Quando c’è tutto questo

“Quando il reato di devastazione e saccheggio è preventivo a ogni dissenso. Quando i militanti sono arrestati e condannati con accuse di terrorismo. Quando camminare per strada di notte e incontrare la polizia può farti restare cadavere sull’asfalto. Quando il Partito della Polizia urla, sbraita e vomita impunito. Quando c’è un vuoto enorme di potere – e il livello della repressione si alza a livelli insostenibili in seguito al colpo di pistola esploso da un fascista – c’è da fare attenzione.

Quando c’è tutto questo, mala tempora currunt.”
(Luca Pisapia – via La Privata Repubblica)

Giocando nel 1981

I nazisti combattevano l’ultima, decisiva battaglia contro tutte le altre nazioni.
L’Italia era schierata contro i tedeschi che invece potevano contare sull’appoggio del ricchissimo esercito svizzero equipaggiato di tutto punto e vero ago della bilancia del conflitto. Il Giappone era neutrale nel senso che colpiva un po’ dove gli veniva meglio con una flotta tecnologicamente avanzata che faceva paura anche agli americani e ai russi.
La battaglia cruciale si svolgeva su un terreno semi desertico, una terra tendente al rosso dove i pochi arbusti verdi soccombevano ai cingoli dei carri armati con una flessibilità da ginestra leopardiana – ma questo l’avrei scoperto più tardi. La guerra si combatteva con mezzi e bombardamenti pesanti. La fanteria svolgeva compiti per la maggior parte di polizia e di rastrellamento dopo che l’artiglieria e l’aviazione avevano bucherellato e annichilito i pochi centri abitati che avevano la sfortuna di essere nelle vicinanze del teatro bellico.

Le cronache di quei giorni, dalle perdite umane alle postazioni conquistate, erano stati appuntati su un quadernone a quadretti dalla copertina chiara. Un fascicolo dedicato alla seconda guerra mondiale e firmato da Enzo Biagi serviva per capire e stravolgere alleanze e destini. Poi c’erano un po’ di riviste di modellismo del 1981 che i miei genitori compravano per assecondare le fantasie e le storie che loro figlio si inventava per provare a capire – forse esorcizzare – perché i grandi facessero la guerra. Allora la chiamavano ancora fredda; di lì a pochi anni sarebbe finita per lasciar spazio e sangue a nemici nuovi. E i soldatini e i plastici delle battaglie sarebbero finiti in soffitta in uno scatolone, con il novecento e miei undici anni. Oggi li ho ritrovati e gli ho fatto una foto.

Giocando nel 1981

Il gioco delle 3 tag

Era una sera nevosa.
David e Elisa c’avevano regalato le tre lavagnette magnetiche che mi garbavano molto.
Eravamo io, Liv e il sociologo Calzolai, i tre del vagonaccio di ParlaComeScrivi (Enz era in qualche bar a sbronzarsi e a rimorchiare callipigie disperate)
Le regole le abbiamo inventate giocando, le tre tag di partenza erano: il furto, il dono e il desiderio.
Le ultime tre, dopo trenta risvoltolamenti, le trovate alla foto 30 e staranno appiccicate allo sportello del frigo fino alla prossima partita.
In Inghilterra e in altri posti freddi con delle robe così ti ci fanno fare pure delle mostre, qui ci s’accontenta di non impazzire.
Luci, prego.

Il gioco delle 3 tag

Hic et nunc 3.0

E sicché back in town. (1)

(1)
Strelnik. 3.0 me lo farei tatuare su una ginocchio, giusto per fisarmonicizzarlo ogni volta che compio un passo, andando verso il riscattarsi dalla schiavitù energetica; ritemprare i polpacci, scandire i giri intorno all’asse delle ruote e consumare le suole: questo c’è da fare.
Insieme al mio amore e a tutti quelli che lo vorranno; quest’estate ne ho incontrati di veramente ganzi e fraterni;  e sono, per esempio, gli inventori e gl’interpreti di:

– il Poli che, ormai messo fuori, lasciò baracca e burattini e s’incamminò dal Nord verso la Puglia,
– il piccolo Gasty che dai Murazzi, sopra e sotto, crea fumetti ogni volta che muove la coda,
– quattro bici a zonzo per il lungomare dell’Adriatico abruzzese in mezzo a sogni libertari, tuffi e soste ristoratorie,
– tre toscofiguri nella città vecchia e sul lungo Reno di Colonia, saturi di caffeoni, campari soda scomposti e birre molto buone, ma piccine.

Tempi, luoghi e persone da intrecciare ancora, mentre faccio cose nuove. La sfida dei fatti dietro l’angolo insieme alla felicità della mia compagna.

Prima di tutto: re-inventarsi zone di comunicazione e condivisione diretta – partendo dai propri rapporti individuali generare ben relazionali interessanti.
Poi solo vino rosso, per un po’.

Qui ricordo anche Stefano Rosso e David Foster Wallace che ora non sono qui e poi il segno del costume alla riconquista dei territori ceduti alla bronzatura.

MelaZeta

Bit worker | 2008Scartavetrare pixel a ritmo di fatture a sessanta giorni.
Con Città del Capo Radio Metroplitana e Maps a fare di sottofondo a un mestiere che mi piace e che non sento e non vorrò mai sentire come lavoro;
la cara, vecchia illusione dell’avanguardia: arte e vita arrotolate insieme come una cartina al suo tabacco. Pronte per bruciare insieme. Fino al prossimo affitto.

Va così in questi giorni: sono dieci anni di lavoro sul (per il?/nel?) web.

Per ore in solitaria davanti alla tastiera, beccheggiando e appuntando di lato, quando c’è da farlo.

Betty: “Che cosa fai quando sei da solo?”
Victor: “Quello che faccio sempre quando sono solo: mi mescolerò al popolo”
(Claude Chabrol, “Rien ne va plus”)

Legami sociali fluidi nel secolo più monoideologico.
Anche per questo e in ritardo

inadatti alla rivoluzione perché il luogo della rivoluzione è l’infinito, il futuro, sogno da figli dei fiori in tempo di benessere, svanito, noi passeremo dal potere infinito della nostra adolescenza carnale all’infinita frustrazione che muove al consumo. Di sè o di merci. E di vite come merci.
(Luca Rastello, “Piove all’insù”)

Poi, se ci arriviamo, c’aspetta una vecchiaia da semi ciechi.
Sarà molto facile che gli occhi ci lascino al palo, facendoci ciao ciao con la manina di un emoticon tatuato sulla retina che se ne va.
Ci lasceranno impegolati nella ripetitività di panorami a risoluzioni massime di millequattrocento per novecento.
Stazioneremo tra il lusco e il brusco, ma sprovvisti della maestria di certi operatori e direttori della fotografia – che apprezzava e ricordava Marco Ferreri – che nonostante da vecchi non ci vedessero più tanto bene riuscivano lo stesso a darti delle inquadrature e dei movimenti di macchina impeccabili.

Saremo anche senza pensione, ça va sans dire.
Potrebbe andare peggio, ma la desertificazione almeno eviterà che piova.

Salute a tutti noi, bit worker sballottati dal novecento.
[MelaZeta]
Dagli anni zero.

Ora salva e pubblica che siamo quasi in vacanza.