|
C’era una volta un artigiano, di mestiere falegname viveva da solo, era anziano e ridotto ormai alla fame.
Si chiamava Geppetto e aveva una parrucca gialla paglia e gli occhiali rossi. L’amico Ciliegia un giorno gli regalò un tronco di legno (di cui voleva disfarsi). Geppetto pensò di farci un burattino, ché, vedendo quel pezzo di legno gli pareva avesse gli occhi e fosse vivo, gli pareva avesse un cuore. Pensieri di vecchio rimbambito, diceva tra sé e sè, chi vorrà mai più un burattino di legno?
Lavorò un giorno ed una notte, poi lo guardò e pensò decisamente di buttarlo. Fu in quel momento che il burattino parlò e gl’imploro d’essere adottato che adesso che gli aveva regalato la vita non si poteva tirare indietro.
Geppetto sospirò.
Il buon Geppetto costruiva cassetti per mobili ed era la prima volta che si dedicava ad un burattino. Questo era il motivo del perché il burattino fosse sbilenco, mal tagliato, del come mai perdesse trucioli e segatura. Era un burattino proprio brutto.
Per occhi Geppetto gli mise due patate bianche sbucciate. Fu solo allora che il falegname intravide l’affare della sua vita. Guardando avido la sua creazione, esclamò: “Ti chiamerò... Pinocchio!”
Il burattino, duro d’orecchi e di comprendonio, vista la parrucca e gli occhialini con cui si presentava, intese male le parole del padre e se la diede a gambe, pensando d’esser nelle mani d’un maniaco approfittatore dei bambini.
Denunciato il fatto ad un carabiniere incredulo, Geppeto il falegname finì, poveretto, dritto dritto in prigione.
E tutti erano indignati nel paese: “sembrava tanto un bravuomo...”
Pinocchio allora andò subito all’ufficio postale e ritirò la pensione del vecchio padre. Camminava allegro con i suoi euro in mano e non s’accorse subito di due loschi figuri che lo seguivano da un pezzo.
Erano questi due signori ben vestiti, di passo lesto e sguardo arrogante, mezzi giudici e mezzi bastardi.
Erano di una delle peggiori razze di delinquenti che si conoscano (delinquenti “inconsapevoli”, s’intende): mediatori finanziari della MERDOLANUM.
Dopo un po’ di tempo che lo osservavano, i due distinti signori si presentarono a Pinocchio e con voce convincente gli parlarono di seminare quei guadagni e di aspettare bel bello di veder germogliare i frutti dell’investimento. Gli dissero, “ragazzo mio vivrai di rendita, niente lavoro, sei fortunato, un bel ragazzo come te saprà divertirsi” e cose del genere, intuendo che Pinocchio non era un’aquila.
Gli fecero firmare dei fogli dove s’impegnava a investire nei fondi “Zecchino”, legati, dicevano loro, alla coltivazione del famoso albero della gomma argentino. Pinocchio ci pensò su (più che altro per fare presa sui due signori), mettendo in mostra lo sguardo più serio e intelligente che due patate sbucciate al posto degli occhi potessero offrire.
E poco dopo accettò.
Consegnò gli euro ai mediatori, tenendosene comunque un bel po’ per sé, e per festeggiare portò a cena al ristorante i due “benefattori”.
La cena scorse piacevole, il vino era ottimo (e costoso), i piatti ricchi, ché Pinocchio, dicevano, doveva abituarsi sin da allora alla bella vita che avrebbe fatto poco dopo con la riscossione dei primi guadagni dai fondi d’investimento.
Parlando gli offrirono anche un lavoretto facile facile e, diomio, proprio ben retribuito. Doveva solo convincere le persone ad investire nella Merdolanum: sei nato per piacere, gli dicevano, ci si fida subito di un tipo come te.
Questo è il motivo per cui Pinocchio, il giorno seguente, fu inseguito dai contadini a cui voleva proporre un investimento Merdolanum.
I contadini non riuscivano a trattenere le lacrime mentre si scompisciavano dal ridere vedendo quello strano ragazzino di legno che s’allontanava spaventato correndo come un matto.
Pinocchio spaventato a morte continuò a correre, fino ai margini della strada dove, senza nemmeno accorgeresene, finì ch’era già buio.
Vide d’improvviso due luci veloci avvicinarsi, e poi sentì freddo, un rumore sordo, l’asfalto ruvido, un gran ronzio in testa.
Fu raccolto, per sua fortuna, da un’eccentrica signora che prestava servizio presso la fata Burkina.
Era questa una cartomante famosa in tutto il paese, giovane e bella, che viveva in una bella casetta immersa in un parco di alberi secolari.
Era arrivata povera dall’Africa equatoriale, ma la fortuna arrivò allorquando conoscendo ella qualche tecnica curativa del suo paese, riuscì a curare un cliente da’ suoi attacchi d’ansia.
Da quel giorno capì come avrebbe vissuto e alle spalle di chi.
Chiamò i medici e per giorni Pinocchio rimase in bilico tra la vita e la morte.
Poi, risvegliatosi dal coma, seppure con una gran febbre, ringraziò la sua bella e amorevole benefattrice e le raccontò la sua storia. La fata gli chiese se non avesse speso tutti i soldi, se ne avesse ancora, e Pinocchio, per paura d’essere in mano ad una banda di ladri, rispose che davvero aveva dato tutti i suoi soldi ai due mediatori.
Come per incanto il suo piccolo naso, fatto d’un rametto storto d’ulivo, s’allungò e s’allungava sempre più ogni volta che il burattino cercava di giustificare la sua bugia come fosse vera. Proprio così, diceva agitandosi, tutti i miei soldi, i risparmi di una vita, tutti investiti, tutti, ma vedrai che ti ricompenserò lautamente quando sarò ricco.
E il naso cresceva sempre più, più lungo ormai d’un manico di scopa, s’allungò tanto che la fata dovette spalancare la finestra perché quello strano incantesimo non le sfondasse il vetro della finestra.
E nel far così la fata rideva, che sapeva che le bugie son di due tipi: quelle con le gambe corte e quelle con il naso lungo.
E Pinocchio sembrava essere il bugiardo più straordinario ch’avesse mai veduto. Dalla finestra entrarono dei picchi che gli ridussero, come bravi falegnami il naso alla misura di sempre.
Ripresosi che fu, si congedò con mille inchini dalla fata Burkina, con la promessa che sarebbe tornato da lei di tanto in tanto.
S’incamminò per il bosco, poi giunse alla strada e attese l’autobus per tornare in paese.
Ma alla fermata incontrò, di nuovo, i due finanziatori della Merdolanum. Lo salutarono e di nuovo l’irretirono. Sapevano che il ragazzo aveva addosso ancora un bel po’ di soldi e gli proposero una bella speculazione edilizia.
Vieni con noi, dicevano senza riuscire a trattenere ghigni sarcastici, alla città di Locco, stiamo costruendo dei quartieri residenziali.
E Pinocchio non seppe rinunciare, furbo come solo lui credeva d’essere. Arrivati che furono, trovarono solo macerie e gente che vagava per le strade con la barba lunga e dei grossi cartoni sotto il braccio, e cani randagi, e gatti che sonnecchiavano sui muri crollati.
Come vedi, dissero al citrullo burattino, abbiam raso al suolo il vecchio paese e stiamo per ricostruirlo più bello che mai.
In breve il povero Pinocchio dette loro gli ultimi soldi, con la promessa che il giorno seguente sarebbero tornati per fargli firmare il contratto.
Pinocchio promise loro dei regali magnifici per ringraziarli d’averlo arricchito, ma i due con voce impostata da attori consumati gli risposero: “Noi non vogliamo regali, ci basta di averti insegnato il modo di arricchirti senza durar fatica, e siamo contenti come pasque”.
Dopo tre giorni che era in quella città solo e disperato, fu arrestato per vagabondaggio e alle sue spiegazioni lo misero in cella, ché un tonto del genere stava più sicuro in cella che in giro per le strade.
Rimase quattro mesi dietro le sbarre, finché con le elezioni cambiò il governo e fece un’amnistia per i reati minori e per gli ingenui.
Pinocchio ritrovatosi libero, ma senza un soldo né un tetto, cercò di tornare a casa della fata. Preso dalla fame rubò delle ciliege da un albero ma il contadino lo scoprì, e lo costrinse a montargli la parabola sul tetto suo e di tutti gli altri abitanti d’un paesino piccolo piccolo.
Quando giunse alla casa della fata, scoprì che era partita per lavorare in una grande televisione nazionale e non viveva più lì.
Sconsolato, a malincuore tornò in paese e seppe che Geppetto era stato rilasciato grazie all’amnistia in quei giorni e s’era messo a fare il pescatore.
Come può fare il pescatore un falegname che non conosce il mare?
Infatti il giorno dopo Pinocchio andò al porticciolo per salutarlo, ma il buon uomo era già uscito in mare di buon ora e non avendo mai capito granché dei segnali del cielo, chiuso com’era stato per una vita nella sua bottega di falegname, si ritrovò in mezzo ad una tempesta.
Il povero Pinocchio che lo vide dalla riva, ebbe un moto di pietà e, presa una piccola barca, si lanciò in mare per raggiungerlo e salvarlo. Per farla breve la tempesta gli travolse entrambi ed entrambi si ritrovarono schiavi in una cambusa d’una nave cargo battente bandiera liberiana.
Aveva stiva piene d’armi nascoste. Il mare, che con una tempesta li aveva imprigionati, ebbe probabilmente pena dei due disgraziati e una notte rovesciò sul cargo arrugginito la furia delle onde, scaraventandoli tra i marosi. Raggiunta fortunosamente la riva al mattino dopo, Pinocchio fece promessa di lavorare e restituire i soldi ch’aveva rubato
al povero falegname.
Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Pinocchio iniziò a frequentare cattive compagnie, ché lavorava in una industrietta meccanica e conobbe un tal Laccignolo, un operaio che spendeva gran parte dei suoi soldi per divertirsi, o almeno così diceva. Fece vedere a Pinocchio come si divertiva: per giocare bastavano un accendino, un cucchiaino da caffè, un laccetto di gomma (da cui il soprannome Laccignolo) e una meravigliosa materia bianca.
Pinocchio era sempre più incuriosito, finché un giorno l’amico Laccignolo non lo portò con sè per mostrargli come fare a raggiungere il Paese dei Balocchi.
A bordo d’un Ape arancione arrivò un omettino, tutto incarognito e d’aspetto truce, che dette di nascosto all’operaio una bustina in cambio di due soldi.
Nel giro di poche settimane la situazione precipitò tanto più che i due si avvicinavano al promesso paese dei Balocchi e fu così che persero il lavoro.
Lasciarono le loro case e presero a vivere d’espedienti, vagabondando per la città e tuffandosi sempre di più in quel paese dei Balocchi dove tutto era soffice, dove la sofferenza svaniva e il piacere si gustava da capo a piedi, con ogni capillare.
Non è facile dire quanto tempo trascorse, ma i due si accorgevano d’essere divenuti quasi dei fantasmi terrei che s’aggiravano per le strade; la gente inorridiva a vederli.
Arrivò il giorno che non seppero più come pagarsi i balocchi.
La fortuna ch’ebbe Pinocchio non la ebbe Laccignolo: prima che gli aguzzini a cui dovevano i soldi lo trovassero, delle persone perbene gli fecero qualche domanda e poi lo presero con sé dicendogli: “Faremo di te una star!”.
Pinocchio non sapeva ancora che quelli erano i cani da tartufo sguinzagliati per la città dalla redazione del più famoso talk show televisivo del paese. Cercavano casi umani, storie
incredibili e commoventi da far raccontare sul palco di legno d’un teatrino poco illuminato, cercavano personaggi stravaganti, vite distrutte.
Tutto faceva brodo in nome dell’audience televisiva.
Il burattino si ritrovò suo malgrado catapultato sul palcoscenico d’un mesto circo di nani e ballerine, seduto a fianco di eccentrici travestiti e patologici mitomani, d’attori decaduti e di cantanti stonati, di casalinghe in cerca di gloria e di sedicenti esperti, di ufologi e di esperti della topa, di gastronomi ciccioni e di altra gentaglia ch’avrebbe mangiato un piatto di riso in testa ad un lebbroso pur di apparire due minuti in tv.
Prigioniero di quel circo barnum del grottesco, Pinocchio raccontava storie assurde e più erano assurde più il ramo d’ulivo ch’aveva per naso s’allungava e sovrastava la platea, che eccitata glielo toccava.
Le donne lo amavano, ormai appariva sulle copertine dei giornaletti da pettegole,spiegazzati sui tavolini delle parrucchiere. C’eran signore che sognavano d’essere trombate dal naso ligneo duro e lungo di quel Pinocchio della televisione.
Aveva tutto per piacere: giovane, scapestrato, brutto, idiota, cattivo, ex tossico, figlio d’un vecchio pedofilo (così gli piaceva disegnare la figura del vecchio padre), era stato in galera, prigioniero dei pirati, aveva rubato, fatto il barbone, era stato in coma.
E in più aveva quel naso fantastico che pareva un effetto speciale di Hollywood e quegli occhi di patate bianche e la pelle lignea che pareva una creatura di Rambaldi.
Pinocchio ormai aveva preso gusto a stare seduto su quella seggiolina scomoda, rispondendo alle domande impertinenti dell’uomo sullo sgabello e non faceva nemmeno più caso agli sputacchi che gli arrivavano dalla bocca dell’uomo, impastata di saliva e di lorda voglia di
leccare il culo il mondo e di rovesciarlo a suo piacere. Aveva tutto per piacere. E a lui piaceva quella vita. E quel palcoscenico era peggio della droga. Passarono i mesi, poi anche gli anni cominciarono a passare posando un triste velo di stanchezza sulla faccia di Pinocchio.
Eppure l’eternità sembrava a portata di mano del burattino.
Fu allora che invece scoprì che tutto finisce, ché la casa non la si costruisce sulla sabbia e in riva al mare, ma in collina e sulla roccia. Il personaggio Pinocchio perse appeal e ormai annoiava il pubblico. Tutti iniziarono a vederlo come un patetico burattino senza fili, come un triste fenomeno da baraccone. E poi non invecchiava mai e questo fatto cominciò ad irritare i telespettatori.
Ci dispiace, gli dissero un giorno,magari ti chiameremo ancora, per una comparsata al gioco dei nove o per fare il pubblico a ochei il puzzo è giusto. Non ti preoccupare, avrai tutti i soldi che ti dobbiamo entro 90 giorni con regolare fattura. Ciao e grazie.
La fattura non arrivò mai.
Era questo il prezzo da pagare.
Il burattino s’arrangiò coi cartoni a dormir nelle stazioni, con il cappello a elemosinare e con l’elemosina a placare la fame. Due spiccioli in più gli riceveva quando qualcuno si ricordava chi fosse stato. Qualche donna gli chiese d’esaudire un desiderio che aveva sempre sognato, pagandoglielo ovviamente, ma il burattino era così stanco e umiliato che i soldi non gli servivano più, se non quei due spiccioli per comprare un pacchetto di cracker salati.
Fu anche peggio la sera che, vagando per la stazione ormai cara, vide il corpo disteso d’un ragazzo appassito. Voleva avvicinarsi, ma il gelo gli penetrò le lignee ossa, immobilizzandolo, ché quell’ombra sdentata con una freccia conficcata nel braccio era il caro amico Laccignolo, ex operaio e ora brutto sansebastiano.
L’agonia non durò molto. E l’ambulanza arrivò tardi come sempre quando si muore.
Pinocchio pianse tutta la notte.
Al mattino telefonò alla fata e le chiese un lavoro, poi telefonò alla casa di cura comunale e disse a Geppetto che l’indomani sarebbe andato da lui.
Di carne ed ossa non lo divenne mai, ché soldi non volle spendere per una stupida operazione, ché tanto diversi si nasce e uguali si muore.
Dopo essersi occupato del babbo morente, partì per l’Africa dove aiutò poveri diseredati e malati senza speranza. Rimase di legno, sapendo che la sua diversità era un dono.
E non torno mai più. |