MayDay SMS Parade

Testo dell’sms inviato ieri:
“Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo. Buon primo maggio, resistenti”

Testi degli SMS di risposta ricevuti, in ordine d’arrivo:

1) “Ma dove sei alla Leccia? Buon 1 anche a voi”

2) “Grazie compagni, chiunque voi siate!”

3) “Oggi l’unica parte di me sottoposta ad uno sforzo è stato lo stomaco, per una pantagruelica mangiata di fagiolo zolfino. buon primo maggio”

4) “Grande Massi! Un bacione a te e a Monia. E rialzati italia dio merda”

5) “Vecchia roccia, l’unico resistente pronto per la rivoluzione… Saluti da La Spezia”

6) “Buonissimo maggio anke a te amico! A presto spero”

7) “Hanno vinto compagno! si lavora di molto alla svelta… e morti anche oggi! saluti da Montalcino

8) “Già. Anche a te”

9) “Non mi sforzo nemmeno ciulando, figuriamoci a lavorare! ;-) Abbracci e baci”

10) “Buon primo maggio anche a voi. Siamo con L. e P. Ci stiamo organizzando per un’escursione cittadina, se vi va sentiamoci!”

11) “…e incaxxati”

12) “Sei il mio extraparlamentare di riferimento. Buona lotta.”

13) “Grande Massi! Stasera vado a vedere Fiorentina-Glasgow. Forza viola”

14) “Dio boia! radio alice chiude i battenti… radio catrame trasmette, i piccoli maestri resistono”

15) “Sarebbe meglio non lavorare proprio… grande Max, buon primo maggio anche a te…”

16) “Ciao bestia. Pensovi spesso”

17) “bah no! E fo anche ponte”

18) “Ciao compagno! Saluti e a presto!”

19) “Ciao mitico… Oggi sto in casa…”

20) “Lavorare lavorare lavorare. Preferisco il rumore del mare”

21) “Grandissimo. Ti telefono uno di ‘sti jours. Salutami la tua metà e l’Adriatic sea when u c it. Mi chiamo John Ford e I do western con lentezza”

22) “Non lavorare proprio è ancora meglio :-) buon primo maggio… mi raccomando condito da tanto e buon vino…”

23) “da un campo cobas, in quel del calcesano, buon primo maggio a voi”

24) “Lavorare, lavorare, lavorare. Preferisco il rumore del mare. Buon primo maggio compagno strelnik”

25) “Noi si resiste dal Chianti, sarà il sole o sarà il vino ma qui si resiste bene!

26) “Ma chi sei?”

27) “Noi abbiamo praticato la lentezza tutto il dì e ci apprestiamo al concertone sindacale a ravenna (con la PFM!) buon primo maggio a voi.

Non finisce mai

[scritto come e-mail in risposta ad un amico]

Caro Ranieri,
a Galliano, e in molte altre parti d’Itaglia, non cambiava mai niente: era freddo quando doveva essere freddo e caldo quando s’aspettava il caldo, il sabato cominciava puntualmente di sabato così come le bestemmie a mezzi denti erano il marchio a fuoco di tutti i lunedi mattina.

Poi un giovedi sera, verso le otto, qualcosa cambiò: all’inizio sembrò una semplice increspatura nel gran lenzuolo del tempo, quella federa che sa d’ammorbidente di discount che ammanta il giaciglio rodato e pesantissimo che ancora oggi chiamiamo “provincia”;
al primo apparire quel giovedi poteva sembrare solo un tic da niente, un segnale nevrotico, come un rutto trattenuto o un rumore di singhiozzo morto appena dopo il primo colpo.
Invece non fu così: ci fermammo e ci si trovò diversi, uguali ma diversissimi rispetto a una fetta consistente d’umanità sorella e fratell’a noi.

Ci guardammo gli uni negli altri:
tutti le figlie e i figli d’ultimo letto del secolo più breve e sconvolgente che la storia abbia conosciuto, tutte le persone nate quando il “boom” era agli sgoccioli, quello stesso boom che, sempre con la scusa della crescita e della produttività, e con l’aiuto frequentissimo di speculazioni e ladrerie, aveva ingrassato e corrotto i democristiani, abbindolato e addomesticato i socialisti (Craxi poi concluse l’opera) e sclerotizzato e imbambolato i comunisti.
La scuola media era stata unificata da poco, le “blande riforme” avevano trovato Palazzi Campana e autunni caldi a spingerle in direzioni nuove: la sinistra extraparlamentare esisteva anche se a Galliano se ne vedeva poca/quasi niente però i morti per le bombe nelle piazze e sui treni noi ce li ricordiamo e ci ricordiamo anche la faccia di Cossiga ministro degli Interni.
Il movimento del settantasette e il punk c’hanno sfiorato, (te almeno, Ranieri, di un po’ più d’autoironia indiana-metropolitana e di cortei che sapevano farsi sentire ne hai goduto, io ho solo visto chiudere le ultime sedi di Democrazia proletaria).
È arrivato “il calduccio di merda degli anni ottanta dopo il freddo degli anni di piombo”: tempo di eliminare la scala mobile e far scaldare nani e ballerine che il colosso sovietico ha starnutito facendo venir giù tutto l’ambaradam: noi, abbastanza paradossalmente, siamo finiti sotto una parte di quelle macerie, impolverati da brandelli di muri&merci che manco avremmo voluto costruire&comprare: ne sopportiamo il parziale peso solo perché condividiamo e conserviamo una scheggia di memoria storica che in questi giorni (ai soliti riccastri) torna utilissimo eliminare, una scheggia difficile e pericolossima da rimuovere che questi figli d’un secolo morente hanno conficcata vicino a qualche organo vitale (per alcuni è il cuore, per altri il cervello, per i più alcolisti il fegato);
una scheggia che schifava sia il violento burocratismo dell’URSS che le piccinerie democristé e le sporche puttanate yankee;
una scheggia invece interessata a percorsi e persone più complesse e gratificanti come il Partito d’Azione o Lotta Continua, Primo Moroni o Ernesto Balducci (solo per citare due coppie di tempi e modi abbastanza distanti).

Ora:
quel fatidico giovedi sera, a Galliano e in molte altre periferie dell’impero del capitale, s’ha da costruirlo già da ora e con tutta la disperazione e la gioia di cui siamo capaci:
creiamo microsistemi resistenti e autonomi, coinvolgendo in mutuo soccorso chi si vuole unire all’impresa: riprendiamoci la società e il suo territorio, la nostra capacità di autorappresentazione individuale e collettiva, riappropriamoci del confronto-conflitto fondando luoghi d’aggregazione sempre più complessi: lasciamo le porte aperte e i fucili nella merda.
Ritroviamo il piacere della posta in gioco, ricollochiomoci nelle strade, allarghiamo e valorizziamo il tempo libero, rispondiamo no ripartendo dai bisogni reali, dalla critica e dallo sberleffo nei confronti della ricchezza vista solo in termini acquisitivi, incrociamo destini, usciamo di casa, grattiamoci (come suggeriva Guccini).
Riprendiamoci le città, i paesi, tutti i Galliani malefici di questo pianetino nostro: incrociamone e contaminiamone le esperienze, fomentiamo da subito scambi sociali: ritroveremo noi stessi e il nostro nemico, così come lo scrisse Primo Levi in “Partigià”:

“Quale nemico? Ognuno è nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non è mai finita”.

Come fare non so, ma voglio farlo,
senza pistole, alla luce del sole e non da solo.

Un abbraccio, buon primo maggio e a presto.

Si allontanarono alla spicciolata

Qualche giorno fa Sir Squonk scriveva di questa primavera in cui hanno deciso di allontanarsi dal blog alcune persone che ho conosciuto e che mi garbava leggere anche a me.

Io credo che prima o poi li rileggerò e li rincontrerò di sicuro come è successo con Mik e Pietro di Blogoltre che dopo anni di congelamento dei post son tornati a ingarbugliare e sgarbugliare la matassa di bit.

Quanto a questo blog si sappia che non posso chiuderlo avendo firmato un impegno col gran bastardo dei blog che mi obbliga a tenerlo aperto&scritto fino al 2050.

– E se schianto prima?, gli avevo chiesto io al gran bastardo dei blog.

– Cazzi tuoi. Tanto sappiamo dove venire a chiapparti.

– Dove? dove venite a cercarmi?, gli avevo domandato io curiosissimo.

– Sì, bah, ora lo vengo a dire a te

e se n’era andato.

(i campari l’aveva pagati lui e andava bene così)

Le reti, le élite e il sociologo C.

Col sociologo Calzolai, fratern’amico nonché punto fermo – insieme al mi’ amor Liv – di ParlaComeScrivi su radio catrame19, si parla di tante cose: di politica, di attacchi alla monoforma, di donne, di vita liberata, di vino e libri, di film e documentari da scrivere e fare; di reti sociali.

Ieri gl’ho scritto una mail – al sociologo Calzolai – dove gli dicevo di leggere, ché forse può essere interessante per i suoi studi, un post di Luca De Biase, ‘ntitolato: “Le reti sociali e le ex-élite”.
Ora: siccome il sociologo nostro non c’ha (ancora) un blog, la sua riflessione-risposta la posto anche qui sotto sia perché rileggendola cerco di capire meglio anch’io, sia perché mi pare cosa buona condividere eventualmente i’ dibattito con chi passa da queste parti:

«Io commento solo la prima parte del post e dico da subito che non condivido molto di quello che ha detto.
Non è detto infatti che le “reti sociali” non corrispondano ai “social network”: occorre in primo luogo definire le prime e poi i social network. Tant’è che gli studiosi di reti utilizzano senza distinzioni – e a mio avviso correttamente – l’espressione “social network analysis” e “analisi delle reti”. Condivido che le reti sociali siano formate da tutte le relazioni tra le persone, ma non è corretto dire che quelle “classiche” sono definite dalle “relazioni di parentela” e “del vicinato”; io credo che le relazioni siano rappresentabili come complesso dei fasci di legami che intercorrono tra individui e organizzazioni, ma che il ruolo di un legame nel definire una relazione sia sostanzialmente solo ipotizzabile e solo parzialmente indagabile. Non si può misurare la semantica: al massimo stimarla, ma è una operazione folle e tendenziosa.
Con tutta onestà non credo che oggi si siano aggiunte “fortissime” quelle che nascono nei posti di lavoro: credo piuttosto che siano quelle che segnano il mercato del lavoro a rilevarsi oggi ancor più forti (e quindi “esternamente” al “posto di lavoro”).
Non condivido nemmeno che le reti sociali e la blogsfera siano dimensioni di una storia ovviamente antica: la “storia” è del tutto nuova poiché le ICT ci consentono di modificare ed intervenire nei sistemi relazionali come mai nulla prima d’ora: si tratta di uno strumento nuovo che modifica le dinamiche relazionali, la densità della rete, la connettività, i flussi di comunicazione. E noi, uomini, siamo un po’ anche le tecnologie che utilizziamo.
Condivido che le ricerche sviluppate con la scienza della complessità e con la teoria delle reti aiutino a leggere la forma delle relazioni sociali con l’aiuto di concetti e approcci interpretativi nuovi, ma la dimensione internettiana delle reti sociali non consente ad oggi di “realizzare una quantità impressionante di scoperte in materia”: non ci sono i soldi per fare queste ricerche (porca puttana, lo posso assicurare, non ci sono i soldi o almeno a me non me li danno). Potenzialmente però Luca avrebbe ragione: si potrebbero ingabbiare in un gigantesco data-base sia i legami che i contenuti. Sarebbe una operazione strepitosa di monitoraggio sociale: ma di solo un “momento” della società.

Gli studiosi di analisi delle reti mettono però in guardia nell’affermare che con l’introduzione delle ICT si ridefinisca il rapporto tra élite e popolazione; in realtà l’élite (o almeno un pezzetto) è definita non più da chi guidi il paese (sì, è chiaro sono sempre un po’ élite)
ma dalla posizione in una struttura relazionale di alcuni nodi. E’ la posizione nella rete che ci dovrebbe interessare, al pari della ricchezza posseduta o altre caratteristiche ascrivibili all’élite.

Le reti “ben fatte” non creano élite, le annullano.
Quando infatti le reti si strutturano consentendo circolarità dei flussi di comunicazione (accesso alle risorse) re-distribuiscono ricchezza.
Il posto è veramente bellino, solo che c’ha messo troppa roba».

Chi eravamo

L’impareggiabile Herr Effe ha raccolto le parole degl’allegri reduci in un semi-instant-one-shot-blog: era il 2004 e a Rozzano c’era il Blogrodeo.

Quel che segue son le mie rimembranze, le altre le trovate all’url che vi dissi.

[ Ti ricordi il BlogRodeo? Il primo, a Rozzano, ti ricordi? – mi chiese Ransome in quell’ennesima notte senza vento]

Sì, in quell’anno duemilaquattro fui a Rozzano, appena fuori dalle fauci milanesi, guidato in loco da una macchina zeppa di musicisti che mi fecero attraversare leggeri la città mentre pioveva e spioveva. Il gancio era un indigeno che stava arrivando lì in motorino con un affettasalumi nascosto nel bauletto e un rasoio elettrico in tasca (i posti di blocco per quelle strade sono superabili solo se si ha un forte grado di non-sense) Va a finire che il posto non è per niente male: c’è quel tanto di verde intorno e stelle addosso che le strade e gli scappamenti consentono in questa sera ‘e magg. Io, campagnolo che non sono altro, credevo di non trovare nemmeno una pianta e invece c’è pure un cortiletto interno dove c’è anche il biliardino; alla fine questo giardino sarà utilissimo perché di tra le fresche erbe c’andrò a gottare le prime due volte.
Sarà che ero partito svelto di birra, campari biciclettati e niente nello stomaco se non l’ologramma accidentato che ti camuffano da tramezzino quelli di Trenitaglia.
L’importante è che adesso sto in mezzo a una allegra masnada d’omini e donne, sciamante dentro e fuori a questo spazio Aurora che per me, alle dieci di sera, è già il bar dell’Overloook Hotel. Due negroni dopo mi appare puntualissimo Lloyd, il barman di Shining, con tanto di papillon e telecamera di MTV a lato che lo riprende zoomando anfetaminica sui cubetti di ghiaccio tutti contenti di salutare a casa.
Tutto molto bello, davvero.
Poi però non può andare innanzi che così: arriva l’ultima complice del gruppo nostro, ci chiedono il nome e non riusciamo a dichiararci prigionieri politici, biascico solo “Noi siamo i negroni” così male che quando mi faranno rivedere la registrazione mi complimenterò da solo. Ci siamo dimenticati i passamontagna e non riconosciamo l’incipit di “Soffocare”, perdiamo con l’inattaccabile sfrontatezza di sempre, perdiamo sempre, perdiamo meglio, perdiamo benissimo perché chi legge il nostro post lo fa con una voce e un’intonazione che ci va bene e ci garba a tutti mentre siamo gia fuori a sedere su una zanella bassa. Canna. Birra. Biemmevu nere che ho solo immaginato. Nasi, mani e bocche uscite fuori dai permalink che mi si parano da tutte le parti mentre Loyd me ne versa un altro volutamente sbagliato e con la cannuccia. Parlo, abbraccio, straparlo, m’inchino di fronte a apparizioni con lo slash prima dell’io. Una lavagnetta che non riesco a leggere bene, la leggo sulle labbra delle genti intorno. Rido. Birra. Abbraccio un fratello di reggimento, ciancico sul fatto che siamo soli, cradle to grave, sempre, hai voglia te di far funzionare lo stato sociale. Il terzo fratello, non visto, fa lampeggiare una digitale. Giardino again. Lascio la mail a non so chi, faccio una figura di merda con la mia compagna, non riesco a imitare la faccia da mulo di pietra di Bogart. Canna. Corro verso il buio oltre la sete. Prime sboccature. Prima visita al bagno, arancione, mi sembra. Birra. Ascolto i musicisti che se la godono sul palco. Vedo gente. Bevo cose. Ancora in bagno, arancione, ne sono sicuro. Saluto i vincitori e gli sconfitti, tutti belli stasera. Perdo di vista quasi tutto. Lloyd mi accompagna in bagno, cazzo, è rosso. Lo dicevo io che era rosso. Lo dico anche a qualcuno sulla porta dell’Aurora. Poi Lloyd non c’è più e mi trovo in una ipsilondieci che mangia il rettifilo, sul sedile accanto al guidatore. Penso che domani non si lavora, penso che culo che non devo guidare e anche chissà dove ho parcheggiato la macchina. Devo chiedere meglio a Lloyd quando lo rivedo. Anche a lui quegli uomini e quelle donne gli son garbati moltissimo, s’è fatto anche degl’amici e ora crede che i blog servano proprio a quello.