E poi, e poi

Il Maestrone non c’è più.
Francesco Guccini è morto il 6 agosto nella sua Pavana, concludendo o ridivenendo parte di quel sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

Sarebbero troppe le citazioni a cui sono affezionato che vorrei lasciare qui a testimonianza della mia passione giovanile, mai sopita, per quest’uomo e le sue opere. A parte le due righe in corsivo – rubate da “Amerigo” e appena menzionate qui sopra – alla fine mi sento di riportare poche parole che, in un viaggio in Portogallo di più di venti anni fa, canticchiai tra me e me ai piedi del faro di Cabo de São Vicente mentre la persona che poi sarebbe diventata mia moglie condensò in una foto controsole che allora proteggeva la mia privacy e che ora lascia spazio ai versi e all’oceano della “Canzone della bambina portoghese”:

“sentì che era un punto
al limite di un continente;
sentì che era un niente
l’Atlantico immenso di fronte;

e in questo sentiva
qualcosa di grande
che non riusciva a capire
che non poteva intuire”

Lost Generation (reloaded?)

Un’epidemia mondiale l’hanno vissuta sulla pelle entrambe: l’influenza spagnola del 1918-1920 e il COVID-19 del 2020-2023. Ma, oltre a questo, ciò che sembra accomunare le due generazioni, a quasi un secolo esatto di distanza, sono la disillusione nei confronti dell’esistenza e la diffidenza per le generazioni precedenti.

Una settimana fa, su RocaNews, Max Hudgins ha pubblicato “Today’s Not-so-Lost Generation”, mettendo a confronto l’attuale Generazione Z dei venti-quasi trentenni iperconessi e la Generazione perduta, composta dai loro coetanei di fine Ottocento – quelli scaraventati nel tritacarne della prima guerra mondiale. Riferendosi alla gioventù degli Stati Uniti, Hudgins è partito da un articolo pubblicato nel settembre del 1920 su “The Atlantic” intitolato “Questi giovani selvaggi”, firmato da uno di loro – al secolo il ventiquattrenne John F. Carter Jr. .

Traduco al volo due stralci dell’articolo del 1920, significativi per le assonanze di fondo tra due gioventù così vicine per i futuri traballanti di fronte a loro e così lontane per la diversità delle avversità che hanno dovuto e devono affrontare.

Sinceramente, non so quanto sia possibile paragonare le due generazioni, non sono né uno storico né un sociologo. Né so se la Generazione Z sia più disorientata rispetto alle generazioni precedenti. Però, quando ho letto la citazione della poesia di Robert Herrick“Cogli la rosa quando è il momento, / che il tempo, lo sai, vola”, resa famosa nel 1989 dal professor Keating de “L’attimo fuggente” – mi è venuto da pensare che ci sono inclinazioni e capacità che, in maniera più o meno evidente, collegano le generazioni più giovani da secoli. D’altronde, la poesia di Robert Herrick è del 1648 e il carpe diem oraziano di molto prima.


Immagine: “A large group of recruits in a large hall at a military training camp”, 1917 | via Library of Congress.

Il gran rifiuto

C’è qualcuno che abbia colto meglio di Morrissey l’agonia di questa condizione di disoccupazione? L’inutile godimento di rifiutare ciò che era comunque impossibile: «No, non ho mai avuto un lavoro / perché non ne ho mai veramente voluto uno» «No, non ho mai avuto un lavoro perché sono troppo timido»… A volte penso che la posizione politica implicita in quelle poche canzoni dei primi Smiths sia stata una delle più potenti degli anni Ottanta. Cantare «L’Inghilterra è mia e mi deve dare da vivere» in un periodo con tre milioni di disoccupati e lo sciopero dei minatori… Rifiutare il destino maschile dell’operaio fordista giusto nel momento in cui quel destino veniva negato alla classe operaia («No, non possiamo più aggrapparci ai vecchi sogni»)… Rifiutare, cioè, tutte quelle omelie operaie sulla dignità del lavoro… Se esisteva una disforia militante in Morrissey, era qui… e la disforia era assolutamente parte integrante della militanza: l’incapacità come rifiuto. Il fallimento come capacità negativa. Preferisco essere me stesso, infelice e timido, piuttosto che un capitalista di successo e abile nella comunicazione
Mark Fisher, “No I’ve never had a job …” | via k-punk blog

Sono incappato in questo post di Mark Fisher – da me malamente tradotto – seguendo un link che Emanuele Podda ha incluso nel pezzo sui quaranta anni di “The Queen Is Dead” degli Smiths. Ci incappo sempre più spesso in link che mi rimandano al k-punk blog. E non è merito dell’algoritmo perché ci arrivo da luoghi del web liberi – o quasi – dalla sua dittatura: blog, forum, newsletter, siti web, quasi tutto filtrato dai relativi feed RSS. Significa che l’opera di Fisher è ancora viva e pulsante tra le mie letture online preferite. E che certi archivi di blog rimangono estremamente importanti, anche se fermi al diciotto luglio di undici anni fa.


(Immagine: screenshot da k-punk blog | link interno al post)

Corpi bruciati e società non umane

Il capitalismo brama da sempre territori e situazioni dove non ci siano leggi e regole. Smania, e cerca la terra dell’eterno laissez-faire dove la concorrenza sia minima o facilmente sbaragliabile. Dove non ci siano controlli delle istituzioni, o siano pochi e a volte concordati. Dove le tasse siano facilmente eludibili, anche in modo totale. Dove il lavoro costi poco e i diritti di chi lavora siano un ostacolo facilmente evitabile. Succede sia nell’agricoltura, sia nella tecnologia avanzata.

Quelle che seguono sono le parole del caporedattore del manifesto, Rocco Vazzana, estratte dal podcast “Interno giorno” nell’episodio “Il caporalato è sempre stato qui” sulla tragedia di Amendolara in Calabria dove due caporali hanno bruciato vivi quattro braccianti – quattro lavoratori pakistani che avevano avuto l’ardire di chiedere un contratto e i soldi guadagnati dopo settimane di lavoro semi-schiavistico. Vazzana mette in evidenza il farsi da parte delle istituzioni che, involontariamente o consapevolmente, prepara il terreno adatto a questo sistema di sfruttamento:

“Il mercato del crimine attecchisce lì dove lo Stato ha scelto di ritirarsi. Ritirarsi dal mercato delle opportunità, del welfare, degli investimenti e dunque dal mercato della democrazia. È in questo vuoto che entrano in scena le organizzazioni criminali perché offrono servizi a condizioni favorevoli per pochi e feroci per tutti gli altri. Perché la logica è quella del capitalismo selvaggio, senza regole e possibilmente senza concorrenza. E letta in quest’ottica, l’ottica aziendale, le mafie possono presentarsi come piccole Srl o come grandi multinazionali. Il risultato finale resta identico: accumulazione e sopraffazione. Il tutto con l’indifferenza, a volte complice, delle istituzioni statali e degli imprenditori locali”.

In questo modo la voracità delle multinazionali o della criminalità organizzata, spesso in funesta collaborazione, può agire senza che nessuno stato di diritto ne possa limitare il dominio.

Quando poi sono gli stessi governi e istituzioni a proclamare lo smantellamento delle regole si creano veri e propri paradisi in terra per chi di lacci e lacciuoli non vuole sentirne sapere. È il caso del presidente argentino Javier Milei quando ha affermato, pochi giorni fa, di non volere regolamentare l’intelligenza artificiale in modo da attrarre in Argentina le aziende che stanno sviluppando questa tecnologia e che non vogliono essere rallentate da vincoli o normative governative. Milei, sbandierandolo sul Financial Times, ha proclamato che con la sua proposta di legislazione speciale saremmo all’alba di una nuova Compagnia Olandese delle Indie Orientali, che è stata – è bene ricordarlo – la prima multinazionale del capitalismo a cui furono concessi enormi poteri monopolistici per svolgere attività commerciali in Asia. Fondata nel 1602, oltre a essere un’impresa commerciale, poteva costruire fortificazioni, stipulare trattati, muovere guerra e governare territori. In breve, uno Stato parallelo con un vero e proprio esercito privato e una flotta da guerra. Un rimando più chiaro di questo Milei non poteva sceglierlo.

In pratica, Milei vuole trasformare l’Argentina nella meta privilegiata per il culto del Netwok State. Il suo piano di creare un nuovo quadro normativo che permetta ai magnati della tecnologia (e alle loro macchine) di sfuggire a regolamentazioni, leggi e tasse è un’espressione quasi perfetta dell’idea di Network State promossa dal protetto di Thiel, Balaji Srinivasan, che auspica la secessione della Silicon Valley dagli Stati Uniti. L’unica cosa che manca alla proposta di Milei è la possibilità per i miliardari della tecnologia di creare le proprie nazioni private sul suolo argentino.
Gil Duran, “AI, Argentina and the Antichrist: Thiel’s Vision Blooms” | via The Nerd Reich

L’editoriale di Milei arriva pochi giorni dopo il singolare trasferimento di Peter Thiel e famiglia a Buenos Aires. Il capo di Palantir, già ammiratore dell’argentino e della sua insofferenza a ogni forma di intervento statale in economia, potrebbe avere trovato il luogo perfetto per portare avanti la sua battaglia contro l’Anticristo e i suoi legionari. Ovvero tutto ciò che si frappone all’accelerazione tecnologica incontrollata.

Insomma: l’Argentina come zona di sperimentazione per l’intelligenza artificiale non regolamentata e per le “aziende non umane”. Perché, tra le altre cose che Milei dice di voler fare per attirare le grandi aziende tech, oltre a donargli a un regime fiscale quasi inesistente, c’è la creazione di una nuova categoria di imprese definite “società non umane” – aziende “gestite da agenti di intelligenza artificiale o robot in grado di «esercitare un giudizio indipendente in ambienti imprevedibili». Aziende che godrebbero di importanti protezioni sotto forma di una responsabilità limitata per qualsiasi decisione possano prendere autonomamente.

Gli uomini-robot de “L’Eternauta” sono di nuovo in città?


(Immagine: “Mercante della Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC)” di Aelbert Cuyp | Public Domain)