Please evacuate

Il 4 luglio scorso Aishvarya Kavi ha vissuto un momento quasi ballardiano.

La giornalista del New York Times stava aggiornando il liveblog con quello che stava accadendo intorno a lei sul National Mall a Washington, aspettando il discorso di Donald Trump per i duecentocinquanta anni dell’indipendenza americana. Mancava ancora un po’ all’inzio quando un’allerta meteo – del tipo Severe Thunderstorm Warning diramata dal National Weather Service – ha portato all’ordine di evacuazione delle migliaia di persone in attesa da ore.

Vista la tempesta di fulmini in avvicinamento, i megaschermi e gli agenti di sicurezza, con sempre maggiore urgenza, stavano invitando e indirizzando le persone a abbandonare l’area, quando diverse centinaia di queste sono ritornate indietro cercando di rientrare al grido di “U.S.A., U.S.A.” e “Vogliamo Trump!”. Qualcuno ha anche proclamato a alta voce che “ci vorrebbe una seconda edizione del 6 gennaio”. Un altro ha trovato il modo di dare la colpa della situazione ai «liberals del servizio meteorologico», aggiungendo che secondo lui l’allerta era una sciocchezza. Un agente federale ha cercato di rassicurare, con scarsi risultati, le persone dicendo loro che l’evento non era stato annullato. Alcuni si sono messi a discutere con quelli dei servizi segreti.

Aishvarya Kavi - Washington National Mall - via NYT

L’ambientazione sul bilico di una catastrofe è già ballardiana: una tempesta di fulmini che si avvicina pericolosamente a una folla di migliaia di persone, giunte in uno dei luoghi simbolo del potere per ascoltare il discorso di un presidente sempre più autoritario quanto imprevedibile. I tabelloni luminosi non rimandano il volto e le uscite del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti, bensì il laconico ordine della scritta “Please Evacuate”. La percentuale di cappellini rosso-maga è consistente e il negazionismo climatico, si sa, trova terreno molto fertile sotto quei berretti. Non sono servite a convincerli del contrario nemmeno le continue ondate di calore sofferte per giorni dallo stato di Washington e da tutta la East Coast che avevano portato a cancellare la parata ufficiale per il troppo caldo.

Il momento ballardiano sta sia in questa ironia macabra – data dall’incontro tra chi nega le conseguenze del cambiamento climatico e uno dei suoi effetti reali, una tempesta di fulmini – sia nella risposta irrazionale di una minoranza che prova a non rispettare l’obbligo di evecuazione, incolpando il deep state o i meterologi progressisti. In quei cori “U.S.A., U.S.A.” e “We want Trump!”, nei primi scambi di parole impazienti verso il servizio d’ordine, cova la scintilla che Ballard avrebbe potuto usare per far deflagrare quell’evento inatteso e insensato che rompe una situazione di attesa annoiata.

“Una specie di mondo della tv pomeridiana, quando sei mezzo addormentato. E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile: qualcosa come un pazzo che spara in un supermercato, una bomba che esplode.

Nei romanzi del grande scrittore britannico, la violenza e la follia sono immaginate come le ultima libertà rimaste alla classe media per rompere l’apatia e gli schemi di una società barbituricizzata e iper-controllata dal fascismo consumista. Fortunatamente per tutti, quello che è successo a Washington ha seguito una trama diversa, meno pericolosa e ben più pragmatica: con i primi fulmini avvistati in zona, anche i più ricalcitranti si sono uniti alle altre migliaia di persone che stavano già cercando riparo negli edifici vicini, come il Jefferson Memorial, diversi dipartimenti federali, i musei Smithsonian – tra i quali il cosiddetto Blacksonian, il Museo nazionale di storia e cultura afroamericana, tanto per rimanere nell’ironia della sorte.

Poi l’emergenza è passata, il pubblico ha riempito di nuovo gli spazi e, con l’umiltà e la sobrietà che lo contraddistinguono da sempre, il presidente americano ha chiuso il suo discorso, presentando il più grande spettacolo pirotecnico nella storia di tutto il mondo. Roba da Guinness dei primati, secondo colui che in trentacinque minuti abbondanti non ha minimamente accennato al cambiamento climatico, preferendo concentrarsi sul pericolo del comunismo e su come la Repubblica americana sia il culmine della storia umana.

In attesa del parere dei giudici (del Guinness), quelle che intanto hanno continuato a rompere nuovi record sono le temperature.

La guida gastronomica degli Stormo

È uscito da poco “Gesti”, singolo degli Stormo, una dei gruppi punk hardcore – o post-hardcore, fate voi – tra i miei preferiti. Ne ho scritto su Humans vs Robots tirando in mezzo niente meno che Giacomo Leopardi e la sua ginestra per concludere un discorso sulle piante e la loro eroica capacità di nascere e svilupparsi in ambienti climaticamente ostili. Una metafora vegetale che il quartetto ha usato anche visivamente sulla copertina dei loro ultimi due album.

Ma quello che voglio appuntarmi qui è una di quelle informazioni laterali che possono risultare utilissime nella vita di tutti i giorni. Gli Stormo sono abituati da anni a macinare chilometri, in Italia e in Europa, per raggiungere i luoghi dei loro concerti. Durante questi spostamenti, si fermano spesso a mangiare in trattorie e ristoranti per camionisti che poi recensiscono su Google Maps, lasciando traccia dei loro pasti e tragitti. A differenza della guida Michelin, nata dai due fondatori dell’omonima azienda di pneumatici per incentivare le persone a muoversi, consumare le gomme così da comprarne di nuove, la guida gastronomica dei nostri è più una sincera testimonianza delle portate che servono per rimettere energie in corpo durante la lunga via del rock. Siccome metà della band è vegana, anche chi mangia solo ciò che non si muoveva da vivo, può usufruirne con godimento.

Personalmente, quando sarò nelle sue vicinanze, voglio fermarmi a La Sosta del Camionista.

Edit: Grazie alla segnalazione via social di Marco Manicardi, si apprende di un’altra rapida guida di alcuni posti dove mangiare quando sei in giro per concerti: le Osterie in tour dei Gazebo Penguins.


Foto: Stormo Local Guide | Ristorante Pizzeria Le Due Fontane | via Google Maps.

Quello che Joe Strummer ci ha insegnato

Oggi valgono ancora di più le parole dette quasi dieci anni fa da Henry Rollins:

«This is not a time to be dismayed, this is punk rock time. This is what Joe Strummer trained you for. It is now time to go».
– Audioclip via trashflow | Soundcloud

Anche un mosh pit può dare forza alle proteste in corso negli Stati Uniti: come quello che si innescato sabato 31 gennaio nel bel mezzo di Alameda Street, durante un concerto organizzato di fronte allo Street Metropolitan Detention Center, quando centinaia di punk hanno unito il loro grido contro l’ICE a quello della band punk hardcore più pazza di Los Angeles, i Dead City, maestri negli show di strada istantanei.

Le strade del Lower East Side ieri e oggi

La Musica… La Musica…
Dov’era la Musica?
Nei salotti lustrati da servi venerati
Nei concerti segreti dai segreti merletti
Nei templi invecchiati da ricordi sfottuti
È là che appassisce la Musica, è là che abortisce la Musica…
Noi… nelle strade la vogliamo la Musica.
E ci verrà
E l’avremo la Musica
(Léo Ferré, Muss es sein, es muss sein)

Quando ho sentito la prima volta questa canzone di Leo Ferré avevo sedici-diciassette anni eppure l’incipit mi è rimasto in mente, come un chiodo ben piantato nella corteccia cerebrale, fino a oggi. Credo siano state queste parole a influenzarmi, inconsciamente o meno, e a far rivolgere le mie prime attenzioni di ascoltatore verso il punk e le sub-culture che nascevano dalla strada. Perché è lì, nel basso dei bassi e dei bassifondi, che nascono le cose più interessanti. Dal deandreiano «dal letame nascono i fiori» agli imperatori romani che, opportunamente travestiti, se ne andavano a fare bagordi nelle notti della Suburra. Da Fëdor Dostoevskij che a tutte le creature provate dal destino e dalla malasorte rivolgeva la sua attenzione e che doveva parte della sua grandezza all’aver passato «più tempo in celle, campi di lavoro e in esilio che studi, biblioteche e aule universitarie» al Marchese del Grillo che, col fido Ricciotto, frequentava bische e truffatori nella Roma papalina. Di esempi simili ce ne sono quanti ne volete: da Bobo Rondelli che alla preoccupazione della mamma che lo ammoniva a non uscire perché «la notte sono fuori solo i ladri e le puttane» – e lui rispondeva: “Appunto mamma, esco” – alle periferie romane agognate dalla borghesia del contagio di Walter Siti. Dal «Senti, ragà, fatte ‘n’esperienza de vita, mettite ne’ guai, vivite la strada!”» consigliata al laureato Pietro Sermonti in “Smetto quando voglio” al più celebre «Robbè… tu devi uscire, ti devi salvare, Robbè, t’hanno chiuso dint’ a stu museo, tu devi uscire, va mmiezzz ‘a strada, tocc ‘e femmen’, va a arrubbà, fa chello che vuo’ tu!» in una delle rarissime volte – come Totò di fronte alla carta bianca del generale nazista – in cui Massimo Troisi dice una parolaccia.

Ho pensato a tutto questo guardando poche settimane fa alcuni video sui quartieri della New York degli anni Ottanta, quegli ambienti sovraffollati e estremamente pericolosi in cui è nata la scena punk hardcore delal Grande Mela. Volevo avere la testimonianza visiva di quello che diceva Roger Miret, una delle colonne degli Agnostic Front, quando descriveva la città di quegli anni come bombardata e in effetti sembra proprio così. Miret nel Lower East Side e Vinnie Stigma nel Bronx, prima che quei quartieri fosser ripuliti e gentrificati, ci sono cresciuti, tra ladri, spacciatori, criminali, minori fuggiti da famiglie sbriciolate – e se vi interessa come i due cantano sinceramente dello stare in mezzo alla strada ancora oggi, a quaranta anni di distanza, date una lettura alla recensione di “Matter of Life & Death” che mi ha pubblicato Humans vs Robots o trovate il modo di vedere sia “The Godfathers of hardcore sia “Wired for Chaos”, il documentario sulla vita spericolata di Harley Flanagan, bassista e poi cantante dei Cro-Mags, tanto per rimanere nel suono NYHC.

Tutta questa esaltazione degli ambienti pericolosi e marci, con tanto di link e citazioni, dovrebbe farmi stare tranquillo se capitasse che mio figlio tra qualche anno iniziasse a frequentarli: col cazzo. Perché qui scatta uno di quei meccanismi che Immanuel Kant descrive nella “Critica del giudizio” quando dice che è possibile rimanere affascinati dal sublime scaturito dalla devastazione che si lasciano dietro terremoti e uragani solo se questi sono passati e si è in un punto di osservazione sicuro. E così so bene che mi toccherà fare il padre rompicoglioni che chiede con chi esci, dove andate e a che ora ritornate. Realizzando che, nonostante le sincere e gastriche preoccupazioni per le situazioni che potrebbero capitargli, mi gireranno un po’ le palle perché sarà molto più difficile che possano capitare a me.


Immagine: screenshot da “Late 1980s New York Lower East Side, 4K” | via Kinolibrary.