Cambio di stagione con tributo

Sono passati più di dieci anni dall’ultimo cambio di grafica e tema del blog e del sito principale. Dieci anni in cui è cambiato il mondo, tra pandemie globali, guerre sempre più estese e assurde, il ritorno – seppure effimero – del Pisa in serie A e l’avvento dell’intelligenza artificiale.

So bene che il cambio di un’interfaccia non è assolutamente proporzionale a sopportare eventi di questa portata. Serve solo a dare un po’ più di velocità al caricamento, sbarazzarsi di alcune funzionalità obsolete e attrezzare al meglio un luogo digitale che assomiglia sempre più a un provvisorio rifugio all’interno della foresta oscura in cui, per alcuni, si sta trasformando Internet. Alla fine, come si vede, è diventato tutto molto più bianco in modo che le parole spicchino meglio e, spero, ci sia più cura da parte mia nello sceglierle prima di lasciarle sotto gli occhi dei lettori e delle lettrici che ancora seguono questo blog, arrivato al venticinquesimo anno di vita.

L’immagine che vedete sopra con il robottone che contempla una piantina secca è il mio personale, misero, ma sincero tributo al grande Carlo Cecchi che se ne è andato all’inizio di quest’anno. Vorrebbe essere la sintesi di due sue immense interpretazioni, la prima teatrale e la seconda cinematografica, che in gioventù mi hanno fatto godere, pensare e cambiare: quella del personaggio di Hamm in “Finale di partita e quella di Renato Caccioppoli in “Morte di un matematico napoletano”. Son seghe mentali di quelle medio-grandi per un semplice redesign, ma anche di questo c’è bisogno per tirare avanti.

Non posso chiudere il post se non dopo aver ringraziato arsenio bravuomo che come sempre mi offre il suo generoso aiuto quando si tratta di tirarmi fuori dalle peste per le questioni che riguardano PHP e tutte le altre robe di codice dove non arrivano le mie forze. Code is poetry, man.

Non fatelo a casa, è un reato

Credo che se oggi in Italia ogni persona munita di patente si recasse in una concessionaria dei marchi Stellantis e si portasse a casa due macchine a testa, salutando e andandosene senza pagare, commetterebbe un reato pur non avendo rubato nulla. Anzi, sarebbe ancora in credito rispetto a tutti i soldi e le agevolazioni che la famiglia Agnelli ha intascato dallo stato italiano dalla prima repubblica in poi. Dalle nostre tasche, per capirci.
Di fronte all’antico trucco di privatizzare gli utili e socializzare le perdite, la politica asseconda o piagnucola, mentre i padroni fanno da anni quello che gli pare e piace: prendono quando c’è da prendere e vanno quando e dove vogliono. Ultimamente gli garba il Marocco, specie il suo costo del lavoro.

Ma la cosa di andare e portarsi a casa un paio di automobili a testa non si può fare. Lo ripeto – il consulente legale del blog mi consiglia di scriverlo esplicitamente: non si fa, è reato.

Certo, la tentazione di metterla in pratica per qualcuno sarà forte, specie se si pensa agli oltre 220 miliardi di euro che dal 1975 a oggi prima Fiat e poi Stellantis avrebbero ricevuto dallo Stato italiano, sotto forma di finanziamenti e incentivi. Questa la cifra ipotizzata in un’analisi di un paio di anni fa di Federcontribuenti – non di accidiosi anticapitalisti.

Tuttavia, le due macchine gratis scordatevele perché si rischia la galera e anche l’incitamento a farlo non rientra nel perimetro consentito dalla legge. Il consigliere legale del blog mi consiglia di ripeterlo ancora e di metterlo anche come titolo del post.

Ok, l’ho messo anche nel titolo. Contento?
(Avvocato, ma perché quell’orologio sul polsino?)

Ruba poco, ruba molto

L’intelligenza artificiale è utile in molti settori e dannosa in altri. Tra questi ultimi c’è il fatto di addestrare le AI attraverso contenuti creati da persone che non hanno dato il loro consenso: è disonesto e la passano sempre liscia i più ricchi e potenti.
Per fare un esempio concretissimo e attuale, c’è Meta – ma è una pratica che vale anche per le intelligenze artificiali sviluppate da OpenAI e da Google- che, per allenare i modelli linguistici di Meta AI, ha usato milioni di libri protetti dal diritto d’autore, senza chiedere il permesso a nessuno e in maniera totalmente gratuita. Lo ha fatto attingendo direttamente da LibGen, una delle biblioteche online che permettono di scaricare articoli e libri in modo non autorizzato. Solo che se a scaricare anche solo un libro sei tu, povero disgraziato che non hai i capitali per soddisfare tutte le tue voglie di lettura, rischi una multa salata, se lo fa una grande azienda va tutto bene e rientra nel fair use.

Per chiarire meglio il concetto, in California gli autori di una causa contro Meta hanno utilizzato una frase – molto brechtiana – della canzone di Bob Dylan “Sweetheart Like You” per prendere in giro le giustificazioni della corporation allo scaricamento illegale dei testi:

“Steal a little and they throw you in jail / Steal a lot and they make you king.”
(“Ruba un pochino e ti ficcheranno in galera / Ruba tanto e ti faranno re”)

Poi c’è anche che ultimamente mi dà noia la moda di voler infilare l’intelligenza artificiale in tutte le occasioni possibili, di lavoro o meno, come se usarla fosse la cosa più ganza del mondo, a prescindere da tutto. Forse gli integrati, in questo caso, mi stanno sul culo più degli apocalittici perchè sono quelli che ne capiscono di più e, invece di spiegare pro e contro delle AI, spesso si arroccano su posizioni di bene assoluto – quasi apologetiche – difficili da sopportare. Quando succede mi verrebbe da reagire – e così sbaglio anch’io, lo so – con la stessa intransigenza. Per esempio, caricando immagini come quella in cima a questo post.
E per concludere in stile rant: si può dire?

(Immagine di Dyna Moe | via Bluesky)