La guida gastronomica degli Stormo

È uscito da poco “Gesti”, singolo degli Stormo, una dei gruppi punk hardcore – o post-hardcore, fate voi – tra i miei preferiti. Ne ho scritto su Humans vs Robots tirando in mezzo niente meno che Giacomo Leopardi e la sua ginestra per concludere un discorso sulle piante e la loro eroica capacità di nascere e svilupparsi in ambienti climaticamente ostili. Una metafora vegetale che il quartetto ha usato anche visivamente sulla copertina dei loro ultimi due album.

Ma quello che voglio appuntarmi qui è una di quelle informazioni laterali che possono risultare utilissime nella vita di tutti i giorni. Gli Stormo sono abituati da anni a macinare chilometri, in Italia e in Europa, per raggiungere i luoghi dei loro concerti. Durante questi spostamenti, si fermano spesso a mangiare in trattorie e ristoranti per camionisti che poi recensiscono su Google Maps, lasciando traccia dei loro pasti e tragitti. A differenza della guida Michelin, nata dai due fondatori dell’omonima azienda di pneumatici per incentivare le persone a muoversi, consumare le gomme così da comprarne di nuove, la guida gastronomica dei nostri è più una sincera testimonianza delle portate che servono per rimettere energie in corpo durante la lunga via del rock. Siccome metà della band è vegana, anche chi mangia solo ciò che non si muoveva da vivo, può usufruirne con godimento.

Personalmente, quando sarò nelle sue vicinanze, voglio fermarmi a La Sosta del Camionista.

Edit: Grazie alla segnalazione via social di Marco Manicardi, si apprende di un’altra rapida guida di alcuni posti dove mangiare quando sei in giro per concerti: le Osterie in tour dei Gazebo Penguins.


Foto: Stormo Local Guide | Ristorante Pizzeria Le Due Fontane | via Google Maps.

Quello che Joe Strummer ci ha insegnato

Oggi valgono ancora di più le parole dette quasi dieci anni fa da Henry Rollins:

«This is not a time to be dismayed, this is punk rock time. This is what Joe Strummer trained you for. It is now time to go».
– Audioclip via trashflow | Soundcloud

Anche un mosh pit può dare forza alle proteste in corso negli Stati Uniti: come quello che si innescato sabato 31 gennaio nel bel mezzo di Alameda Street, durante un concerto organizzato di fronte allo Street Metropolitan Detention Center, quando centinaia di punk hanno unito il loro grido contro l’ICE a quello della band punk hardcore più pazza di Los Angeles, i Dead City, maestri negli show di strada istantanei.

Le strade del Lower East Side ieri e oggi

La Musica… La Musica…
Dov’era la Musica?
Nei salotti lustrati da servi venerati
Nei concerti segreti dai segreti merletti
Nei templi invecchiati da ricordi sfottuti
È là che appassisce la Musica, è là che abortisce la Musica…
Noi… nelle strade la vogliamo la Musica.
E ci verrà
E l’avremo la Musica
(Léo Ferré, Muss es sein, es muss sein)

Quando ho sentito la prima volta questa canzone di Leo Ferré avevo sedici-diciassette anni eppure l’incipit mi è rimasto in mente, come un chiodo ben piantato nella corteccia cerebrale, fino a oggi. Credo siano state queste parole a influenzarmi, inconsciamente o meno, e a far rivolgere le mie prime attenzioni di ascoltatore verso il punk e le sub-culture che nascevano dalla strada. Perché è lì, nel basso dei bassi e dei bassifondi, che nascono le cose più interessanti. Dal deandreiano «dal letame nascono i fiori» agli imperatori romani che, opportunamente travestiti, se ne andavano a fare bagordi nelle notti della Suburra. Da Fëdor Dostoevskij che a tutte le creature provate dal destino e dalla malasorte rivolgeva la sua attenzione e che doveva parte della sua grandezza all’aver passato «più tempo in celle, campi di lavoro e in esilio che studi, biblioteche e aule universitarie» al Marchese del Grillo che, col fido Ricciotto, frequentava bische e truffatori nella Roma papalina. Di esempi simili ce ne sono quanti ne volete: da Bobo Rondelli che alla preoccupazione della mamma che lo ammoniva a non uscire perché «la notte sono fuori solo i ladri e le puttane» – e lui rispondeva: “Appunto mamma, esco” – alle periferie romane agognate dalla borghesia del contagio di Walter Siti. Dal «Senti, ragà, fatte ‘n’esperienza de vita, mettite ne’ guai, vivite la strada!”» consigliata al laureato Pietro Sermonti in “Smetto quando voglio” al più celebre «Robbè… tu devi uscire, ti devi salvare, Robbè, t’hanno chiuso dint’ a stu museo, tu devi uscire, va mmiezzz ‘a strada, tocc ‘e femmen’, va a arrubbà, fa chello che vuo’ tu!» in una delle rarissime volte – come Totò di fronte alla carta bianca del generale nazista – in cui Massimo Troisi dice una parolaccia.

Ho pensato a tutto questo guardando poche settimane fa alcuni video sui quartieri della New York degli anni Ottanta, quegli ambienti sovraffollati e estremamente pericolosi in cui è nata la scena punk hardcore delal Grande Mela. Volevo avere la testimonianza visiva di quello che diceva Roger Miret, una delle colonne degli Agnostic Front, quando descriveva la città di quegli anni come bombardata e in effetti sembra proprio così. Miret nel Lower East Side e Vinnie Stigma nel Bronx, prima che quei quartieri fosser ripuliti e gentrificati, ci sono cresciuti, tra ladri, spacciatori, criminali, minori fuggiti da famiglie sbriciolate – e se vi interessa come i due cantano sinceramente dello stare in mezzo alla strada ancora oggi, a quaranta anni di distanza, date una lettura alla recensione di “Matter of Life & Death” che mi ha pubblicato Humans vs Robots o trovate il modo di vedere sia “The Godfathers of hardcore sia “Wired for Chaos”, il documentario sulla vita spericolata di Harley Flanagan, bassista e poi cantante dei Cro-Mags, tanto per rimanere nel suono NYHC.

Tutta questa esaltazione degli ambienti pericolosi e marci, con tanto di link e citazioni, dovrebbe farmi stare tranquillo se capitasse che mio figlio tra qualche anno iniziasse a frequentarli: col cazzo. Perché qui scatta uno di quei meccanismi che Immanuel Kant descrive nella “Critica del giudizio” quando dice che è possibile rimanere affascinati dal sublime scaturito dalla devastazione che si lasciano dietro terremoti e uragani solo se questi sono passati e si è in un punto di osservazione sicuro. E così so bene che mi toccherà fare il padre rompicoglioni che chiede con chi esci, dove andate e a che ora ritornate. Realizzando che, nonostante le sincere e gastriche preoccupazioni per le situazioni che potrebbero capitargli, mi gireranno un po’ le palle perché sarà molto più difficile che possano capitare a me.


Immagine: screenshot da “Late 1980s New York Lower East Side, 4K” | via Kinolibrary.

Il lavoro dei camionisti e dei poeti

L’intelligenza artificiale è utile per molte cose, che ve lo dico a fare. Per fare un esempio minimo ma concretissimo: grazie all’AI ho risparmiato due ore buone di lavoro – poco creativo e molto muscolare – in cui avrei dovuto dotarmi di cuffie e pazienza per estrarre, scrivere e sincronizzare i sottotitoli di un’intervista in un video che sto montando. Lo ha fatto l’AI per me, dandomi la possibilità di scrivere questo post, andare a fare la spesa e leggere il capitolo di un libro che rimandavo da alcuni giorni.
Questo piccolo, personalissimo esempio mi serve per dire che non sono contrario per principio all’uso dell’AI, ma che ho una gran mole di dubbi su come verrà utilizzata: la mia preoccupazione è che non venga usata per migliorare la qualità e la quantità del lavoro, ma per sbarazzarsi di una serie di occupazioni che attualmente fanno campare milioni di persone. Il mio timore principale è che, invece di farci lavorare di meno e meglio – liberando tempi significativi di vita e aumentando il reddito – l’automazione e la robotica serviranno a far diventare ancora più ricchi e potenti solo quella minoranza di padroni che poi sono anche i principali investitori nel settore delle AI. Insomma: più profitti per chi è già sfondato di soldi e una marea di poveri, per niente carini e sempre più disoccupati.

Non sono mai stato un nemico delle novità – un misoneista, per usare un parolone. Anzi: le nuove tecnologie mi hanno sempre incuriosito e ho sempre ammirato i pionieri – gli early adopters, per dirlo in inglese – capaci di inoltrarsi nei territori inesplorati per saggiarne pregi e difetti. Mi succede fin dai tempi dei floppy disk e la fascinazione dura tutt’ora. Con l’intelligenza artificiale il discorso è un po’ diverso per la sua potenza dirompente nel poter modificare radicalmente le nostre esistenze. A partire dal lato economico per finire con quello sociale e, azzarderei, esistenziale. Per questo motivo la uso con parsimonia e con una certo grado di diffidenza. Allo stesso tempo, cerco di seguire e capire chi ne parla e la usa, cercando do evitare il furore appassionato del tifoso a tutti i costi o quello altrettanto infoiato del nemico a prescindere.
Una delle persone che non appartengono a questi due posizioni estreme è, per me, Matteo Cassese, vecchia conoscenza online fin dai primissimi anni Zero, i tempi della prima blogosfera italiana. Seguo il suo canale YouTube e leggo la sua newsletter da diversi anni, apprezzando l’approccio e il tono che adotta nell’indagare, analizzare e riflettere. Tra gli ultimi suoi video ce ne sono un paio che affrontano il tema dell’intelligenza artificiale e della sua ricaduta sul lavoro creativo e sull’imprenditoria. Già leggendone i titoli – “AI is coming for your job. It may be the best thing that ever happened to you” e “My clients are panicking about AI. This is the plan I give them” si intuisce il palese ottimismo che sostiene il suo argomentare intorno a questi temi.

Tra le citazioni usate da Matteo a sostegno dei suoi ragionamenti ce n’è una di Joseph Campbell, saggista e mitologo statunitense, esperto di narrazioni e da molti conosciuto per il mito del “viaggio dell’eroe”, che dice così:

“La caverna in cui abbiamo paura di entrare custodisce il tesoro che stiamo cercando”

Devo ammettere che la prima cosa che mi è passata per la mente appena l’ho sentita è stata la celebre frase di Quelo, creata dalla fervida mente di Corrado Guzzanti: «La risposta non la devi cercare fuori perché la risposta è dentro di te. E però è sbagliata». Ma, andando avanti, ho capito che si tratta di qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con quello scandagliamento interiore che è uno tra i pochi strumenti che ci permettono di divenire insostituibili come esseri umani, smettendo di competere con le macchine, anzi usando queste ultime per guadagnare tempo e energie utili per poter rallentare, riflettere, creare strategie.
Questo volontario allontanamento dalla miriade di impulsi esterni ci permette di renderci conto che è tempo di abbandonare per sempre la hustle culture che divora le nostre menti da decenni, imponendoci di affannarci e lavorare sempre di più come unico metodo di risoluzione delle avversità. Il rivolgimento verso la parte interiore di noi stessi ci fa rende inoltre consapevoli che la produttività è ormai un termine obsoleto, risalente alla rivoluzione industriale e che ciò che è interessante, in un’epoca in cui le macchine hanno una produttività molto più alta della nostra – perché non hanno bisogno di mangiare, dormire o prendersi un caffè – è semmai la ricerca del significato.
Questa transizione – dall’azione umana a essere umano – è possibile metterla in moto rinunciando a tutti quei momenti in cui riempiamo le nostre giornate di una serie di stimoli provenienti dall’esterno che ci impediscono di rivolgerci, almeno per un po’, al nostro interno. Riemepitivi del tipo: refreshare continuamente i grafici delle statistiche gamificate di YouTube o delle visite del nostro sito, controllare immediatamente l’e-mail appena svegli, passare ore e ore di ogni notte incollati alle serie tv della famosa enne rossa, compulsare violentemente il nostro smartphone ingurgitando un reel dietro l’altro, affidarsi a una app invece di andare a fare la spesa o cucinare. Confesso che quando ho sentito queste parole ho goduto perché sono tutte pratiche che cerco di mettere in atto da tempo e che mi fanno stare meglio. Sono contento che Matteo Cassese le proponga come strategia per passare dalla paura dell’intelligenza artificiale a una rinascimento, meglio ancora, a un umanesimo che ci faccia scoprire o riscoprire parti di noi utili a stare meglio con i nostri simili. Magari solo per guadagnare momenti di noia, che sono sempre tempi fertilissimi per scoprire e capire qualcosa di nuovo e interessante.

Questo discorso del crescere internamente invece che esternamente l’ho ritrovato pochissimi giorni fa anche in un post di Yancey Strickler riguardo Internet e le sue infrastutture, un post che che aggiorna la sua teoria della foresta oscura già rammentata su questo blog. Ma voglio rimanere sull’intelligenza artificiale – del post di Strickler magari ne scriverò un’altra volta o ne parlerò con chi può essere interessato. Perché c’è un punto solo che non mi trova d’accordo con le affermazioni di Matteo Cassese sull’AI: la slide, estratta da uno dei video sopracitati che fa da immagine a questo post. Che tradico così:

“I robot non arrivarono per i camionisti.
Arrivarono per i poeti.”

So che Matteo sta usando queste parole, che potrebbero essere l’incipit di un romanzo cyberpunk di William Gibson – autore che ama molto – perché sta mettendo in guardia creativi, imprenditori e freelance dal voler competere novecentescamente con una tecnologia che sta eliminando tutte le mansioni che non presuppongono quella prerogativa umana, a base di strategia e creatività, che le AI possono benissimo sostituire. L’esempio che viene portato è quello dell’industria dei videogame che non assume più game designer junior – quelli senior sì – preferendo formare uno sviluppatore che addestri un modello linguistico che si occupi del lavoro che era del designer junior. Ma se questo vale per i junior dei lavori creativi, a maggior ragione, credo che incida e gravi ancora di più sui lavori del terziario molto meno avanzato. Proprio come il trasporto e la logistica. A questo proposito mi sono venute in mente le parole di Bernie Sanders che in un video pubblicato un paio di settimane fa dall’inquietante titolo “L’intelligenza potrebbe spazzare via la classe operaia” afferma che:

Come membro del Comitato per la salute, l’istruzione, il lavoro e la previdenza, ho appena pubblicato un rapporto che dimostra come l’intelligenza artificiale, l’automazione e la robotica potrebbero sostituire quasi 100 milioni di posti di lavoro in America nel prossimo decennio, tra cui il 40% degli infermieri, il 47% degli autotrasportatori, il 64% dei contabili, il 65% degli assistenti all’insegnamento e l’89% dei lavoratori dei fast food, oltre a molte altre professioni. E per quanto possa sembrare grave, temo che siano numeri sottostimati.

Sanders afferma anche che questa trasformazione è già in atto e riguardo al trasporto e alla logistica aggiunge:

La maggioranza di noi vorrebbe vedere gli Stati Uniti sviluppare un sistema di trasporto sostenibile ed efficiente che comprenda la produzione di milioni di nuove auto, autobus e camion. Ma se Musk e altri otterranno ciò che vogliono, questi veicoli non saranno guidati da camionisti, autisti di autobus o tassisti. Saranno veicoli senza conducente. Milioni di posti di lavoro nei trasporti saranno eliminati. Questa non è fantascienza. […]
FedEx utilizza camion senza conducente per il trasporto di carichi pesanti lungo il corridoio I45 tra Dallas e Houston attraverso un’azienda chiamata Aurora. Walmart utilizza camion a guida autonoma per le consegne in tragitti brevi in ​​Arkansas tramite un’azienda chiamata Gateic. Kodiak Robotics ha stretto una partnership con IKEA per effettuare consegne senza conducente in Texas. Whimo gestisce taxi a guida autonoma a Los Angeles, Phoenix, San Francisco, Atlanta e Austin.

Bernie Sanders non è contrario all’uso delle AI – «non sono un luddista», specifica nel video – ma vuole che il suo utilizzo corrisponda a un miglioramento della vita di tutti e non serva solo e soltanto a produrre ulteriori profitti per i soliti ultra-miliardari. Tra le idee che propone per fare in modo che quest’ultima cosa non accada ci sono la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario e la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori all’interno dei consigli di amministrazione, come il Mitbestimmung tedesco, altrimenti detto cogestione. Niente di rivoluzionario, ma negli Stati Uniti di questi tempi potrebbe anche essere tacciato di bolscevismo.

Concludendo: io voglio essere ottimista sull’AI, vorrei vederne applicate le sue conseguenze più positive e mi piace quello che dice Matteo Cassese perché va in quella direzione, ma questo credo che valga per i lavori creativi o non completamente eterodiretti. Se penso all’intera working class e alle conseguenze che l’automazione sta avendo e avrà su milioni di persone che non hanno la possibilità di usare attivamente la nuova tecnologia a loro favore – ma la subiscono e basta – vedo come non li aiuta a diminuire il tempo di lavoro e tanto meno a rallentare i ritmi. Anzi, la realtà va da tutt’altra parte: come quello che succede in Grecia dove ci sono appena stati due giorni di sciopero generale contro la giornata di lavoro di 13 ore proposta dal governo. Un disegno di legge – già approvato dal parlamento ellenico – che permette orari di lavoro più flessibili e che in pratica abolirà la tradizionale giornata lavorativa di otto ore, contribuendo a peggiorare lo sfruttamento dei lavoratori.
E mi viene da pensare che togliere di mano ai padroni del vapore elettrico le redini dell’AI per renderla strumento in grado di renderci tutti – camionisti e poeti – più filosofi, strateghi e umani sarà davvero dura. E non è detto che ciò avvenga senza conflitti simili, se non più duri, di quelli del secolo breve.