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Fiammata di Cisnext

Geppetto trascorse il pomeriggio a rimirare quel tronchetto e a infilarsi le dita nel naso, pulendole sulla corteccia. Non sapeva da dove cominciare. Arrivò la sera, e faceva più freddo. Non ci pensò su due volte, ma tre, e deciso prese il tronchetto e lo gettò nel camino. Esplose una gran fiammata. In un'ora la casa bollì di calore, anche troppo. Fuori era inverno, Geppetto dormiva nudo e felice, al riparo dalla morsa del gelo, e parte della casa andava a fuoco.
A notte fonda fu svegliato da qualcosa. Andò alla finestra. Il villaggio immoto era avvolto dalle ombre. Un'ala della sua casetta era ridotta a cenere e qualche brace ardeva nel buio. Si voltò, e vide un burattino sdraiato sul suo letto. Fu solo per qualche istante. Scherzi del sonno, pensò, e tornò a dormire.
Il giorno dopo era a vagare per campagne verso la fine del mondo. Gli parve di scorgere un grosso animale nella radura. Si avvicinò ai cespugli, scostò il fogliame. Sì, era proprio un grosso animale. Ci rise sopra. Pensò di venir mangiato, e invece era un grosso animale e nient'altro, che scappò via con addosso la risata di Geppetto. Tornò a camminare voltandosi spesso con la sensazione di essere seguito da un grosso animale. Il sentiero continuava dritto per decine di chilometri, e non poteva seminare alcunché. Camminò per mezz'ora con quell'angoscia. Vide un puntino in lontananza, subito pensò che si trattasse di un grosso animale. Solo a pochi metri di distanza, dopo un'altra mezz'ora, lo riconobbe, e si fermò, si fermarono, lui e il grillo in quel sentiero. Il grillo prese un libro dalla pila che teneva in braccio e lo porse a Geppetto.
"E perché proprio a me?", domandò Geppetto.
Il grillo si guardò intorno e scoppiò a ridere. Un burattino comparve dal nulla di fianco a Geppetto. Questi lo guardò sconvoltò e trasalì. Il burattino lo fissava molto male. Il grillo guardò il punto dove Geppetto vedeva il burattino, e non vide niente, se non la ghiaia.
"Fa paura, eh?", chiese il grillo, riferendosi alla ghiaia.
Il burattino scomparve, e il grillo insistè col libro in mano.
"Ti posso dare la mia giacca", disse Geppetto, e restò in maniche di camicia con il libro in mano. Un simpatico abbecedario. Ricomparve il burattino, questa volta era ghignante. Geppetto fece finta di niente e ricominciò a camminare recitando l'abbecedario. Di tanto in tanto si voltava. Vedeva il grillo allontanarsi e più vicino, immobile, il burattino ghignante. Dopo mezz'ora non riconobbe chi dei due fosse chi, e gli sembrò che potesse trattarsi di un grosso animale. Accelerò il passo. Camminava sempre più velocemente, ma senza correre. Raggiunse velocità inconcepibili per un essere umano, senza mai correre, sempre camminando. Arrivò alla fine del sentiero e si fermò di colpo di fronte al nulla. D'altronde Geppetto era convinto che la Terra fosse piatta, e ogni volta che faceva queste passeggiate fino in fondo veniva corroborato da ulteriori conferme alle sue certezze. Nel nulla vide un'ombra più vuota del nulla e pensò che fosse un grosso animale. Allora tornò indietro. In lontananza vide un puntino. Lo raggiunse, ci passò vicino, era davvero un puntino, gli faceva pure tenerezza. Dopo alcune ore raggiunse la sua casa bruciacchiata. Di giorno si dedicava a ripararla, la sera andava a letto e al mattino la ritrovava bruciata. Tutto da rifare, ogni giorno.
In paese, spesso, notava un burattino correre nella sua direzione tra la gente del mercato. Quando era a pochi metri scompariva nella folla. Una mattina era nel bosco a cercar legna e vide il burattino arrampicato su un albero che picchiava nervosamente col naso il tronco. Si sedette a guardarlo. Quando l'apertura fu abbastanza larga ci entrò e sparì nel tronco. Il burattino, non Geppetto.
In paese correva voce che Geppetto fosse pazzo. A testimonianza di questo, Geppetto la inseguiva, e quando stava per abbracciarla questa svoltava in un angolo e si perdeva nei vicoli. La voce era più scattante di Geppetto. La gente metteva in giro voce che Geppetto fosse pazzo perché si metteva ad inseguire la voce che appunto diceva che Geppetto fosse pazzo. Un circolo vizioso. Nessuno ricordava più da cosa scappasse quella voce. Una sera, però, la sorprese ad ubriacarsi in osteria con altre voci ostili, le tirò una gomitata e la uccise. Il giorno dopo giravano voci in paese che Geppetto fosse un pazzo omicida. Non si dette la pena di inseguirle. Si chiuse in casa. Era solo, nel silenzio, quando sentì dei rumori provenire dalla cappa del camino. Che fosse un grosso animale? Andò a vedere. E sì, era davvero un grosso animale. Accese il camino e fece per andare a sedersi. Vide il burattino in mezzo alla stanza. Rimasero lì a guardarsi. Il grosso animale urlava di dolore mentre la sua carne viva già scoppiettava sul fuoco. Il burattino avanzò di un passo verso Geppetto, che indietreggiò verso il camino. Il grosso animale prese a urlare più forte. Il burattino avanzava, e Geppetto indietreggiava terrorizzato. Il grosso animale smise di colpo di lamentarsi, e la casa fu inondata dall'odore della carne ben cotta. Intanto, il burattino aveva intrappolato Geppetto contro il camino, il cui fuoco si stava alimentando con i suoi pantaloni. Geppetto gridò, si gettò a terra dimenandosi. Il burattino lo riempì di coltellate, o meglio, lo infilzava di naso, ma ad una ipotetica autopsia nessuno avrebbe potuto immaginare che quelle ferite fossero state causate dal naso appuntito di un burattino, così vada per le coltellate. Il fuoco abbrustolì per bene Geppetto, e nuovamente la casa fu inondata dall'odore della carne ben cotta. Il burattino banchettò con il corpo di Geppetto, e una volta satollo si adagiò a dormire usando come giaciglio un mucchio d'ossa spolpate.
Il mattino dopo un tale Mastro Ciliegia andò a trovare Geppetto. Bussò alla porta, che era socchiusa. La aprì ancora un poco. Vide qualcosa muoversi nella penombra. Spalancò la porta e gridò: "Geppetto amico mio!", e invece no. Si trattava di un grosso animale che piluccava i resti di qualcosa per terra. Erano ossa. In mezzo alle ossa c'era un tronchetto, di quelli adatti al camino. Mastro Ciliegia girò per la casa. Sentiva un forte odore di carne bruciata, e di qualcos'altro che non gli piaceva affatto. Pensò che Geppetto fosse al solito sentiero in viaggio verso la fine del mondo. Raccolse il tronchetto e uscì.
Arrivato a casa raggiunse sua moglie, che in quel momento stava bevendo dall'abbeveratoio insieme ai muli. "Guarda che bel tronchetto che ho portato!", disse Mastro Ciliegia, e subito mise le mani in pasta alla moglie. Questa si rifiutò, perché aveva le sue cose, diceva, ma a Mastro Ciliegia non importava. Anche io ho le mie cose, pensò, e si guardò le scarpe, guardò la casa, i muli, la moglie, e si sentì orgoglioso. Insomma, se la scopò lì, tra i muli, usando l'abbeveratoio come elemento portante di innumerevoli posizioni. Finito di consumare, Mastro Ciliegia si accasciò esausto al suolo, e sua moglie si tuffò nell'abbeveratoio per lavarsi.
Dopo qualche ora si trovavano entrambi in casa. Fuori nevicava, e Mastro Ciliegia usò il tronchetto per raddrizzare il tavolo dove stavano mangiando. Erano arrivati al caffè quando il tavolo cominciò a camminare da solo per la stanza. La scenetta andò avanti per un bel po', e Mastro Ciliegia si irritò, se non altro perché sul tavolo c'era lo zucchero, tra le mani aveva il caffè, e a lui non piaceva il caffè amaro. Posò la tazzina a terra e inseguì il tavolo, lo fermò. Con un calcio cacciò via il tronchetto.
"Cazzo!", urlò Mastro Ciliegia. La moglie, spaventata, andò a tuffarsi nell'abbeveratoio.
"Fanculo anche lei!", disse. Afferrò il tronchetto, lo guardò ghignante, come impazzito, e lo gettò nel fuoco. Un'imponente fiammata illuminò a giorno tutta la sala.

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