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Dove sta nascosto, adesso di Paolo Ippoliti

------E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
------Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:*

35.
ed anche se misture azzardate d'acidi in questo momento attaccano e distruggono i fotogrammi, il modo in cui qualcuno che non vedi più li ha disposti in sequenza lascia un margine quasi nullo alla possibile misinterpretazione: il bindolo resta fermo, ed una vita da soma raggiunge la fine. Sul tavolo quattro taglierine, uno scaldamani di metallo rivestito che ancora serba in sè il calore lieve d'un carbone pressato che al suo interno ignisce; poi un singolo foglio di pergamena, secco ed arrotolato sui bordi, un sasso d'inchiostro e una grattugia di pietra, e solo un pennello medio immerso nell'acqua sporca d'una ciotola.

3.
Il vecchio non crede nei giorni alterni o nelle spruzzate di neve, il vecchio non crede nelle strane luci del cielo, il vecchio non crede nel villaggio, non crede nella morte per crepacuore e non crede che poche parole bisbigliate nel dormiveglia alcolico possano di fatto portare a un risultato: e mentre si denuda, mentre accende fuochi e canta nenie in uraniano barbarico, mentre s'incide il pollice e disegna sigilli col sangue che ne fuoriesce, mentre danza ebbro e sbatte braccia già livide sotto al piccolo altare innominabile che tiene nascosto nell'armadio, mentre suda ed ansima e s'iperventila una serie scombinata di pensieri e memento lo pervade; e pensa all'Amalia, al seme d'un uomo già decrepito che la rende pregna dopo cinque minuti d'ansimi soffocati in un granaio; al padre di lei che arriva, vecchio compagno d'armi che lo immobilizza, e gli spacca uno stinco con una zappa; e Amalia che muore trangugiando un decotto per abortire, portandosi dietro l'unica chance strappata dal vecchio al cielo di permanere oltre la pelle ed ossa che lo rivestono.

Un spiffero di vento evince la barriera tentativa del vetro sottile e della raffia alla finestra e sfoglia il grimorio oltre il segno delle pagine che servono. Il vecchio se ne avvede, torna al tavolo e sfoglia all'indietro lungo fogli ancora da riempire: e con gli occhi ripercorre le tracce di schizzi affrettati, calligrafia sbilenca che descrive l'orrore d'una trappola eterica atta a catturare, dentro a un legno esanime, la scintilla fulgida della sua prole senza carne. Si schiarisce la gola e intona quattro chiamate assieme, si massaggia il membro avvizzito con crema di belladonna e digitalis purpurea finché non sente il sangue far ritorno, s'arrossa in volto e un poco geme, punta al nord e con l'indice teso traccia nell'aria una stella, e fa lo stesso al sud ed all'ovest e all'est; poi sopra la testa scrive al contrario quello che ha mandato a memoria dai primi capitoli del grimorio. Le quattro chiamate morphano nel ringhio d'una bestia: il vecchio si accuccia, respira come un orso e si tocca, bacia il tronco, vi sussurra sulla scorza frasi che schioccano come il piccolo incendio nel camino;

l'aria si rompe;

e la finestra trema, il vento la percuote come mille arieti, la fiamma rifugge dal camino in lingue lunghe, il vecchio trema e ruota sulla schiena come una trottola del male, urla ed urla ancora, ride come un folle e tossisce, bestemmia, s'avvinghia al tronco, lo ama penetrandolo nell'unico pertugio, gli schizza dentro un seme giallo sporco, sterile come una pietraia;

e ogni suono cessa.
La fiamma si seda e torna nell'alloggio.
Il tronco rotola via di qualche centimetro.

Il vecchio si stende sulla schiena, il cuore in gola e l'espressione d'una scimmia permalosa che digrigna i denti a chi passa fuori dalla gabbia. Sente freddo, il vecchio. Si alza e si copre in malo modo con una coperta lercia, cercando di non stramazzare a terra per le vertigini. Riprende fiato, si guarda intorno: poi si fissa sul tronco. Che sta lì, ancora inanime, lordo di marcio liquido seminale, box schroedingeriano da scolpire dentro una forma.

Il vecchio afferra l'ascia.

16.
Si riebbe sentendo netta la lingua rasposa del cane sulla guancia.
------Ma che cazzo mi hai dato? Mi scoppia la testa, le disse, dopo aver realizzato dove si trovava e come aveva fatto ad arrivarci.
Lei non rispose: stava zitta, ammirandolo con occhi dardeggianti e pupille troppo ampie e nere ed un sorriso lieve sulla bocca, appuntando di tanto in tanto parole fugaci sopra ad un foglio e tirando lunghe boccate da una piccola pipa di ceramica.
------Mi sento una merda. Mai stato così male in vita mia, continuò Pinocchio, prima di volgersi su un fianco e vomitare in una ciotola spaventando il cane.
------Tieni duro, ragazzo di legno, sogghignò la Fata distogliendo gli occhi dalla ciotola e dalla scena, Hai ingoiato un diserbante. Ho preparato la dose per bene, e invece di morire hai messo giù tre matrici perinatali.
------Un vero trionfo, incalzò la vecchia serva, dovrebbe mostrarsi grato alla mia signora. E non lanciare improperi.
------Di cosa cazzo blaterate, borbottò lui in risposta, attraverso il panno col quale si nettava la bocca, il diserbante....
Tossì forte per sette volte a fila, respinse un conato e sputò via un grumo verde.
------E come le hai chiamate. Le matrici. Che vuol dire?.
------Lascia stare il che, cioccoboy. Succede questo: ci state in due lì dentro.

------In due? ------
Sì, due
, rispose la Fata divertita. Ti pensavi un candido bimbo in trappola dentro 'cortice ostile', vero?
Sospirò, alzò gli occhi al cielo e si portò una mano al cuore.
------E quelle lunghe notti di luna piena, sognando di stillare fiumi di lacrime, maledicendo un fato avverso...
Pinocchio la fissò, pupille come anemoni filtranti odio. Lei s'accucciò e si portò a tre centimetri dalla sua faccia. Poteva sentirne il fiato caldo anche attraverso il legno, annusarne la eco di spezie astruse e fumo denso che le scivolava via dalle labbra.
------Patetico stronzetto. Non stavi da solo, scandì, abbassando il tono d'una ottava. Non per un singolo momento della tua vita.
Si rialzò, ando al tavolo, prese un fascicolo di fogli stampati e glielo porse, con aria di vaga sfida.
------Mai sentito parlare di amadriadi?

33.
Devi arrivare in capo al mondo, dire di cercare l'austera serenità di monasteri e innevate intatte vette, dire di cercare il silenzio per evitare che la testa t'esploda, ti frigga una volta per tutte mentre le voci che t'urlano dentro ammontano frastuono su maelstrom già densi di rumore bianco; confidare che il gelo della neve penetri sino ad alburno, libro e durame avvelenandoti a glaciale sempiterna quiete il midollo;
e il tipo rude nella caverna, la pelle istoriata e cotta dal sole so much closer; che mentre mastica yak affumicato dice che:
un taglio radiale risparmia energia e movimenti, rende assi centrali stabili e spesse (che ci costruisci, aggiunge, all'occorrere, una casa):
e che non risolvi niente, così:
la fiamma rende calore, e te in cenere; il bimbo ubbidiente con la carne al nono grado (ma comunque:);
e non risolvi niente:

e per dieci anni, al monastero t'imbrigliano ad un bindolo, a macinare un grano coriaceo che cresce sotto al ghiaccio deridendo il cielo: che gli fai schifo, che pari un mostro: peggio d'una bestia; e non solo: che se nasci senza stelle, non meriti nemmeno la morte: e allora schiatta, bestia

e quando il latho jhakri ti scioglie il buio sta lì già da ore,
mentre ti trascina via inerte per diruvi impervi sbatti sulle pietre con schiocchi secchi,
e come un jingle del cazzo fai tuc e tac e tic
e ti chiedi se almeno gli avvoltoi o yeti stiano ascoltando,
se alle fosse a cielo aperto, ai cadaveri sezionati a trance rozze importi
del tuo viaggio;
e quando più tardi, che già albeggia, il tipo ancora non ti parla, accende un fuoco, spalanca la bocca senza fare un suono e mima rinoceronti, balene, gatti e volpi, si fa lividi scuri in testa battendosi con selci aguzze, quando ti butta a terra, t'alza il collo, t'infila una mano in bocca fino al gomito ed agguanta e tira e tira e tira e tira via:

l'aureo pargoletto
che per troppi anni
t'ha usato come s'usa un guscio:
che adesso sta in luce, tra le fiamme e l'alba,
né carne né spirito,
gelatina quasi inerte che tenta
di rantolarsi fuori
dallo strangolamento dell'estrazione:

allora vorresti dire:
t'ho sempre amato, Pinocchio caro
sempre sempre sempre
e il caro Geppetto che il cielo l'abbia in gloria
dirlo per cento volte a fila,
ché il naso ti cresca a giusta spanna
per eleggerlo a furiosa sciabola
e piantarglielo nel cuore:

e stai solo ora,
e finalmente,

37.
Fissa quel foglio, l'ultimo, e pensa: ricorda: lungo volo di soffocanti attenzioni e inganni, fate psicotrope e gente che, in primis, t'incula: e vorrebbe sfogliare con sdegno le pagine della fiaba per mostrare al faccino di cazzo dove sta nascosto, adesso, il vecchio Pinocchio di legno; la fiaba, altra inculatura: storia d'un burattino:
(che però, pare); seppur definito tale, mai ebbe fili intorno ai polsi:

e su questo,
passa il sasso d'inchiostro sulla grattugia,
mescola la polvere all'acqua,
vi impregna il pennello,
scrive l'ultimo haiku della vita
e sorridendo lieto,
esce dalla capanna e
si getta giù per il dirupo,
sperando di morire.

* (da Pinocchio, di Carlo Collodi)

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