancone mentre il barista mi dava il resto. Che figura di merda che ho fatto con quei giovani. Penseranno che sembro uno sballato, anzi che sono uno sballato, come si diceva di Pippo. La Pantera è di cinquant’anni fa quando non erano nati nemmeno i loro genitori. Cosa vuoi che ne sappiano? Devo chiedere scusa, devo spiegargli che è stato un momento di rabbia e che mi dispiace di avere urlato.

Quando ero uscito, uno di loro mi era venuto incontro presentandosi come il registaslashproduttore di un talk show interattivo e dicendo che lui e i suoi host erano in diretta su Internet e che il mio instant rant era stato molto apprezzato. Forse lo sponsor del loro canale sarebbe stato disponibile – aveva continuato il registaslashproduttore – a condividere una parte delle revenues. A patto che le mie apparizioni continuassero a generare picchi di attenzione come era appena successo.

Il giovane avrà avuto sedici, diciassette anni. Parlava e si entusiasmava, suggeriva possibili evoluzioni del rant, ipotizzava interazioni del terzo tipo. Tutto per lo sbrocco di un ultrasettantenne vicino alla pensione e a un meritato periodo di semi-demenza.
Alla fine m’era presa una tristezza così densa che avrei voluto sparire per autocombustione o liquefarmi all’istante come nel favoloso mondo di Amelie. Ero vecchio, avevo cercato di resistere allo spirito mercantilistico dei tempi per interi decenni ulcerandomi lo stomaco e salvando quel poco di inferno che inferno non era. In molte parti ero sbriciolato, coi ponteggi pericolanti e le ferite dello scontro quotidiano. Presto avrei fatto parte di quella schiera di atleti dal sorriso stanco che più di tutto temono il sale della vita.

Gli avrei risposto volentieri: “Te stai male bimbo, dammi retta. E il casino è che la colpa è anche mia.”
Invece gli avevo detto: “Non so’ più er ghepardo de ‘na volta” e l’avevo lasciato ai suoi calcoli pubblicitari.

Manifestazione della Pantera | Firenze, 1990

L’inferno non esiste

C’è poco da fare: l’11 gennaio o qualsiasi altro giorno dell’anno, quando arrivo a questa strofa mi prende uno stranguglione e un nodo alla gola che mi fa sentire tutti gli anni che ho e che non ho più.

“Dio di misericordia, il tuo bel paradiso l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.”

– Fabrizio De André, “Preghiera in gennaio”, 1967.


Nietzsche a Camogli

Sono forse pochi (molto pochi) coloro a cui interesserà sapere che nel 1886 Friederich Nietzsche trascorse alcune settimane nella dépendance dell’hotel “Kursaal d’Italia”, sulle alture di Camogli, nel territorio della frazione di Ruta, a pochi chilometri da Genova.

– Confuso “Le vacanze di Nietzsche a Camogli

Settantotto anni dopo, nel 1964, a una decina di chilometri da dove aveva alloggiato l’autore di “Umano, troppo umano”, arrivò con la sua seconda famiglia Luciano Bianciardi, in fuga da Milano, la città dei quartari, della sede della Montecatini e delle banche. Il Biancia visse a Sant’Anna di Rapallo in una sorta di esilio volontario, bevendo come una bestia e uscendo di tanto in tanto, come quella volta che, di ritorno da un viaggio in Palestina, girava per Rapallo con la benda sull’occhio, come Moshe Dayan, per perculare gli israeliani. Oggi lo dasperebbero.

Luciano Bianciardi

Nella nostra provincia si poteva ricominciare tutto daccapo, e in Italia, in quanto a cultura (ma anche per il resto) c’era proprio un gran bisogno di ricominciare tutto daccapo.

Luciano Bianciardi, “Il lavoro culturale”, 1957

Non so quale casa Bianciardi acquistò a Sant’Anna Di Rapallo, sul web non ho saputo trovarne traccia; nelle ricerche fatte ho scoperto però che a Rapallo passarono e si fermarono anche Anna Maria Ortese – che ha una targa a lei dedicata – Herman Hesse, Ezra Pound e William B. Yeats. E Ernest Hemingway, che usò la località balneare ligure come ambientazione per il racconto “Gatto sotto la pioggia”.
Un’immagine abbastanza calzante – credo – per descrivere il Biancia degli ultimi anni: molto solo, sotto uno scroscio continuo d’alcol.

Ai pittori piaceva come crescevano le palme, e i vivaci colori degli alberghi affacciati sul giardino pubblico e sul mare. Gli italiani venivano da lontano a vedere il monumento ai caduti, che era di bronzo e luccicava sotto la pioggia.

Ernest Hemingaway, “Gatto sotto la pioggia” | “I quarantonove racconti”, 1938

(Se il 2019 può essere l’anno del ritorno dei blog, bisogna cominciare a linkarli e condividerli questi blog; nei social ci sono i like e le condivisioni, sui blog il caro vecchio href funziona ancora abbastanza bene)

2019, il ritorno dei blog?

Come fa il blog a rivivere ai tempi del capitalismo delle piattaforme? Riuscirà a svicolare dall’ansietà da breaking news dei social e a riprendersi una velocità più lenta? Troverà nuovi e più proficui modi di interazione? Influirà sulla bontà e l’efficacia dei contenuti?

Scrive il Many che BLOGROLL sarà la parola ufficiale del 2019.
Potrebbe essere come attraversare un deserto senza farsi catturare e vendere.

“Se invece di parlare risparmi il fiato, uno come te ce la può fare.”

C-3PO su Tatooine | Star Wars