«Ma tu non dicevi che si doveva fare la rivoluzione? Non eri tu che andavi ai cortei degli autonomi col pugno alzato e sputavi sui borghesi? E chi diceva che le Brigate Rosse dovevano ammazzarli tutti?»
«Eh, robba vecchia, cose ‘e guaglione… E poi è tutta esperienza, no? ‘A vita non è quella che sta scritta nei libri, belli.»
«Tu però scrivi. Vuoi fare un libro.»
«E con ciò? Ci metto dentro la vita, io! Non le vostre stronzate.»
«Quale vita? La vita non si scrive. Si può solo vivere.»
«La vita è altrove…»
«Eh, sì! Sempre cu’ ‘stu Rimbó! Che vi credete di fare? Lui era comme a mme…»

«Come te? Non mi far ridere, Tolome’. Non dire cazzate»
«Mio fra-fra-fra-fratello ha ra-ra-raione…»
Ora il Baronetto si era addormentato con la testa sul tavolo, e Zaccariello gli versava il vino lungo il collo per farlo svegliare. Ma il Baronetto russava sonoramente. Zaccariello cavò di tasca un pacchetto di stagnola, delle cartine, e cominciò a prepararsi una canna.
«Rimbó è andato in Africa, no? Pecché coi letterati comme a vuie steva a schiattà… Quella è la verità: l’Abissinia, le marce, l’avorio, la fatica… Va bbuo’, si voleva arricchire, ma per sputare in faccia a tutti quanti! Ma mo’ non ne voglio discutere»(Giuseppe Montesano, “Nel corpo di Napoli”)
Leggo “Nel corpo di Napoli”, guardo le ultime due puntate di “Romanzo criminale” e azzardo una proposta per Stefano Sollima e soci: fare un film, una miniserie (anche solo un pilota) tratto dal libro di Montesano?
(Janni me l’aveva detto che era un libro da leggere subito e aveva ragione).
Decine di migliaia di persone per lo più giovani – se con la lievitazione dell’aggettivo riuscite a comprendere la fascia di uomini e donne che, nel pieno delle loro forze, vedono il proprio futuro ingarbugliato e a breve scadenza come gli interessi di un derivato stipulato sulla felicità delle loro esistenze;