|
Un giorno la maestrina delle elementari m'ha sdraiato sulla
cattedra e riempito di striscie rosse e di striscie blu a penna,
m'ha fatto due labbra che sembravo una diva del varietà scaduta,
messa su un trespolo a raccontare il calcio agli italiani.
Quel giorno ho lasciato la scuola abbastanza sconvolto, direi
per sempre.
Mi sono diretto subito dall'unica persona che potrebbe spiegarmi,
credo, o meglio lasciarmi spiegare; per quanto non ci sia mai
riuscito davvero, anche a me qualche volta piace provarci: un'amica
che suo malgrado mi ama, neanche tanto segretamente, anzi per
niente in segreto, visto che lo so perfino io.
Io non la amo.
Ho i giocattoli che voglio, mio padre falegname ne costruisce
per chi può pagarli, perché si sa che quelli di legno sono un'altra
cosa, "ma quando c'erano" si risponde di solito, che oggi nessuno
ne fa più, e un artigiano onesto, onesto ma anche ingegnoso
come mio padre, che fa?
S'è messo a rifarli, salvando i giocattoli di legno, la sua
carriera e le mie voglie.
Non amandola la evito per quanto posso.
Quando voglio parlarle invece non la evito, per quel suo musetto
così involontariamente adorante: lei mi dice apertamente che
se potesse tra tutti vorrebbe non amare proprio me, e a me piace
anche la sua sincerità, insieme ai bei lineamenti protesi a
pendere dalle mie labbra.
Ti fa sentire di poterle dire tutto, di potere parlare con lei
come faccio da solo, senza conseguenze punitive, dicendo quello
che mi passa per la mente esattamente come mi passa, le volte
che mi passa, che in fondo non sono tante.
E forse anche lei sente che sento così.
Mi ascolta come se tutto quello che dico, ma proprio tutto,
fosse importante.
A tratti mi lascio tentare dall'illusione di crederle, anche
se come tutti so che in realtà è impossibile: per quanto poco
parliamo, come vuoi che sia davvero importante tutto
quello che diciamo? E dai!
Con lei posso credere il contrario, per un po', e siccome credere
in qualcosa è bello, soprattutto se non sei proprio sicuro che
esista, mi viene voglia di parlarle; quando mi succede non le
sfuggo, visto che cerca sempre l'occasione di starmi vicino.
Lei mi trova rigido.
E' buffo dirlo di se stessi, ma credo che le piaccia così.
Sembri un burattino di legno, mi dice con dolcezza quando mi
carezza il petto sotto la camicia aperta, e continua a parlarmi
e carezzarmi anche quando io, che fingevo di leggere per poterle
rispondere soltanto quando mi va, mi sono in realtà addormentato.
Non sono un burattino di legno, ovviamente, anche se sono rigido
come se mi avessero infilato un manico d'ombrello su per il
sedere.
Non si può escludere, tra l'altro, che metaforicamente sia successo
davvero: non è detto che tutto ciò che ti è negato, o che viene
quando è troppo tardi, ma più spesso arriva non voluto e ti
urta, non sia il manico che ti entra proprio da dove la merda
dovrebbe soltanto uscire.
Lo so anch'io di essere rigido, mi accorgo del bisogno di contrarmi
quando le circostanze sfuggono al mio controllo, come succede
appena metti un piede fuori casa, e qualche volta anche se non
lo fai, ma questo fa di me un essere di legno?
E' così perché non hai mai affrontato tuo padre, mi ha
detto una volta un'altra ragazza con cui andavo a letto, tra
le lacrime, perché alla tua età sei ancora come ti ha fatto
lui!
Una delle mie stranezze per me più difficili da comprendere,
è che mi restano in mente anche frasi come queste, stupide,
senza senso e dette chiaramente soltanto per rabbia, mi restano
piantate dentro come proiettili appuntiti, proprio come se fossi
di legno, ma un bersaglio, non un uomo.
Non escludo che la maestra tracciasse numeri e segni concentrici
sulla mia pelle esposta.
Mentre lo faceva, tutti potevano vedere crescere l'appendice
del mio corpo, perché anche il corpo ha i suoi modi di mentire
come ce li abbiamo tutti, facendo finta di non sapere che nel
frattempo tu sei umiliato - perché insomma, ditemi se essere
segnati su una cattedra davanti a tutti non è umiliante, ancora
di più se ciò ti fa reagire fisicamente, com'è successo a me.
Oggi però, mentre il mio corpo fa finta di non sapere dell'umiliazione,
e si predispone lo stesso a quelli che dovrebbero essere piaceri,
anche quando non lo sono o non possono esserlo, ma vengono offerti
ugualmente, mi sono separato per un attimo da lui, disgustato
dalla mia stessa carne; ma strano, soltanto per vedere coi miei
occhi il bastone che m'hanno messo nel culo, e riuscire a vedermi
anch'io di legno, proprio come mi vede l'amica da cui mi dirigo
adesso.
Uno choc.
Non voglio essere frainteso: ho degli amici, uno furbo e uno
sornione, che mi organizzano esibizioni in cui faccio in pubblico
molto di più e di peggio che lasciarmi segnare di rosso e di
blu sul corpo spogliato fino ad apparire eccitato, anche con
donne meno abbottonate della maestrina, senza che l'umiliazione
mi turbi, ammesso che ce ne sia.
Stavolta però, sulla cattedra, ho avuto un pensiero: se sei
convinto che sono un burattino di legno, allora è inutile che
ti comporti con me come se tu non lo pensassi, sfiorandomi per
provocarmi una reazione densa, è inutile che fingi di credere
che lo fai per convincerli che non sono di legno, quando in
realtà lo fai soltanto per mostrare al manipolo di sordidi frustrati
che ti seguono dai banchi, che tu hai modi capaci di stendere
anche un pezzo di legno, perché il mangiafuoco sei tu, tu sei
il burattinaio coi fili in mano, e nel misto di eccitante attrazione
e repulsione paurosa che provano, sta il tuo vero spettacolo.
Con questo pensiero in mente, m'è sembrato umiliante restare
lì.
Che ci faccio su questa cattedra? Che ci faccio dentro queste
pareti di legno?
Sembra complicato mi dirai, e ti dico che hai ragione, hai perfettamente
ragione.
Sto andando da lei infatti, lei forse può capirlo o addirittura
farmelo dire, non m'aspettavo mica che bastasse raccontarlo.
Per questo vado proprio da lei, libero. Credo.
C'è mio padre sul percorso, mi vede così, capisce.
Non potevi dirmelo prima? gli chiedo incuriosito.
C'è mio figlio davanti i miei occhi assopiti: mi senti papà?
- chiede.
No, gli rispondo, come ha fatto mio padre con me.
|