Parlare da soli, vaste programme

Valga come piccola anticipazione del prossimo episodio del podcast: stamattina ho registrato una mezz’ora di conversazione col Sir Squonk su argomenti, vicende e libri che scoprirete presto.
A parte la soddisfazione personale di aver rivisto e parlato – sia pur su Skype – con una persona amica dai tempi in cui manco esistevano i permalink, il Sir ha colto l’occasione per un post puntuale e sincero di riflessione sullo strumento blog, la memoria e il parlare da soli.
Da leggere e linkare subito, aspettando di sentirne voce e intonazione – qui sotto solo un assaggio.

“I blog e le loro propaggini per tanti di noi sono stati quello, in sostanza: uno spazio e una palestra di conversazione; una palestra, sì, perché a parlare con gli altri, anche nella maniera sbilenca e asincrona di un post con i suoi commenti, ci si allena. O si dovrebbe farlo, almeno. E quel che ho pensato dopo è che le cose cambiano: che oggi gli spazi di conversazione sono infiniti, siamo immersi in un’unica infinita chiacchiera fatta di mille chat su Telegram e duemila su Whatsapp e tutti i social possibili e immaginabili, ma quel che spesso ci manca è lo spazio dove parlare con noi stessi.”

Sir Squonk, “Parlare da soli”

Keep calm and… vai a lavorà

Diciamolo in negativo (è maledattemente più facile) usando le espressioni oracolari con cui Lacan conclude il Seminario VII: Alessandro arrivato a Persepoli parla come Hitler a Parigi. Sono venuto a liberarvi da x o da y (le discrepanze di preambolo non contano). Segue il messaggio decisivo: continuate a lavorare, che il lavoro non si fermi. Intendiamoci bene, il cambiamento non deve diventare l’occasione per manifestare il benché minimo desiderio. Per i desideri, ripassate. Possono aspettare. Fine dell’oracolo.

Augusto Illuminati, Tania Rispoli, “Tumulti | Scene dal nuovo disordine planetario”, (2011)

Erano nove anni fa quando Paul Mason aveva pensato che la rivoluzione stesse per accadere ovunque. Per Mark Fisher non era affatto così: per lui, nonostante le rivolte del 2011, il realismo capitalista continuava a esistere. D’accordo con lui era anche il mio amico D. che aveva sintetizzato il tutto con un calco del conosciutissimo meme “Keep calma and..”, utilizzato per qualche anno come bio del suo account Twitter.

Keep calm and vai a lavorà: la rivoluzione troppo spesso termina così.

We’re Only in It for the Memory | episodio 3

Ritornare a scrivere in Rete per il gusto di raccontare se stessi e la realtà quotidiana che viviamo, per produrre memorie da leggere anche quando non ci saremo più.
Ha il fascino di un back to basics“one man and his guitar blog” – una delle riflessioni che Personalità confusa ci ha fornito nella conversazione inclusa in questa terza puntata: se la letteratura, come tutta l’arte – se credete a Pessoa – è la dimostrazione che la vita non basta, pubblicare su un blog è uno scampolo di possibilità anche se quel che rimarrà pubblicato sarà assimiliato, bene che vada, a una sorta di letteratura grigia.

Eppure, come ricordava un’analisi che Antonio Caronia scrisse sui blog italiani nel 2006:

“sbaglieremmo anche a non cogliere una richiesta, certo inconsapevole spesso, e confusa, di un nuovo “spazio pubblico”, in cui magari a essere in discussione non sono le grandi opzioni di carattere economico, politico e sociale, ma le scelte di vita quotidiana di una generazione sommersa da modelli comportamentali standardizzati e contraddittori, da offerte di merci pletoriche e caotiche.”

Antonio Caronia, “Comunicazione, viralità, contagio nella blogosfera”, (2006)

Ma quello che si potrebbe etichettare come semplice ritorno al privato – il tremendissimo riflusso – potrebbe essere un modo per intrecciare nuovi e più soddisfacenti legami, in un’esplosione di connessioni e di reciprocità – per riprendere le parole di Caronia.

Con il Confuso si è parlato della blogosfera dei primi anni zero e dei suoi geniali dilettanti, della pervasività degli odierni strumenti e della peculiarità del testo scritto, di auto-fiction e autoreferenzialità. Sono saltati fuori anche il primo decalogo dei blog – della Pizia – e un tweet di Dania sul successo.
Nel finale, l’interferenza di Davide Carbonai ha rimesso sul piatto il tema della memoria e della sua fragilità attraverso le parole di Alessandro Barbero in un bellissimo podcast sulla vita di Marc Bloch.
E negli ultimi secondi della puntata, se ci arrivate, c’è il monito di Kurt Vonnegut che da queste parti è come il primo comandamento per i cristiani:

We are here on Earth to fart around. Don’t let anybody tell you different.
“Siamo qui sulla terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti.”

Kurt Vonnegut, “A Man without a Country”, (2005)

Dura un paio di minuti in più rispetto al solito, neanche 23 in tutto: buon ascolto.

Credits

Distribuzione e licenza

Potete ascoltare e seguire questo podcast anche attraverso le seguenti piattaforme e modalità:
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“C’era una volta la blogosfera” è un podcast ideato, registrato e montato da Strelnik, pubblicato e distribuito sotto una licenza Creative Commons – Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0)

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Come Netflix per la videoteca


Una decina di anni fa era abbastanza probabile che il navigatore medio di Internet avesse sentito parlare di RSS. L’acronimo che sta per Really Simple Syndication, o Rich Site Summary – dipende dalla persona a cui lo chiedi – è un formato, facilmente comprensibile da programmi per computer differenti, che i siti web e i podcast possono usare per distribuire un flusso di contenuti ai lettori e agli ascoltatori. Oggi, nonostante continui a potenziare numerose applicazioni web, l’RSS è diventato, per la maggior parte dellle persone, un’oscura tecnologia.
Così inizia “L’ascesa e la scomparsa degli RSS”, un post di Sinclair Target che ripercorre in maniera dettagliata e genuinamente geek la doppia invenzione, la diffusione e la sua progressiva marginalizzazione.
L’articolo, pubblicato giusto un paio di anni fa sul blog “Two-Bit History” è stato progressivamente arricchito con le interviste a Dan Libby, Eckart Walther e Ramanathan V. Guha, all’epoca sviluppatori per Netscape, autori del primo formato RSS nel 1999.
Per gli appassionati di storia dell’Internet e della tecnologia web, il post di Sinclair Target è una vera miniera d’oro: per esempio, minuziosa e ben supportata da fonti verificabili, è la ricostruzione delle vicende interne alla comunità di sviluppatori che dall’iniziale convergenza sul formato RSS 0.91 portò alla scissione – l’RSS fork – già alla versione 1.0.

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Il blog che nacque dalla radio | episodio 2

Il blog che nacque dalla radio | C'era una volta la blogosfera | episodio 2

Un paio di settimane fa, il blog di Polaroid è arrivato alla ventesima stagione e il suo fondatore – insieme a Laura – e radio show man Enzo Baruffaldi ha scritto una lettera al se stesso del 2001, trasvolando in pochi paragrafi due decenni di vita, in onde e bit, del programma radiofonico nato negli scantinati di via Masi 2 a Bologna.
Con Enzo si è parlato della nascita accidentale di Polaroid: di come sia nato dall’esigenza di avere online un foglio di appunti per il programma in onda nell’etere – e nel 2001 un blogghetto era lo strumento online più veloce per pubblicare qualcosa sul Web – e di come i post musicali inizialmente fosse variegati e mischiati alla vita privata, alle recensioni di libri e film, a playlist e cronache di concerti.
Poi l’arrivo degli mp3, la riscoperta del feed rss che permette di generare un podcast da distribuire anche su altre piattaforme – Spotify e Itunes, non vi temiamo! – e la mutazione definitiva in music blog: nel 2014 polaroid sarà l’unica presenza italiana tra i 100 blog musicali più influenti al mondo nella classifica di The Style of Sound.

Nella conversazione con Enzo, sono stati tirati in ballo anche la prima blog balotta emiliana e l’importanza dei contatti e delle relazioni nate o rinnovate sia on che offline, la sindrome dell’impostore” e la modalità slow blog .
A favore di filologia, c’è da aggiungere che la pronuncia di NEU radio, la web radio co-fondata da Enzo dove attualmente si ascolta Polaroid è alla tedesca, come il gruppo musicale kruat dei Settanta. Il claim di uno dei jingle è “Si scrive neu, pronuncia noi, vuol dire nuova”.

A aprire e chiudere il tutto, la doppia intersezione con Davide Carbonai: con una rivelazione dalla vita rocambolesca di Enzo – Enzo Fonico, non Enzo di Polaroid – e con le prime riflessioni sull’efficacia di questo modo di fare il podcast. Il gancio finale a “Cronosisma” di Kurt Vonnegut potrebbe far ben sperare per la prossima puntata.

Intanto, se volete, sentitevi questa. Dura i soliti venti minuti.

C’era una volta la blogosfera | episodio 2

Credits

Distribuzione e licenza

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I giardini digitali

Digital gardens | Maggie Appleton

Mi verrebbe da chiamarli orti ipertestuali, ma facendo così complicherei ancora di più la metafora vegetale con cui vengono indicati.

Facciamo un passo indietro: nel primo episodio di “C’era una volta la blogosfera”, Flavio Pintarelli ci ha ricordato i giardini digitali:

[i] cosiddetti “digital garden”, cioè dei siti che sono a metà fra dei blog e dei progetti dove, invece, l’intervento del programmatore, di chi scrive il codice, è un po’ più importante e che di fatto cercano di curare dei contenuti così come si coltivano dei giardini; quindi si creano dei microcosmi tematici.

Flavio Pintarelli | “C’era una volta la blogosfera” | Epiodio 1

Seguendo e approfondendo i link contenuti nell’ottimo articolo di Riccardo Coluccini dedicato a questi spazi virtuali, ho letto e apprezzato questa “A Brief History & Ethos of the Digital Garden” di Maggie Appleton che vale la pena leggere per capire la storia e l’evoluzione del termine e delle sue applicazioni nel Web.

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