Corpi bruciati e società non umane

Il capitalismo brama da sempre territori e situazioni dove non ci siano leggi e regole. Smania, e cerca la terra dell’eterno laissez-faire dove la concorrenza sia minima o facilmente sbaragliabile. Dove non ci siano controlli delle istituzioni, o siano pochi e a volte concordati. Dove le tasse siano facilmente eludibili, anche in modo totale. Dove il lavoro costi poco e i diritti di chi lavora siano un ostacolo facilmente evitabile. Succede sia nell’agricoltura, sia nella tecnologia avanzata.

Quelle che seguono sono le parole del caporedattore del manifesto, Rocco Vazzana, estratte dal podcast “Interno giorno” nell’episodio “Il caporalato è sempre stato qui” sulla tragedia di Amendolara in Calabria dove due caporali hanno bruciato vivi quattro braccianti – quattro lavoratori pakistani che avevano avuto l’ardire di chiedere un contratto e i soldi guadagnati dopo settimane di lavoro semi-schiavistico. Vazzana mette in evidenza il farsi da parte delle istituzioni che, involontariamente o consapevolmente, prepara il terreno adatto a questo sistema di sfruttamento:

“Il mercato del crimine attecchisce lì dove lo Stato ha scelto di ritirarsi. Ritirarsi dal mercato delle opportunità, del welfare, degli investimenti e dunque dal mercato della democrazia. È in questo vuoto che entrano in scena le organizzazioni criminali perché offrono servizi a condizioni favorevoli per pochi e feroci per tutti gli altri. Perché la logica è quella del capitalismo selvaggio, senza regole e possibilmente senza concorrenza. E letta in quest’ottica, l’ottica aziendale, le mafie possono presentarsi come piccole Srl o come grandi multinazionali. Il risultato finale resta identico: accumulazione e sopraffazione. Il tutto con l’indifferenza, a volte complice, delle istituzioni statali e degli imprenditori locali”.

In questo modo la voracità delle multinazionali o della criminalità organizzata, spesso in funesta collaborazione, può agire senza che nessuno stato di diritto ne possa limitare il dominio.

Quando poi sono gli stessi governi e istituzioni a proclamare lo smantellamento delle regole si creano veri e propri paradisi in terra per chi di lacci e lacciuoli non vuole sentirne sapere. È il caso del presidente argentino Javier Milei quando ha affermato, pochi giorni fa, di non volere regolamentare l’intelligenza artificiale in modo da attrarre in Argentina le aziende che stanno sviluppando questa tecnologia e che non vogliono essere rallentate da vincoli o normative governative. Milei, sbandierandolo sul Financial Times, ha proclamato che con la sua proposta di legislazione speciale saremmo all’alba di una nuova Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che è stata – è bene ricordarlo – la prima multinazionale del capitalismo a cui furono concessi enormi poteri monopolistici per svolgere attività commerciali in Asia. Fondata nel 1602, oltre a essere un’impresa commerciale, poteva costruire fortificazioni, stipulare trattati, muovere guerra e governare territori. In breve, uno Stato parallelo con un vero e proprio esercito privato e una flotta da guerra. Un rimando più chiaro di questo Milei non poteva sceglierlo.

In pratica, Milei vuole trasformare l’Argentina nella meta privilegiata per il culto del Netwok State. Il suo piano di creare un nuovo quadro normativo che permetta ai magnati della tecnologia (e alle loro macchine) di sfuggire a regolamentazioni, leggi e tasse è un’espressione quasi perfetta dell’idea di Network State promossa dal protetto di Thiel, Balaji Srinivasan, che auspica la secessione della Silicon Valley dagli Stati Uniti. L’unica cosa che manca alla proposta di Milei è la possibilità per i miliardari della tecnologia di creare le proprie nazioni private sul suolo argentino.
Gil Duran, “AI, Argentina and the Antichrist: Thiel’s Vision Blooms” | via The Nerd Reich

L’editoriale di Milei arriva pochi giorni dopo il singolare trasferimento di Peter Thiel e famiglia a Buenos Aires. Il capo di Palantir, già ammiratore dell’argentino e della sua insofferenza a ogni forma di intervento statale in economia, potrebbe avere trovato il luogo perfetto per portare avanti la sua battaglia contro l’Anticristo e i suoi legionari. Ovvero tutto ciò che si frappone all’accelerazione tecnologica incontrollata.

Insomma: l’Argentina come zona di sperimentazione per l’intelligenza artificiale non regolamentata e per le “aziende non umane”. Perché, tra le altre cose che Milei dice di voler fare per attirare le grandi aziende tech, oltre a donargli a un regime fiscale quasi inesistente, c’è la creazione di una nuova categoria di imprese definite “società non umane” – aziende “gestite da agenti di intelligenza artificiale o robot in grado di «esercitare un giudizio indipendente in ambienti imprevedibili». Aziende che godrebbero di importanti protezioni sotto forma di una responsabilità limitata per qualsiasi decisione possano prendere autonomamente.

Gli uomini-robot de “L’Eternauta” sono di nuovo in città?


(Immagine: “Mercante della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC)” di Aelbert Cuyp | Public Domain)

Trilioni di sigarette e un po’ d’escina

Periurbex – dove il rurale incontra tracce di urbano.
Luogo: parco pubblico, terra ai piedi di una panchina all’ombra di due ippocastani.

Il mozzicone l’ho raccolto. Il riccio della castagna matta l’ho lasciato lì. Alla mercè delle selvagge partite a calcio degli adolescenti e di un crocchio di badanti che fumano Rothmans blu nell’unico pomeriggio libero. Alla mercè delle gambe dei vecchi, istoriate di capillari rotti e gonfiori azzurri, in cerca di spiccioli e chissà quali altre meraviglie. E di quelle elettriche dei cani con il pepe al culo che corrono, a volte si puntano e ringhiano, a imitazione del grugno e del colon irritato dei padroni a cui sono sfuggiti o che li hanno volutamente liberati dal guinzaglio.

Riccio di castagna matta

La castagna matta, frutto dell’ippocastano, a differenza di quella del castagno, non si deve mangiare perché tossica. Tuttavia, dalla castagna matta – così come dalla corteccia e dalle foglie dell’ippocastano, detto anche castagno d’India – può essere estratta l’escina, un composto vegetale usato per trattare la fragilità capillare, l’insufficienza venosa degli arti inferiori e le emorroidi. Siccome la corteccia dell’ippocastano veniva anticamente usata anche come febbrifugo, è rimasta l’usanza, ormai più scaramantica che officinale, di tenere in tasca una castagna matta per scongiurare malattie da raffreddamento e reumatismi durante l’inverno.

Un paio di inverni l’ho fatto anch’io e non ricordo particolari benefici. Forse perché fumo.

Mozzicone di sigaretta

Il filtro di una sigaretta è fatto di acetato di cellulosa, ossia di plastica. Al suo interno si trovano sostanze tossiche e metalli pesanti come benzene, piombo, cadmio, acido cianidrico. Ogni anno gli abitanti di questo pianeta consumano circa 5 trilioni di sigarette e gli studi dimostrano che circa il 90% (4,5 trilioni) viene smaltito in modo improprio, facendo dei mozziconi di sigaretta uno dei rifiuti più diffusi al mondo. Forse il primo. Un mozzicone di sigaretta degrada attraverso un processo che richiede tra i cinque e i dodici anni.

Credo sia arrivata l’ora di fumare senza filtro o di farseli da soli. Degradabili, naturalmente.
E sicché.


(Immagine: foto scattata da me | Licenza creative commons BY-NC 4.0)

La prossima settimana

La mia croce sono i calchi.
Lo so che dovrei aspirare a un Avversario più decoroso, e invece, sarà che ormai più che nel mondo delle persone vivo in quello delle parole, il mio cruccio è questo: le espressioni che ricalchiamo da una lingua straniera (anzi la lingua straniera, l’unica da cui sono colonizzate le nostre coscienze), traducendole di peso, alla lettera, e ignorando – magari a bella posta, per darci un tono internazionale – che ne esisterebbero di equivalenti in italiano.
– Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Non sono un traduttore, continuo a vivere più nel mondo delle persone che in quello delle parole. Mi stanno anche discretamente sulle palle la postura e la pratica del grammarnazi e nemmeno io sono un autarchico che condanna chi usa parole inglesi – come specifica Igor, il protagonista del libro di Ferrari nelle righe successive all’incipit citato sopra. L’italianizzazione forzata dei termini stranieri durante il ventennio mi è sembra parsa una trovata cialtronesca, stolida nel suo tentativo di proteggere fieramente la purezza dell’italiano.

Tuttavia, c’è un calco dall’inglese che ha ormai esteso il suo dominio su buona parte di chi usa la lingua italiana che mi manda ai pazzi: quelli che dicono “settimana prossima” invece di “la settimana prossima”.

Quando mi capita di ascoltare o di leggere frasi come «allora ci sentiamo settimana prossima» o «settimana prossima esce un film imperdibile» mi piglia un’uggia nervosa sottopelle che quasi ogni volta mi fa venire in mente l’immagine della mia maestra delle elementari. Un’insegnante bravissima e fondamentale perché per prima mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla lettura e che, quando consegnava i compiti di italiano, ti chiamava vicino a lei alla cattedra e ti spiegava una per una le correzioni. Ecco, ogni volta che incappo in “settimana prossima” quell’immagine subisce una sfocatura profonda mentre una voce grida disperata: «le merendine di quand’ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio non torneranno più!».

Al di là di questo personalissimo effetto nostalgia, sarei proprio curioso di sapere quando e specialmente perché qualcuno ha iniziato a usarla. A volte penso che, oltre all’influenza dell’inglese, uno dei motivi potrebbe essere il calco dell’espressione “lunedì prossimo”. Che è corretta, ma che a me piace ancora di più nella forma “il prossimo lunedì”. Insomma: se ogni lingua cambia secondo le esigenze di chi la usa, quando è nato questo bisogno di finta sinteticità che cerca di far scomparire un articolo che non dà noia a nessuno e, secondo me, dona anche più musicalità?

A volte, a costo di peggiorare il mio non certo oxfordiano inglese, quando in qualche riunione di lavoro c’è da fissare una data o una scadenza, la tentazione di dire: “the next week” invece di “next week” è davvero forte. Così, tanto per rendere bambinescamente la pariglia ai conterranei di Guglielmo Scuotilancia.

Nessuno al posto giusto

Prima di dedicarsi completamente alla musica e alla letteratura, Willy Vlautin ha fatto l’imbianchino per molti anni: senza troppo orgoglio, anzi spesso vergognandosene, non perché fosse un’occupazione manuale, ma perché era il lavoro che faceva uno che usciva con sua cugina, un tipo che non gli piaceva e a cui non aveva nessuna voglia di somigliare. Eppure quell’occupazione è stata quella che ha permesso al futuro scrittore e musicista di comprare una casa a Portland, come testimoniato dalla dedica scelta per il suo sesto romanzo, “La notte arriva sempre”:

Alla Portland che ha permesso a un pittore che si spezzava la schiena a imbiancare case di comprarne una sua.

La dedica, seppure proveniente da un libro diverso, sembra perfetta per introdurre uno dei due personaggi principali del suo ultimo romanzo, “Nessuno al posto giusto”: si chiama Eddie Wilkins, di lavoro fa da sempre l’imbianchino e vive nella piovosa città dell’Oregon dove, a parte una brevissima incursione a New Orleans, si svolge l’intera storia. A essere più precisi, la mappa delle azioni racchiude per la maggior parte il quartiere storicamente operaio di St. Johns, situato nella parte settentrionale di Portland dove Vlautin ha continuato a recarsi per scrivere per oltre dieci anni, assistendo al suo progressivo cambiamento a cause delle sempre più fameliche fauci della gentrificazione. Anche in questa nuova sincera storia working class, le ambientazioni sono luoghi reali, cari a Vlautin perché li ha frequentati: tutti i personaggi vivono e agiscono nel microcosmo che si sviluppa lungo la parte nord di Lombard Street, dove si trovano il supermercato della catena Fred Meyer, il negozio di dischi Vinyl Resting Place, lo Slim’s Restaurant e la sua musica dal vivo e lo storico cinema St. Johns. Oppure in un quartiere più a sud dove si trovava il ristorante Overlook – già rammentato in “La notte arriva sempre” – e chiuso nel 2018 per fare posto a un condominio di lusso.

Rimanendo in tema di luoghi reali, è nella zona industriale della città, al confine settentrionale di St. Jonhs, tra enormi depositi di container e sfasciacarrozze aperti sette giorni su sette che, a mio parere, si svolge una delle scene più struggenti e decisive del libro. È tra queste larghe strade, spesso senza marciapiede, di sera e sotto la solita, impietosa pioggia battente, che pedala il piccolo Russell, su una bicicletta senza luci, accanto a camion, autobus e macchine che gli sfrecciano accanto a novanta all’ora. Otto anni e una corporatura che gliene fa dimostrare ancora meno, Russell è, insieme a Eddie, l’altro protagonista di questa storia di solidarietà tra vicini di casa, oltre che tra generazioni diverse: un rapporto, quello tra Russell e Eddie, a metà tra una profonda amicizia e un affetto padre-figlio che non ha niente di biologico, ma che reca tutti i segni dell’altruismo e dell’umanissma arte del prendersi cura di qualcuno in maniera totalmente disinteressata.

Eddie è un quarantaduenne paziente, ma non sprovveduto, dotato di un senso del dovere e di un’etica del lavoro che però non ha niente a che fare con quella protestante che, da Weber in poi, sappiamo essere uno dei pilastri del capitalismo. Anche se il suo lavorare sei giorni su sette può affibbiargli alcune caratteristiche del workaholic – e forse è uno che si è buttato nel lavoro sia per dimenticare la separazione dalla moglie sia per sopportare un vecchio lutto familiare – Eddie sa godersi la sicurezza che il suo impiego gli dà, può prendersi le sue pause e andare tutti i giorni a pranzo fuori, portando con sé chi lavora con lui. In questo è uguale a Vlautin che lo ribadisce nei ringraziamenti finali del libro quando ammette: «Odiavo pitturare, ma amavo stare con i pittori». E i pittori in qusto caso sono il suo unico, squinternato dipendente – Houston, «un coglione alcolizzato che porta il nome di una delle peggiori città dell’America» dai riccioli argentati e imbrallantinati, poco propenso alla fatica ma provetto cuoco. O il pomposo e logorroico Cordarrel, millantatore di un passato glorioso a Chicago e grande sbafatore di colazioni, ormai in pensione e chiamato al lavoro quando Houston sparisce senza giustificazione per giorni. O anche Donny, l’ultimo arrivato, che abbandona il gruppo punk rock dei Sonic Rampage per fare l’imbianchino e di cui Eddie e Russell si prendono cura, vista la brutta infezione che il tipo si è procurato facendosi estrarre un dente da qualcuno che non ne aveva la minima capacità. Una banda di simpatici antieroi che però, tolti i loro evidentissimi difetti, sono persone affidabili dal punto di vista umano. Houston e Cordarrel, per esempio, fanno rispettivamente da baby-sitter e da guardia del corpo a Russell, quando capita che Eddie non possa occuparsi di lui.

La scrittura magistralmente pulita, empatica, ma mai celebrativa di Vlautin tratteggia le piccole, grandi lotte quotidiane di tutti i suoi personaggi, dai protagonisti alle figure più secondarie: tutti sbagliano, sbarellano, a volte cadono, ma sanno reggere il colpo grazie a una riserva di forze e all’amicizia di chi gli sta intorno. E il discorso vale anche per Connie, la madre di Russell che non riesce a stare dietro ai figli perché lavora di notte come spogliarellista e di giorno dorme. Può valere, in piccola parte, addirittura per Curtis, il fratellastro che tortura piscologicamente e fisicamente Russell: la penna di Vlautin concede, pur evidenziandone il comportamento vile e ingiustificabile, un breve capitolo di pietà anche a lui, quando descrive il suo incontro in mezzo alla strada con la ex fidanzata Yvette che ha messo incinta quando erano appena quindicenni. Sono situazioni più o meno avverse che tutti affrontano testando la propria capacità di reazione, portando alcuni a prendersela con il prossimo e altri a provare a costruire una soluzione più condivisa, sorretta dall’aiuto reciproco e da un senso sincero di comunità. Contando solo sulle proprie forze, così come ricordato nell’esergo scelto dall’autore americano usando le parole di Primo Levi:

Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla, e solo l’avversità estrema dà modo di valutarla.

Vi consiglio di leggere “Nessuno è al posto giusto” appena potete: grazie alla puntuale traduzione di Gianluca Testani, è da poco uscito per Jimenez, la casa editrice che da più di cinque anni sta lodevolmente traducendo e pubblicando in Italia tutta l’opera dello scrittore americano. Nell’ultima pagina trovate anche un link che vi porta alla pagina web dove si può ascoltare la colonna sonora del libro: tredici canzoni appositamente composte dai Delines, la band fondata da Vlautin dopo lo scioglimento dei Richmond Fontaine, che donano all’opera un commento sonoro, leggero o distorto a seconda delle situazioni che Russell e Eddie attraversano.
Come a rassicurarli di non preoccuparsi troppo perché ci sarà sempre qualcuno a preoccuparsi per tutti e due.