La storia come appare nel momento del pericolo

Interrogatus respondit:
desiderava che fusse uno mondo nuovo.
Domenico Scandella detto Menocchio, costituto del 7 maggio 1584)

Una ricerca fondata in interiore homine, nella coscienza politica e anche nel dolore di una biografia; verificata dall’erudizione e controllata dallo stile. È questo che rende le pagine di Ginzburg vere alla ragione quanto all’emozione. Perché Ginzburg diceva quello che sapeva, e credeva a quello che diceva. Cioè scriveva la storia allo stesso modo dell’aforisma di Walter Benjamin che anche lui citava: «come appare nel momento del pericolo».
Luca Casarotti, “Carlo Ginzburg nel momento del pericolo. Un saluto al maestro (1939 – 2026)” | via Giap

Raccontato da Carlo Ginzburg, il cosmo di Domenico Scandella detto Menocchio – mugnaio friulano del ‘500 denunciato, processato e giustiziato per eresia dall’Inquisizione – è la dimostrazione folgorante di come la storia sia storia degli uomini e non dei «grandi». Nella scia della Nouvelle Histoire di Marc Bloch e di Lucien Febvre e delle domande di un lettore operaio di Bertolt Brecht.


(Immagine: “Menocchio” | disegno di Alberto Magri)

Ancora sulla scrittura e le AI

Ma cosa succede quanto questa scrittura è sempre più prodotta dalle macchine e ci diventa, in qualche modo, estranea? Che cosa significa questo per la nostra relazione con la scrittura e con la realtà, per l’accesso alla conoscenza, per la nostra capacità di pensare e dire (scrivere) il mondo?

Un post di Roberto Laghi pubblicato su Giap che sembra perfetto per le riflessioni riguardo alle AI che sulle pagine di questo blog si stanno avvicendando in questi utimi giorni. Il consiglio è di leggerlo per intero perché colmo di spunti e argomentazioni più che interessanti: dalla produzione automatizzata della scrittura alla crescente rabbia nei confronti delle intelligenze artificiali e di ciò che stanno concretamente comportando nel mondo reale e nelle nostre sinapsi, dalla non neutralità della tecnologia al suo uso nell’industria bellica. Fino agli strumenti e alle modalità che possiamo adottare per contrastare quel determinismo tecnologico che, attraverso il marketing, vorrebbe convincerci che non ci resta altro che adattarci.
Col cazzo che ci adattiamo.

Postilla autocritica: ho da alcuni mesi “Scritture digitali” di Roberto Laghi nella pila delle mie letture, ma siccome sono in uno di quei periodi in cui ho bisogno visceralmente di leggere solo opere di fiction, non sono andato oltre le prime trenta pagine del suo libro. Me ne scuso con l’autore che apprezzo per la meritoria attività che svolge nel mondo digitale e altrove: presto uscirò dai miei pur beneamati romanzi degli scrittori degli Appalachi – e ultimamente anche di quelli di Willy Vlautin – e tornerò a immergermi nelle opere di saggistica centrate sul contemporaneo. Per quel poco che il mio contributo potrà portare.

Edit – 27 aprile 2026: ancora su intelligenza artificiale, tecnofascismi e autorialità, Roberto Laghi è stato intervistato da Loredana Lipperini nel suo programma settimanale su Radio 3, “Trenta minuti”. Da ascoltare per le tante, interessanti riflessioni, a partire da quelle sull’inquietante manifesto che Palantir ha pubblicato online pochi giorni fa.


Foto: “Audio Book” | The Preiser Project | via Flickr

I portuali della West Coast e l’AI

«Qui non si tratta di migliorare l’efficienza o la produttività. Si tratta di una sostituzione totale»
[…]
«Comprendiamo il progresso, ma non quello a discapito della perdita del lavoro degli americani»

C’è una sostituzione in corso e non è di certo quella etnica – quella sostenuta dalla più letale tra le teorie del complotto, secondo cui esisterebbe «un piano ordito da oscure “élite globaliste” per sommergere l’Europa e gli Stati Uniti di migranti».
La sostituzione in atto è invece quella provocata da un processo reale che sta progressivamente concretizzandosi attraverso la combinazione di intelligenza artificiale, automazione e robotica in molti lavori da tute blu, come si diceva un tempo. Una sostituzione motivata non dalla volontà di liberare chi lavora dalla fatica o dalla ripetitività alienante, ma unicamente dal desiderio di generare più profitti, cancellando così migliaia di posti di lavoro.

Un esempio concreto arriva dai portuali della West Coast, lavoratori che hanno battuto ogni record di produttività, ma che ora vengono comunque sostituiti dall’intelligenza artificiale. Nel video che trovate qui sotto alcuni sindacalisti della ILWU – il sindacato internazionale dei portuali e dei magazzinieri – spiegano a Bernie Sanders che cosa sta accadendo nel porto di San Pedro Bay in California.


Screenshot da “AI is Already Replacing These Workers | Senator Bernie Sanders | via YouTube.

Per Lynette e Diane

Lynette ha trent’anni e fa due lavori, ma non bastano. Per comprarsi una casa nella Portland massacrata dalla gentrificazione, deve trovare altri introiti. Così si ritrova in certe officine malsane, tra tossici che respirano benzina spruzzata su una mascherina cercando di forzare una cassaforte. Oppure, come fa già una sua collega nel bar dove lavora, è costretta a vendere il suo corpo a ricchi promotori finanziari stanchi delle loro famiglie o a agiati informatici ventottenni, perversi e egoisti nelle loro dimore ristrutturate da architetti all’ultima moda. Lynette ha un fratello con gravi disabilità mentali, un padre alcolista che se ne è andato e ora lavora sfruttando gli immigrati del Salvador e una madre che fuma troppo e spende i tutti i suoi risparmi perché vuole una macchina nuova.

Diane è bloccata fuori da Tijuana in Messico, dove passa il muro che divide gli Stati Uniti dal resto dell’America. Ha una sessantina di dollari in tasca, i suoi denti non sono in buone condizioni e ha un occhio nero. Adesso è lì, ai margini di una delle città più pericolose al mondo, e sono un lontano ricordo i giorni in cui suonava il clarinetto nella banda e adorava guardare film francesi. Ora è schiava del Dilaudid, come migliaia di altre persone, rese dipendenti da un farmaco che ingrassa le case farmaceutiche o sostenta appena chi lo spaccia per strada.

Lynette e Diane sono due personaggi usciti dalla penna di Willy Vlautin, ispirati dalle dure esistenze della classe lavoratrice americana. Quella che dalle tronfie dichiarazioni e dai millantati proclami di prosperità dell’attuale governo è esclusa. Quella che cerca di sopravvivere ai prezzi delle abitazioni sempre più alti, alla sanità sempre più inaccessabile, a indebitamenti sempre meno solvibili. Sempre più a rischio di precipitare nell’indigenza da working-poor, ormai lontana anni luce dal sogno americano.

Lynette è la protagonista di “La notte arriva sempre” – pubblicato in Italia da Jimenez grazie alla traduzione di Gianluca Testani – mentre Diane è al centro delle strofe di “Dilaudid Diane”, il singolo tratto da “The Setup” dei Delines, l’ultimo disco della band in cui Willy Vlautin, da tredici anni in qua, scrive i testi, suona la chitarra e canta, unendo la sua voce a quella dalle profonde sfumature di Amy Boone. Della canzone ne ho scritto su Humans vs. Robots in questo post su “una ballata per chi si è perso e non può tornare”.

Del libro ne scriverò a breve, ma mi piacerebbe farne anche un video per una vecchia idea che non ho mai tempo – o forse voglia – di principiare. Intanto, se volete, leggete i libri di Willy Valutin, non ve ne pentirete.


Foto da “Portland, Oregon: Displacement by design” | via National Community Reinvestment Coalition.