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Il compagno P. di Mirumir

Al compagno P. piaceva piangersi addosso. Ed eccolo, un passo avanti e due indietro sulla strada che portava al Generalbjuro, a tentare una timida autocritica e a fare i conti con il freddo e i sensi di colpa.
Il Lumaca non lo fece entrare subito: faceva parte del castigo. Il compagno P. sapeva che non era una questione di lentezza. Lì al Generalbjuro c'era qualcuno che lo aspettava, e che ora lo puniva negandosi. Duro ma giusto, brontolò tra sé a mezza voce.
Il compagno P. attese a lungo. In momenti come questo pensava che non ce l'avrebbe mai fatta: il suo era un destino da burattino, mica da uomo di lotta. (Ma amava piangersi addosso, indulgendo a un velato disfattismo, a una certa decadente rassegnazione, e soprattutto a lacrime inutili e tardive).
Il compagno P. attese e attese. Gli piacque pensare di essere svenuto; di fatto, si addormentò.
Al risveglio, si trovò disteso su un sofà nel salone rosso. Feja era accanto a lui.
Mentre lo osservava con aria non proprio benevola lui si sorprese a pensare - incongruamente, e non per la prima volta - che i capelli chiarissimi di lei prendevano una sfumatura livida nella luce fredda della stanza.
"Hai mancato, compagno P.", disse Feja senza giri di parole, prendendo a camminare avanti e indietro nel salone. "Sei una voltagabbana, un povero imbecille che insegue piaceri effimeri. In alcuni circoli si mormora già di una tua presunta compromissione. Tu sai a cosa mi riferisco".
Il compagno P. a questo punto pensò bene di tacere: con il naso intemperante che si ritrovava non era proprio il caso di mentire.
"Eppure," e qui Feja si fermò, proprio al centro della stanza, "eppure, io anche questa volta ti perdono. Ma guai a te se mancherai ancora alla promessa data". I capelli finissimi parvero animarsi ed emettere un vapore celeste.
"Forse - sottolineo forse - se ci saranno i risultati che ci aspettiamo da te diventerai un rivoluzionario perbene. Voglio ammettere questa possibilità, per non fare torto al tuo povero vecchio padre".
Il compagno P. confessò tutto, promise, giurò, si commosse fino alle lacrime.
Feja sembrava ora soddisfatta, e si concesse un sorriso prima di licenziarlo con un gesto frettoloso della mano. Poi ebbe come un ripensamento.
"Ah, dimenticavo. Se ti dimostrerai all'altezza, credo che darò una piccola festa in tuo onore: i soliti fedelissimi, un piccolo brindisi tra amici".
Emozionato, il compagno P. lasciò il Generalbjuro: nella sua testa si confondevano le stanze del palazzo, le immagini di una vita futura, il colore rosso e i capelli di Feja (avrebbe giurato di averli visti brillare bluastri, nella luce ormai calante del pomeriggio). Era così assorto nel suo sogno romantico-rivoluzionario che non si accorse subito della figura che si nascondeva nell'ombra di un portone.

Dalla finestra centrale del salone rosso Feja guardava il compagno P. allontanarsi. Alle sue spalle il Lumaca disse:
"Faccio preparare per la festa, comandante?"
"No, Lumaca. Nella vita dei burattini c'è sempre un ma, che sciupa ogni cosa".
Se qualcuno avesse potuto vedere la sua espressione oltre il vetro - dal punto di vista di un piccione di passaggio, o della testa d'oro del campanile - l'avrebbe forse descritta come triste e feroce.
Il sole era già basso, al colmo della potenza, la luce ormai rossa. Mosca era una macchia enorme. Nel cielo, un bagliore come di incendio lontano, di legno che brucia.

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