Il ronzio degli insetti

Ora la società non ha più difese, in compenso non c’è più il ceto politico che la parassitava.
Lasciamo perdere l’idea di ricostruire la sinistra, perché la sinistra non ci serve. E’ un concetto vuoto, che si può riempire soltanto di passato.
La società non ha bisogno di un nuovo apparato di mediazione politica. Non ci sarà mai più mediazione politica. Il capitale ha scatenato la guerra contro la società. Non possiamo far altro che adeguare ad essa i nostri strumenti e i nostri linguaggi.

Non possiamo combattere quella guerra sul piano della violenza, per la semplice ragione che la perderemmo.
La società deve costruire le strutture della sua autonomia culturale: dissolvere le illusioni che sottomettono l’intelligenza al lavoro al consumo e alla crescita, curare lo psichismo collettivo invaso dai veleni della paura e dell’odio, creare forme di vita autonoma autosufficiente, diffondere un’idea non acquisitiva della ricchezza.
Non abbiamo altro compito. Ed è un compito gigantesco.

(bifo, “l’orizzonte” | rekombinant)

“Bisogna che nelle nostre teste offuscate dalle tubature delle fogne, dai muri delle scuole, dall’asfalto e dalle pratiche assistenziali entri il ronzio degli insetti. Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi, non importa se poi non le costruiremo. Bisogna alimentare il desiderio”.

(Antonio Neiwiller, “L’altro sguardo”, 1993)

Per smentire sia T.S. Eliot sia i finali dell’ultimo di capodanno: “Così finisce il mondo | Così finisce il mondo | Così finisce il mondo | Non in un baccano ma in un piagnisteo”.

Lasciate che piangano gli emo e i fighetti della televisione: c’è da fallire ancora e meglio.

Come sempre: ci piace, si fa.

Io lo voglio fare.

Tutto deve crollare

Carlo Cannella | Tutto deve crollare «Tutto deve crollare è, in sintesi, una riflessione sulla forza corrosiva del tempo e sull’azione propulsiva e insieme disgregante del profitto a ogni costo. L’ideale può costituire una pur precaria forma di salvezza, ma resta minaccioso e oscuro il Moloch enorme, sordo e cieco della vita reale, che insorge insieme alla frattura originaria dell’esistere, e che riverbera sul destino di ognuno l’ombra di un incolmabile e decisivo difetto d’essere»
(Carlo Cannella)

Questo libro l’ha scritto Carlo – per me è già una garanzia – lo pubblica online vibrisselibri – saldo progetto anfibio che dal web sguscia sulla carta senza rimanerci appiccicato – anche per questo un booktrailer glielo dedicherei volentieri – intanto scarichiamo il .pdf – 821 kb – leggiamolo – il primo passo è sempre quello – carta o web che sia.

Punk agricoli #1

Parlo, straparlo, scribacchio e accenno ai punk agricoli da circa tre o quattr’anni: alla fine son sempre a provare in ralenti a capirne meglio i trascorsi (che poi sono anche i miei).

Poi, oggi, sull’ultimo numero di Bam! – fanza di rock’n roll music che mi garba parecchio – trovo “Out of step down the old plank road”, scritto incolumnato e notevole di Peter Parkinson che parla di HC (nel senso di punk hardcore) e country.

L’ho letto tutto e ho capito molte cose, sui punk agricoli e anche sulla storia ‘mereggana.

(qualche estratto ve lo trascrivo qui – se volete il resto accattetevi Bam!, spilorci assassini)

[…] C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un mondo dove deve succedere questo, dove non è più possibile dire NO se non a costo di diventare mendicanti. L’HC è solo una luce che lampeggia a segnalare questo errore; certo è roba per adolescenti poco evoluti, ma è ancora per me, musica morale, quella che possono creare appunto dei bambini senza esperienza che però si rendono istintivamente conto (anzi sentono sulla propria pelle) che non ci sono punti di riferimento, che ideali sogni, futuro sono parole che sono state svuotate di qualunque significato e riempite con merda luccicante (per gli intellettuali e i radical-chic che hanno già superato e abbandonato questo problema come se fosse una verruca da bruciare ci sono Merzbow, Thirlwell e la Lunch). La radice del country, per me, è una figura in note di cosa sarebbe potuto essere se l’uomo avesse percorso un’altra via, una illusione ideale forse, ma anche un suono pieno di un passato su cui contare e di una terra su cui vivere. l’HC è invece l’urlo di “ricambi umani” che chiedono perché non c’è più passato e non c’è più terra.
[…]

L’HC è una risata grassa e carica di sacrosanto odio alla vacuità di una fede nel progresso che ha ridotto il mondo com’è ora mentre il country era l’epressione di chi non aveva una visione di questo tipo, di chi ha percorso una via differente quando ancora poteva. Una impalpabile impronta di un mondo che poteva essere differente (e avere davvero un futuro) e invece è morto in duecento anni.
[…]

L’HC è uno specchio (neanche tanto deformante) che riproduce, mettendola a nudo, l’immagine di ciò per cui la maggioranza degli esseri umani si è ammazzata negli ultimi 250 anni: 1,4 secondi ai 1000 all’ora per morire affogati nei nostri rifiuti. Campare 100 anni di cui 50 o 60 da vecchio rincoglionito che si cura gi acciacchi davanti all TV. Cosa c’è di musicale, di divertente, di sociale in questa bella fotografia? Niente. Esattamente come nel mondo che i vostri papy col portafoglio a fisarmonica vi hanno lasciato e che voi lascerete ai vostri pargoli. Divertente, no?

Agente zoro zoro 7

[sempre a proposito di video e web: una fonte, segreta ma affidabile, passommi questo messaggio]

DOCUMENTO: 07/012/07 | Memorandum interno da E., agente semplice, a J., responsabile della bassa blogosfera occidentale

Signore,

qualche riga per informarla della situazione relativa all’agente Diego Bianchi (nome di copertura: Zoro). L’agente testè citato era stato incaricato di infiltrarsi nella televisione privata, operante nel settore parawebtelevisivo, ad oggi rispondente al nome di La7.

Missione compiuta, signore.
[questo messaggio si autolinkerà tra 10 secondi]

Ho sempre voluto

“Io ho sempre voluto cantare.
Mi ricordo che da bambino mio padre s’incazzava e io cantavo ancora di più, mi picchiava e io cantavo ancora di più.
Io me li ricordo i microfoni a giraffa, mi ricordo Mina, Walter Chiari, Alberto Lupo. Alberto, Alberto schiattava di risate con me. Mi ricordo tutti i teatri dove mi sono esibito, tutte le canzoni che ho cantato, tutti i camerini, tutti i flash dei fotografi, le dediche sui dischi, gli autografi, le turné, i ristoranti, le risate, le lacrime degli spettatori.
Io sono nato a vico Speranzella. Mi ricordo Napoli durante la guerra, avevo solo otto anni, mi ricordo il rifugio a piazzetta Augusteo.
E poi mi ricordo che avevo sei smoking, centocinquanta camicie, novanta paia di scarpe.
Mi ricordo quando m’hanno messo le manette la prima volta, tutte le lacrime che ho pianto, ma come piangevo quando mi trasferivano da un carcere all’altro, quando le guardie carcerarie mi facevano l’ispezione anale.
Poi mi ricordo tutti, tutti i compagni di cella.
Tony Pisapia | L'uomo in piùIo mi ricordo tutte le volte che avevo la voce bassa e avevo paura di salire sul palcoscenico. Mi ricordo i fiori dentro ai camerini, le donne fuori dai camerini che dicevano che volevano conoscermi, mi trovavano interessante, ma poi si finiva sempre a letto. Dicevano che ero bello, ma io non mi sono sentito mai bello, io mi sentivo potente, non me n’è fregato mai un cazzo di nessuno.
Io mi ricordo tutto: è ‘na strunzat’ che la cocaina ti scassa la memoria, so’ trent’anni che la tiro e non mi sono dimenticato niente, io me la ricordo tutta la cocaina che mi sono tirato, del resto tutti hanno tirato in questi anni di merda, chi è che non l’ha fatto? Soltanto i poveri non hanno pippato e non sanno quello che si sono persi.
Io mi ricordo quando cantai a New York e Frank Sinatra dovette venirlo a sentire a questo fenomeno di Tony.
Mi ricordo mia madre quand’era giovane; che vi devo dire? Per me rimane comunque la donna più bella che ho conosciuto nella mia vita.
Poi mi ricordo un amico, si chiamava Antonio Pisapia, era un grande calciatore. Voleva fare l’allenatore e non gliel’hanno fatto fare e si è suicidato.
Ma io non mi suiciderò mai perchè un’altra cosa mi ricordo io, io ho sempre amato la libertà e voi non sapete manco che cazzo significa, io ho sempre amato la libertà, io sono un uomo libero”

(Tony Pisapia, “L’uomo in più”)

Facce da curriculum

Facce da curriculum

Te la ricordi quella di Sartre e il cameriere?
Il filosofo era lì che filosofeggiava seduto al tavolino d’un caffé di Parigi quando t’arriva questo signore per l’ordinazione.
“Chi è lei?” gli fa Sartre.
Quello abbocca e risponde “Sono il cameriere”.
Sartre non aspettava altro e – come quando ti funziona “l’antani” – gli ribatte pronto: “No, lei non è il cameriere, lei fa il cameriere”. *

Quello che siamo e quello che saremmo disposti a fare: nello scrivere un curriculum c’è questo iato strategico, terra franca in cui possono infilarsi inventiva e originalità fino a capovolgerne – il situazionismo dovrebbe avercelo ficcato in testa – il significato e il senso originario.

Come in “Facce da curriculum”, concorso pensato e organizzato da sensopposto e Noubs Edizioni creato per farci mischiare mitopoiesi formattata all’europea e autofiction per strappare un salario: guardate la fototessera, scegliete una faccia e descrivetene le magnifiche sorti progressive che dovrebbero portarla a vendere il proprio tempo di vita per un tozzo di pane.**

Io partecipo, magari proprio con il CV d’un cameriere stanco d’aver servito l’intellettuale di Francia (o il re d’Inghilterra).

—-

* ad oggi non è appurato se poi il cameriere gli sputò nel caffè di nascosto convertendosi per sempre al più sincero nichilismo.

** madonna come sono tragico stamattina.