Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione europea

Traduco un articolo di Jerome Emanuel Roos che condivido su tutta la linea, Žižek compreso.
[l’originale qui: “Why we need a European Revolution” | RoarMag]

Le proteste di massa che stanno interessando l’Europa sono una novità che non ha precedenti storici, sia per il carattere creativo e non violento, sia per la vastità della sua diffusione geografica. Il recente aggravarsi della crisi del debito dell’eurozona – è di ieri l’avvertenza di Paul Krugman secondo la quale il collasso è imminente e “It’s time to panic” – non farà che alimentare l’appena nato movimento europeo.

Tuttavia, per quanto possa essere stimolante questa richiesta di democrazia reale, altrettanto preoccupante è il suo possibile destino. È vero, abbiamo molti rivoluzionari e, per la prima volta dopo decenni, esiste qui in Europa un movimento rivoluzionario genuino. Eppure non abbiamo nessuna rivoluzione e, di questo passo, non ne avremo nessuna in tempi brevi.

La ragione sta nel fatto che mentre abbiamo un movimento, il movimento non ha direzione. Abbiamo una grande quantità di ideali, ma questi ideali non sono ancora uniti in un’idea ben precisa. A volte sembra quasi che l’epico bordello in cui attualmente ci troviamo ci abbia paralizzato. Da dove diavolo possiamo iniziare a sciogliere questo nodo gordiano?

Il punto di partenza più semplice da cui partire sta, logicamente, alla base. L’occupazione delle piazze, usando l’efficace e bellissimo strumento dell’ironia, è diventata da subito la nostra ultima spiaggia e il nostro primo passo. Spinti da una disperazione per lo stato in cui si trova il nostro mondo e dalla speranza di un futuro migliore, assomigliamo un po’ tutti al famoso “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà” di Antonio Gramsci.

Ma mentre esiste una vicinanza di cuore e un fascino per la struggente bellezza delle assemblee popolari che sono state organizzate nelle piazze d’Europa, c’è anche qualcosa di incredibilmente triste. Come è possibile che queste centinaia di migliaia di persone (che, nonostante la rabbia, sono state pacifiche nei modi e moderati nelle richieste) possano essere così facilmente ignorate e disprezzate dal sistema di potere dominante?

Quanto è triste vedere le decine di migliaia di persone sedute in strada a discutere di questioni fondamentali come la giustizia sociale, la stabilità finanziaria e la sostenibilità ambientale, sapendo che a millecinquecento chilometri a Bruxelles, Francoforte e Berlino una manciata di uomini e donne ingiachettati continuano a spartirsi il futuro senza alcuna considerazione per temi così cari a tutti?

Quanto è triste, in altre parole, vedere come nella gestione della crisi da parte dell’Unione europea, Puerta del Sol e piazza Syntagma siano solo ripensamenti. E, come risultato di questo, come è triste vedere obiettivi modesti come la lotta alla corruzione, le tassazione delle banche e la riduzione della spesa militare.

La vera utopia, come Slavoj Žižek ha più volte sottolineato, è che questi ideali di giustizia sociale, di stabilità finanziaria e di sostenibilità ambientale possono raggiunti all’interno del sistema capitalistico. Prafrasando Žižek, la vera utopia non sta nell’idea di un mondo radicalmente diverso, ma nell’idea di un esito radicalmente diverso all’interno dello stesso mondo.

La vera ragione della miseria dei popoli, dopo tutto, non sono la corruzione di alcune centinaia di uomini politici o l’avidità di qualche migliaio di banchieri, ma in primo luogo le dinamiche strutturali che rendono possibili e premiano un comportamento del genere. Come Robert Wade, il mio professore alla London School of Economics ha ammesso, “questa non è una crisi nel sistema – è una crisi del sistema”.

Il risultato è che la crisi di oggi non possa essere risolta da un semplice sistema di regole – “interventi di chirurgia estetica” come Wolfgang Münchau ha detto di recente sul Financial Times. Può essere risolta solo attraverso la trasformazione in un sistema completamente diverso. L’idea di un mercato comune caratterizzato dal flusso libero di merci e capitali, ma con nessun governo europeo a curare gli interessi dei cittadini che sono interessati da queste operazioni sovranazionali, è semplicemente stupida. E era destinata a produrre la crisi.

Poiché tutti siamo sottoposti nella nostra vita quotidiana alle dinamiche economiche di un mercato europeo profondamente radicato, la soluzione strutturale deve semplicemente essere europea. Voltare le spalle all’Europa, perché i tecnocrati di Bruxelles ci lasciano a terra sarebbe come buttare il bambino con l’acqua sporca. Come Žižek ha fatto notare in un eccellente articolo sulla crisi del debito greco:

“Si sente dire spesso che il vero messaggio della crisi dell’eurozona non riguarda solo la moneta, ma che il progetto stesso di Europa unita sarebbe morto. Ma, prima di avallare questa dichiarazione di principio, ad essa si dovrebbe aggiungere un tocco leninista: l’Europa è morta, ok, ma quale Europa? La risposta è: l’Europa postpolitica dell’asservimento al mercato mondiale, l’Europa che è stata ripetutamente bocciata nei referendum, l’Europa dei tecno-esperti di Bruxelles. L’Europa che si presenta con la freddezza dei suoi conti contro la passione e la corruzione greca, l’algida matematica contro il calore del pathos. Ma, per quanto utopico possa sembrare, lo spazio è ancora aperto per un’altra Europa: un’ Europa ri-politicizzata, fondata su un progetto condiviso di emancipazione, l’Europa che ha dato alla luce l’antica democrazia greca, la rivoluzione francese e quella d’ottobre. Per questo motivo si dovrebbe evitare la tentazione di reagire all’attuale crisi finanziaria ritirandosi nelle sovranità dei singoli stati-nazione, facili prede del capitale internazionale, che nel suo libero aggirarsi mette le nazioni l’una contro l’altra. Più che mai, la risposta a ogni crisi dovrebbe essere ancora più internazionalista e universalista dell’universalità del capitale globale.

Nei prossimi post approfondirò meglio quali tipi cambiamenti dovranno avvenire a livello europeo. Al momento è sufficiente notare che incolpare i politici dei singoli stati nazionali per questa crisi, desiderando e ripiegando su una sorta di ritorno a uno stato nazionale democratico è inutile. Finché l’Unione eurpea continuerà a funzionare secondo i dettami del dogma liberista i politici continueranno a rimanere semplici pedine in mano alle banche francesi, tedesche e olandesi e la democrazia rimarrà lettera morta così come lo è oggi.

Quindi se il movimento che reclama democrazia reale e subito, vorrà superare lo stato dell’indignazione e svilupparsi in un movimento con un potenziale davvero rivoluzionario, dovrà sviluppare una critica coerente e un’alternativa costruttiva a questo sistema. Questa alternativa dovrà essere costruita dalla base, ma non rimanendo limitata ad essa. Se la rivoluzione greca e quella spagnola vorranno avere successo, la lotta dovrà essere portata a Bruxelles.

3 comments

  1. sarebbe interessante seguire anche la vicenda islandese degli ultimi anni.
    hanno praticamente riscritto la costituzione dal basso.
    ne parla pino cacucci nel suo podcast feltrinelli

  2. però un tastino condividi su twitter e uno condividi su facebook ce lo potresti mettere. ah già, ma tanto i blog sono morti.

  3. strelnik

    Grazie della segnalazione, ars; vo a ascoltare il podcast del Cacucci.

    Hai ragione, Ciocci, è che il blog è in modalità slow: i social network potrebbero scuoterlo dal sonno rem in cui è piombato.

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