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... insomma la carla te ne ha fatte credere di stronzate, inutile
dire di no, ci han creduto tutti figurati se non ci credevi
tu, sempre lì in quella bottega a lavorar di sega, con
rispetto parlando, che cosa ne volevi sapere tu del mondo, lì
sperduto in quel paesino della toscana, al massimo al massimo
per svalvolare un po' andavi a sbevazzare all'osteria una volta
chiusa baracca e, è il caso di dirlo, burattini. io,
invece, mi sono dovuto fare un culo così, sempre con
rispetto parlando, dentro e fuori di metafora. e la carla che
mi diceva, ma cazzo, phinokkio - perché aveva cominciato
a chiamarmi così, la scema, e adesso mi chiamano tutti
così, sai come si comincia, no? - come lo racconto alla
geppetta che mi ha sguinzagliato perché ti tenessi d'occhio
e gli riferissi tutto? be', mica cretina, lei, subito - oh,
subito, manco un momento ha aspettato - mi ha detto tutto e
che le avevi chiesto in gran segreto di spiarmi e poi di scrivere
una specie di diario. tallonarmi doveva, tallonarmi le avevi
detto, e che io non lo venissi a sapere. la stasi avevi assoldato,
la securitate e il kappagibbì tutt'insieme, va là,
va là che ti conosco. e allora, com'è come non
è, io e la carla ci siamo divertite come due pazze a
inventare tutte quelle scemenze, e il gatto e la volpe, e la
fatina turchina, e il grillo parlante e lo stomaco della balena.
e tu, ah, gran boccalone, le hai credute tutte ma chi andava
a pensare che portavi il diario della carla all'editore, chi
andava a pensare che lo facevi pubblicare. il solito vanitoso,
del resto, appena ti veniva bene un burattino lì a rompere
i coglioni a tutti i passanti, oh, ma guarda quant'è
bellino 'sto burattino, nevvero, ma guarda quant'è caruccio
quell'altro burattino. era ovvio che i racconti della carla
li usavi da gran cassa però ci divertivamo troppo a farti
fesso e noi non lo si pensava. quando la mattina, rientrate
da quelle gran trombate notturne, ci mettevamo a inventarci
tutte le avventure di 'sto ragazzetto di legno che poi sarei
stato io, no, e la carla scriveva e rideva dicendo ma va là
figurati se la geppetta ci crede, non è mica decerebrata
come te, be', dicevo, mica pensavamo che tu li pubblicavi e
che finivano nelle antologie e che poi le studiavano a scuola.
generazioni abbiamo rovinato con le nostre mani, madonna maiala
se ci penso ora scrivevo subito la verità. la verità
nient'altro che la verità. e ora gli studenti se la leggevano
e imparavano qualcosa di buono, imparavano a non rovinarsi la
vita con la morale attaccata all'uccello e al buco del culo,
e perdonami la linguaccia. e che balle la storia del bambino
di legno che le spara grosse e gli cresce il naso, ma come hai
fatto a non fare due conticini che io non ero più un
bimbo ma ero cresciutello e trombavo e mi facevo trombare che
era un piacere. altro che naso, non era mica il naso a crescere,
la mia geppetta, no no, l'era proprio un'altra cosa, che risate
con la carla. che eravamo finite in germania tutt'e due, perché
ci avevan detto che là i froci se la godevano di brutto
e là ci avevan insegnato quel motto che, sai com'è,
so die nase eines mannes, so sein johannes: dal naso
il coso e allora alla carla gli è venuta l'idea balzana
di farmi crescere il naso. va' là, va' là, geppetta,
ché sai come van le cose in questo mondo. e non penserai
poi che noi si sia andati in prigione? figurati, questa l'ho
pensata io una notte che io e la carla siamo stati a farci sbattere
come lumache in un posto sadomaso che si chiamava knast, prigione
in tedesco, e siccome là, nei quattro mesi che ci abbiamo
abitato, ci andavamo regolarmente a farci riempire per bene
tutti i buchi che madrenatura ci ha dato, gli ho detto: dài,
racconta alla geppetta che sono stato in prigione. e il mare?
macché mare, l'era un campeggio finocchio a nord di amsterdam.
il pescecane era per modo di dire, geppetta, perché i
veri pescecani erano tutti quegli uomini - oh, di tutti i tipi:
magri, grassi, irsuti, spelacchiati, alti, bassi, con cazzi
grossi e cazzi minuscoli, tutti lì a battere su quella
spiaggia che era la fine del mondo. e be', sì, in bocca
a loro ci sono anche finito, ma mica mi han mangiato o ingoiato.
o almeno non mi han ingoiato tutto intero, ma solo un pezzetto,
ah ah ah. e la carla sempre lì con la digitale a far
foto sconce e col taccuino in mano a inventar panzane da rifilare
a te. quanto ci siamo divertite, quante orge col gatto e la
volpe, che la chiamavamo così perché, povera ciccia,
puzzava come una volpe uscita dalla tana, e quel cacadubbi del
grillo parlante. era piccino piccino di statura, con una gran
mazza che non usava mai, con un'aria da intellettualino sempre
lì a questionare e a dirmi: no, phinokkio questo no,
quell'altro no, questo fa male, quell'altro fa peggio, pensa
alla salute, pensa alla geppetta. sennonché un giorno
mi son proprio stufato, l'ho preso e gliel'ho picchiato in quel
posto e secondo me non aspettava altro, mazza o non mazza, e
lo sapeva che se m'incazzavo me lo sarei ripassato per bene.
geppetta, che hai, starai mica male, oh. qui ce la siamo spassata
ma ora, per favore, va' a dire di togliere tutte 'ste bufale
dal libro che anche la carla s'è un po' rotta i marroni
e continua a menarmela: io una classica della letteratura, io
una lettura obbligata per bambini, io una libressa edificanta,
perché parla sempre così, l'è una gran
checcona, e poi mi pianta giù una ghignatona che fa tremare
i muri. ma ora devo riattaccare, geppetta, ho da vestirmi, ciò
di là le calze a rete, il tacco a spillo, la parrucca,
ché la fata turchina deve insegnarmi a far la drag queen,
così quando torno in italia vengo a far le serate en
travesti. ah, ma non sapevi che la turchina è una drag-queen
ma, cristo, geppetta, in che mondo vivi
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