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Il burattino ha un cappello a cono, rosso, e un casco compatto di capelli neri lucenti. La faccia mostra le vene e i nodi del legno. I tondi occhi bianchi, con le iridi nere, hanno uno sguardo fisso e vacuo. Il naso, a punta, si può svitare: allora la faccia mutilata sorride beffarda con quella bocca color carminio, a mezzaluna. Il colletto è bianco, la giubba rossa, i pantaloni neri, sopra il ginocchio. Le gambe nude terminano in un paio di scarpe lustre di vernice nera.
Il burattino è snodabile: ruota la testa, alza e abbassa le braccia, piega le gambe, anche se gomiti e ginocchia restano rigidi. Cammina dondolando sulle suole piatte, con un suono secco di nacchere. Non ha bisogno di muoversi molto; entra ed esce a piacimento da una quantità di fori e strappi, scivola fuori dalle crepe a mezz'aria, sbuca da un capello caduto sul pavimento, emerge da un grano fluttuante di pulviscolo. Compare.
Nessuno, neppure le zie maestre, si azzarda a fare scherzi o tendere agguati nelle cantine. Immerse in una densa penombra anche in un mezzogiorno d'estate, per via delle finestre basse chiuse da vetri opachi e impolverati, protetti da una grata di ferro ondulato che si salda a spessi infissi verniciati di nero, le cantine si attraversano sempre di corsa, se proprio ci si deve passare.
Dal palazzo ci si arriva scendendo l'ultimo piano di scale: una porta di legno chiude l'ingresso interno. Dal cortile si entra per un'altra porta, più pesante, che può essere sbarrata da dentro. L'illuminazione elettrica è a tempo: quando il conto alla rovescia scade, tutto ripiomba nel buio, bisogna cercare l'interruttore più vicino e premere di nuovo. Anticipare lo spegnimento è inutile: si può riaccendere solo a luci spente. A volte, per sfida e sprezzo del pericolo, si sceglie di uscire in cortile dalle cantine, anziché dall'ingresso principale del palazzo, sul lato opposto: una doppia porta a vetri, con l'armatura di alluminio satinato e l'apertura elettrica a scatto. La procedura per minimizzare i rischi è la seguente: scendere di corsa, spalancare con una spinta violenta la porta e picchiare il pugno sull'interruttore subito a sinistra, mentre si compie un rapido semicerchio nello stesso senso tenendosi allo stipite, in modo da imboccare di volata il corto corridoio che dà sull'esterno. Bastano tre o quattro passi per arrivare alla pesante porta d'accesso: ci si aggrappa al pomolo, si apre e ci si proietta fuori, incolumi.
I loculi delle varie famiglie sono chiusi da porte di assi, cui è stato dato il nero, e massicci chiavistelli bloccati da lucchetti di bronzo. Per aprire si deve infilare la chiave nel lucchetto, farlo scattare, estrarlo, alzare il chiavistello e disimpegnarlo; lo stesso, a rovescio, per chiudere. È quasi impossibile riuscire a farlo prima che la luce si spenga, per quanto sia breve l'incombenza da sbrigare; a maggior ragione se il loculo è di quelli più lontani dalla porta che mette verso le scale. Ma nessun loculo in realtà è veramente vicino, perché immediatamente a sinistra dell'ingresso, oltre il corridoio che porta al di fuori, c'è il vasto stanzone dove le biciclette vengono appese a uncini lungo le pareti come quarti di animale: e qui non era possibile aprire loculi; a destra invece si trovano i locali di servizio: di fronte il vano dell'autoclave, sullo stesso lato la cripta un tempo destinata alla raccolta dell'immondizia, e subito dopo il locale occupato dalla caldaia. I loculi sono dunque dislocati nei rami perimetrali, distanti dall'ingresso e senza interruttori a portata di mano.
È il regno del burattino e degli alti e magri dalla testa tricuspide, gli occhi immoti, lunghi e stretti, la pelle di stagnola d'oro. Zero sa che il cappello a punta e la mano senza dita possono senza preavviso spezzare la linea di uno spigolo di muro, e attraversare il corridoio grigio, mentre le testa si volta con uno scatto verso di lui, dardeggiando lo sguardo vacuo. Perciò non dorme, nella sua stanza, costruisce barricate con le coperte, volta la faccia al muro; tende l'orecchio, se mai si faccia sentire un colpo di nacchere, lassù tra i libri. |