Ecco dov’era finito

Does Big Brother exist?
O’Brian 13/11/84 01:17
Of course he exists. The Party exists. Big Brother is the embodiment of the Party
Smith 13/11/84 01:17
Does he exist in the same way as I exist?
O’Brian 13/11/84 01:17
You do not exist
Smith 13/11/84 01:17
I think I exist
13/11/84 01:18
I am conscious of my own identity. I was born and I shall die. I have arms and legs
13/11/84 01:18
I occupy a particular point in space. No other solid object can occupy the same point simultaneously
13/11/84 01:18
In that sense, does Big Brother exist?
O’Brian 13/11/84 01:18
It is of no importance. He exists
Smith 13/11/84 01:18
Will Big Brother ever die?
O’Brian 13/11/84 01:19
Of course not. How could he die? Next question

Questo dialogo esiste: cercatelo all’interno di un’applicazione usata da milioni di persone tutti i giorni. Anch’io la uso sempre, ma non ci avevo mai fatto caso.

Ma voi non sarà mica che lo sapevate già? Vorrebbe dire che ero rimasto solo io a credere che tutto questo esistesse? Oh, ma che m’avete preso per “Hurley” di Lost?

Lo stuntman vs. Schopenhauer

“Ma il presente si trasforma continuamente in passato fra le sue mani: l’avvenire è del tutto incerto e sempre breve. È dunque la sua esistenza, anche se esaminata soltanto dal punto di vista formale, un continuo precipitare del presente nel morto passato, un continuo morire. Ma ora guardiamola anche dal punto di vista fisico; è chiaro che, come il nostro camminare non è notoriamente nient’altro che un cadere continuamente trattenuto, cosí la vita del nostro corpo è soltanto un morire continuamente trattenuto, una morte sempre rinviata: nello stesso modo, infine, l’attività del nostro spirito è una noia continuamente allontanata. Ciascun respiro allontana la morte sempre incalzante, con la quale in questo modo noi lottiamo ogni secondo; e cosí di nuovo a maggiori intervalli con ciascun pasto, ciascun sonno, ciascun riscaldamento, e cosí via. Alla fine la morte deve vincere: è ad essa, infatti, che apparteniamo, per il semplice fatto di essere nati; essa gioca soltanto un po’ di tempo con la preda, prima di inghiottirla. Nel frattempo continuiamo la nostra vita con grande interesse e molta cura, fin quando è possibile, come si gonfia il piú a lungo e il piú ampiamente che si può una bolla di sapone, pur con la ferma certezza che scoppierà.”

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 57)

Bella merda. Ma noi siamo come the stuntman.

[Warning: il flash video è parecchio violento, la prima volta ci mette molto a caricarsi e poi finisce in un minuto e mezzo. Come la vita – direbbe quello stronzetto di Schopenhauer]

Please Kill Me

Legs McNeil e Gillian McCain - Please Kill MeTuratevi il naso e leggete questo libro.
Non è un invito alla fruizione à la democristiana né un incoraggiamento di fronte a un volume di più di seicento pagine, non è nemmeno perché il punk, se autentico, puzza: è per la traduzione che molte volte non regge.
A parte questo, Please Kill Me – Il punk nelle parole dei suoi protagonisti di Legs McNeil e Gillian McCain – rispettivamente uno dei fondatori della storica rivista Punk e un’agitatrice culturale tutt’oggi attiva con quel The Poetry Project le cui origini risalgono al 1966 e a Allen Ginsberg – è un vero e proprio oggetto narrativo, termine che Wu Ming 1 vi spiegherebbe meglio di me (ché con una tecnica analoga ha dotato New Thing, di uno stile in cui “le strategie narrative imitano il linguaggio del documentario e della videoinchiesta”.
Così è per questo libro in cui, andando in rewind in un poderoso montaggio d’interviste, potrete: percepire l’aria superstar e d’avanguardia della Factory di Warhol che sfruttarono Lou Reed e i Velvet Underground; potrete capire perché Iggy Pop, da commesso Osterberg divenne il giovane guerrigliero anfetaminico che si spalma di burro d’arachidi e di cicatrici; vedrete gli MC5 partire da Detroit per raggiungere la New York in cui Patti Smith e i Ramones stavano facendo diventare di culto Rimbaud e la violenza di strada; tiferete per Johnny Thunders e la sua parabola in discesa verso New Orleans; incontrerete i Dead Boys e i New York Dolls, alfieri d’una parola che William Burroughs usava per indicare balordi e sciancati non ancora sulle copertine di Rolling Stone. E poi ondeggerete sulle altalene di fama, successo, intelligenza e stupidità di Debby Harry, Jim Carroll, Nico, Sid Vicious e Lester Bangs e di quelli che si mossero intorno ai vomiti e al chili avariato di sperma del CBGB.
Capirete perché scrivere “Uccidetemi, per favore” sulla t-shirt prima di salire sul palco. E questo basta.

[Recensione pubblicata sul numero 3 di Sonic Magazine (ottobre-novembre 2006), ospitata all’interno della rubrica “Carta vetrata”, ideata e curata dall’hombre del Manwell blog]