| "Sogni deformi di tutti gli errori
niente che rimane per voi
eroi eroi, eroi eroi
condannati a marcire
nel labirinto dei vostri confini"
Atrox, "Condannati", Fiori neri (1990)
Muoviti.
Strattonato, sollevato e spinto in avanti, uno per braccio e
i piedi che si agitano inutilmente a tracciare brevi solchi
intermittenti, ora per aria ora nel fango.
Piantala e muoviti.
E allora cammini, senza fretta sì ma cammini, e poi di
nuovo a peso morto. Non una parola, lo sguardo inespressivo
e libero di vagare nel vuoto, a tratti piagnucoli e ti agiti
scalciando disordinatamente.
Vogliono il teatrino? Così sia. Lascia che giochino ancora
per qualche chilometro.
Lascia che si gongolino ancora per pochi minuti.
Lascia che le marionette si trastullino con il burattino. Sul
palco sei nato e per il palco hai vissuto, che ti costa concederti
per qualche attimo? Cosa sarà mai, c'è quasi di
che divertirsi. Hai recitato per - quanti anni? Continuerai
a recitare per altrettanti. Puoi farlo anche adesso, e allora
su, avanti: musica maestro! Regala anche a questi due il meglio
di te stesso, concedi un ultimo spettacolo a queste miserabili
esistenze consumate in panni di lana che si ostinano a chiamare
uniformi.
Vi prego, vi prego, vi prego.
Io le chiamo: semplici maschere.
Lasciatemi andare, non ho fatto niente, io - segue un biascicare
incoerente
Io le chiamo: bare sigillate con filo di scozia.
Poi, silenzio. Poi, riprendi a piagnucolare. Improvvisare è
una delle poche cose nella vita che ti è sempre venuta
bene. L'unica, forse. Anche senza il forse.
Continua il biascicare incoerente
Io le chiamo: sudari per protagonisti inconsapevoli.
Io sono: il prodotto incoerente di una fantasia collettiva che
ha finito per vivere di vita propria, nient'altro che questo.
Solo una sintesi oscena, che di quella fantasia rispecchia insieme
proiezioni e perversioni, sogni e malattie, desideri e vendette,
solo questo sono, e solo questo è tutto ciò che
mi circonda - gli animali antropomorfi gialli e arancioni in
tuba e giacchetta, i tratti deformi e caricaturali degli umani,
siete macchiette e niente più, il romanticismo stereotipato
delle sfumature in rosso carminio del sole e del sangue, che
corre rapido al tramonto tra i vicoli e su corte lame appuntite,
rettilinei che tagliano i campi (regolari e colorati dall'illogico
alternarsi di gelo e pollini) senza andare da nessuna parte,
laggiù verso il lontano orizzonte oltre le porte della
città (ma quale orizzonte poi? La fine di un foglio forse?),
il cinguettare allegro dei cardellini che cade dalle foglie
ondeggiando su corpi lividi e privi di vita, derubati e abbandonati
nella notte ai piedi di un albero da mani invisibili, occhi
di ceramica a fissare imperturbabili un'alba che non potranno
più vedere.
Ciò che mi circonda. Un libro che non riconoscereste,
se solo vi deste pena di leggere tra le righe anziché
fermarvi alle immagini grandi e gioiose e ovattate della fiaba,
quelle immagini innocenti fissate nel tempo da una filastrocca
che riflette ciò che è stato senza raccontare
ciò che è, senza dire - ma non la biasimo, come
avrebbe potuto? - quanto un mondo partorito dalla fantasia dell'uomo
possa profondamente cambiare vivendo tanto a lungo sotto la
sua ala, ignara e protettrice. Siamo quello che siete, forse
da questo punto di vista non è del tutto corretto ritenere
che la fiaba abbia finito per vivere di vita propria ma, dopotutto,
è ininfluente.
Gli acetati, i vivaci tratti di pennello tracciati e animati
nel tempo da chissà quante migliaia di artisti e le rime
baciate sono un ricordo reso ancora più vivo, per contrasto,
dall'oscurità e dalla morte che ogni giorno strisciano
alle spalle delle nostre vite di protagonisti o personaggi comprimari
o semplice comparse e vittime designate. Perché il lieto
fine è un asso che puoi calare una e una sola volta,
ed è già stato giocato in un punto così
lontano nello spazio e nel tempo che non so più nemmeno
dire quando sia accaduto.
Magari quando ancora avevo accanto il falegname nostalgico e
desideroso di rivivere, intagliando un burattino, tempi che
mai furono. Quando ancora quel falegname non si era reso conto
di come fosse aberrante amare, non ricambiato, un essere inorganico
(figlio? Amare? Parla per te, vecchio), posto che quel falegname
sia mai esistito - perché in fondo non ne possiedo la
certezza né il desiderio di sapere. Non sento, accanto
a me, la mancanza di quel patetico corpo, maleodorante e sgraziato
come solo gli esseri umani sanno essere, debole come solo voi
sapete essere. Parlare di riconoscenza? Ipocrisia.
Magari quando ancora rubare un lecca-lecca era considerata la
fine del mondo, o quando potevi permetterti di imboccare strade
secondarie senza doverti preoccupare di chi o cosa avresti incontrato
dietro l'angolo.
Magari prima che bastasse uno sguardo per trovarsi con un buco
nella schiena. Prima, forse, di dover correre veloci e guardinghi
ogni volta che si portava con sé anche solo un misero
gruzzolo di poche monete.
Prima degli impiccati che dondolano dai cornicioni dei palazzi
e dei morti straziati nei fienili.
Della scure del boia che scintilla stagliandosi contro le nuvole,
nel cielo sopra la piazza.
Delle strade illuminate nel cuore della notte dai tetti in fiamme.
Delle ombre che si muovono furtive vicine ai muri.
O dell'eco di urla strazianti.
O del coprifuoco.
Della paura.
Di tutto il resto.
Alzati! Non ho intenzione di trascinarti un solo metro di
più.
Patire? E per cosa, di grazia? Nostalgia di ciò che non
sarà mai più, quandomai? Preoccupazione, o sofferenza,
magari? Il legno di pino, ma anche ogni altro legno se è
per questo, non possiede coscienza: il falegname lo sapeva bene.
Non conosce pene o rimorsi, né amore, né tantomeno
tenerezza o tristezza o compassione. A ben guardare, col tempo
la mia vita si è fatta molto più semplice: nessun
ruolo patetico e strappalacrime in cui calarsi controvoglia,
nessun tutore e nessun padrone, niente più parabole e
interventi di un deus ex machina per risolvere situazioni inverosimili
con peggio che inverosimili escamotage, basta comparse, basta
con morali puerili, fine dei siparietti educativi. Se lassù
non interessano più a nessuno, bene, a maggior ragione
non interessano nemmeno a noi (ma ci sono forse mai interessati?),
a me, quaggiù. O quassù. Insomma, dovunque si
trovi questo mondo, mi avete in un certo senso restituito la
libertà - certo non in maniera intenzionale ma figuriamoci
se mi formalizzo per un simile dettaglio. Quale sia stato il
prezzo in termini di qualità della vita (vita?) di chi
lo abita, questo mondo, ebbene vi confiderò un segreto:
non è affar mio.
A me la cosa comporta giusto qualche incidente di percorso,
di tanto in tanto.
Ti vuoi dare una mossa?
Come questi due.
In gendarmeria potrai accasciarti al suolo quanto ti pare.
Falla finita.
Ecco, bravo. Pensavo giusto che avrei un'altra cosa fare prima
del tramonto, e un altro paio dopo. Oltretutto, l'intervento
con cui avete mandato all'aria i miei affari mezz'ora fa è
stato quanto mai intempestivo. Lasciatevelo dire.
Quindi.
Che questa seccatura abbia fine una volta per tutte. Che si
concluda con un'impennata dal piagnucolare alle urla isteriche,
che finisca con un balzo dall'apatia ai violenti tentativi di
divincolarmi dalla stretta che mi chiude su entrambi i lati,
fletto le venature di tutto il corpo irrigidendomi e inarcandomi
come per spiccare il volo con l'aiuto delle due ali in divisa
che mi accompagnano, mi impunto sbavando e ringhiando, strattono
prima a destra poi a sinistra, e poi ancora a destra e più
forte in avanti, e ad ogni movimento invoco intorno alle braccia
una stretta che si fa sempre più salda. Bravi, così.
Quanto tempo ci metterete ancora, prima di reagire come si deve?
Allora ecco, mi agito in preda alle convulsioni di un violento
attacco di collera e urlo frasi senza senso finché non
sono costretti a piantarsi su entrambe le gambe nel tentativo
di tenermi a bada, finché le mani che mi stringono raddoppiano
e i visi, incorniciati tra gli anacronistici baffoni e la ridicola
falda del cappello, non diventano così rossi per lo sforzo
e la rabbia da uniformarsi con il colore del pennacchio che
svetta sulle loro teste. Cerco ripetutamente di ruotare su me
stesso, a questo punto perché, a dio piacendo, magari
ci siamo.
Allora vuoi proprio che ti facciamo del male.
Certo che li sento, i primi schricchiolii. Però: male?
L'anatomia di un burattino non ti deve essere molto chiara,
appuntato. Vedi carne? Vedi nervi? Sangue forse? No? Ecco. Peggio
per te quindi. Gli strattoni si fanno sempre più violenti,
muscoli contro legno, quattro mani dalle nocche sempre più
bianche nel tentativo di non scivolare verso i gomiti e non
perdere la presa, la leva aumenta ogni frazione di secondo.
Un rumore più forte, prolungato. Il punto di rottura.
Lo schiocco secco. Quello a destra perde l'equilibrio, arretra,
oscilla un secondo come chi vince il tiro alla fune con un ultimo
violento colpo di reni, e finisce lungo disteso sulla schiena
con ancora in mano il troncone del mio avambraccio. Stupore.
Finalmente, ce l'hai fatta.
Un attimo prima sto ruotando su me stesso caricando tutto il
peso sulla spalla, ormai alleggerita del fastidioso fardello
in divisa. Un attimo dopo un rumore soffocato accompagna il
moncherino appuntito attraverso quella carne, quei nervi, quel
sangue che non possiedo, attraverso le corde vocali e la trachea
dentro e poi fuori la giugulare fino a qualcosa di rigido, un
vertebra, il cappello cade di lato e il bavero di lana strappato
per metà comincia a scurirsi e la presa viene meno anche
sul braccio sinistro. Estraggo quello che rimane del destro
dalla gola e mi giro sull'altro lato, per premerne l'estremità
lorda e gocciolante nell'occhio dell'altro - che ancora mi guarda
esterrefatto - ed affondarlo fin dentro la scatola cranica,
mentre intorno all'unico bulbo rimasto si congela un'espressione
mista di meraviglia e spavento che continua a galleggiare nell'aria
mentre la testa si piega all'indietro e cade insieme al corpo.
Tutto ad un tratto è di nuovo silenzio. Solo il vento,
che attraversa leggero l'erba alta e i rami di qualche quercia
lontana. Solo i tonfi sordi di gocce sul terreno.
Io le chiamo: bare sigillate con filo di scozia e bagnate dal
sangue che sgorga a fiotti ritmati.
Mi scrollo di dosso i grumi che mi sono rimasti appiccicati
addosso, recupero il pezzo di braccio che mi è stato
sottratto dalla pozza nerastra che si allarga sulla strada polverosa.
Non che mi serva più, certo avrò bisogno di un
arto nuovo, ma il legno è buono e robusto, sai mai che
mi possa fruttare qualche soldo. Ironia: è abbastanza
grande da poterci ricavare un burattino.
C'era una volta il confine tra realtà e fantasia, c'erano
mani che hanno scritto e disegnato e menti che hanno desiderato
così forte al punto da creare qualcosa che non poteva
essere, che non può essere, che semplicemente non è.
Non è realtà e non è fiaba, non è
del tutto vero né tutto inventato, è prodotto
dall'uomo ma non è da lui più controllabile, vive
in funzione dal suo creatore ma a prescindere da esso. È
solo un'anomalia della storia, o forse ne è l'unica componente
davvero sensata.
Mi incammino verso le mura, sotto il sole ancora alto nel cielo.
Com'ero buffo, quand'ero solo un burattino! E come son contento,
ora, di essere diventato un ragazzino perbene!
Ogni sogno può diventare un incubo. Ogni incubo è
un sogno
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