Raccordi di farfalle

È bello quando leggendo due libri, uno di seguito all’altro, ci si accorge che ci sono assonanze di fondo che non avresti immaginato perché gli autori sono lontani tra loro – geograficamente, anagraficamente e per i temi trattatti nei loro libri.

Mi è successo questa estate dopo aver letto prima “La collina delle farfalle” di Barbara Kingsolver e, subito dopo, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi.

Senza fare troppi spoiler, ma anche fregandosene il giusto, mi sono accorto che i due libri in questione avevano un paio di cose in comune che mi hanno lasciato sorpreso, specie per il fatto che li ho letti di seguito e che in un ideale montaggio tra pagine, questo sarebbe stato un raccordo felicissimo, azzeccato quanto involontario.

La prima cosa è la nascita di un bambino morto che condiziona la vita sia di Dellarobia, la giovanissima madre che lo partorisce nel romanzo appalachiano di Kingsolver, sia quella del talentuoso scrittore abruzzese che descrive in pagine dolorose i dettagli anatomici del fratellino nato già morto.

La seconda sono le farfalle. Nel libro della scrittrice la loro incomprensibile migrazione in Tennesse è il motivo principale che porta la protagonista a cambiare in maniera decisa la propria vita, prendendo allo stesso tempo consapevolezza del cambiamento climatico. Nel memoir di Pierantozzi una farfalla compare nelle pagine conclusive, all’interno di un ospedale dei libri, per un esperimento che potrebbe far rinascere il fratellino morto attraverso le parole.

In entrambi i casi, c’è la credenza – credo ancestrale – che le farfalle simboleggino le anime delle persone morte. Una leggenda popolare diffusa sia in Messico sia nella provincia teramana, così come in molte altre parti del mondo.

Tutto qui: sono le piccole, meravigliose soddisfazioni che accadono a chi legge libri. E di questi tempi sembrano ancora più insulse, ma invece no.


Immagine: “Danaus plexippus” | via Wikipedia

Ciao Anubi

La prima volta che ho sentito il suo nome è stato a Pisa: mancavano pochi giorni alla manifestazione nazionale della Pantera del febbraio del 1990 e nelle assemblee e nei discorsi fuori e dentro l’università occupata si parlava di questo compagno romano come uno dei più preparati e colti di tutto il movimento. Qualcuno, se non ricordo male, lo aveva chiamato scherzosamente Anubosky, anche se la desinenza simil-russa non intendeva in nessun modo accostarlo a un burocrate sovietico – uno di quelli che Majakovskij detestava, considerandoli tra i principali responsabili del soffocamento dell’utopia della rivoluzione d’Ottobre. Perché l’intelligenza di Anubi D’Avossa Lussurgiu era quanto di più lontano potesse esistere dalla grigia ortodossia dei burocrati di partito: Anubi era una mente radiosa, enciclopedica e pulsante, da vero amante e sostenitore dei movimenti, deciso e vitale in ogni sua azione politica, fosse teoria o prassi.

Di persona non siamo mai riusciti a scambiarci una parola: a Roma, in quella manifestazione, sarò stato al massimo a cento metri da lui. Una ventina d’anni dopo – quando in mezzo c’era stato il G8 di Genova e Twitter non era ancora diventato lo strumento del primo trilionario fascista – ci eravamo incontrati e riconosciuti online. Così per un bel po’ di anni ci siamo scambiati messaggi – sia pubblici sia privati – ragionando sulle primavere arabe, gli scioperi in Grecia, le lotte di fabbrica e di quartiere, il conflitto sociale e il diritto alla città, riflettendo sugli scoramenti e le gioie personali, in un intreccio di tweet che conservo ancora in un backup digitale e mentale che oggi produce un dolore intenso.

Perché da ieri mattina Anubi non c’è più e tutto quello che posso fare ora è andare a recuperare e rileggere alcuni di quegli scambi online, come quello nello screenshot qui sotto, scelto tra molti altri che non mi sento di rendere pubblici perché più personali e intimi.

Ciao Anubi, mon semblable, mon frère.
Che la terra ti sia lieve.

La prossima settimana

La mia croce sono i calchi.
Lo so che dovrei aspirare a un Avversario più decoroso, e invece, sarà che ormai più che nel mondo delle persone vivo in quello delle parole, il mio cruccio è questo: le espressioni che ricalchiamo da una lingua straniera (anzi la lingua straniera, l’unica da cui sono colonizzate le nostre coscienze), traducendole di peso, alla lettera, e ignorando – magari a bella posta, per darci un tono internazionale – che ne esisterebbero di equivalenti in italiano.
– Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Non sono un traduttore, continuo a vivere più nel mondo delle persone che in quello delle parole. Mi stanno anche discretamente sulle palle la postura e la pratica del grammarnazi e nemmeno io sono un autarchico che condanna chi usa parole inglesi – come specifica Igor, il protagonista del libro di Ferrari nelle righe successive all’incipit citato sopra. L’italianizzazione forzata dei termini stranieri durante il ventennio mi è sembra parsa una trovata cialtronesca, stolida nel suo tentativo di proteggere fieramente la purezza dell’italiano.

Tuttavia, c’è un calco dall’inglese che ha ormai esteso il suo dominio su buona parte di chi usa la lingua italiana che mi manda ai pazzi: quelli che dicono “settimana prossima” invece di “la settimana prossima”.

Quando mi capita di ascoltare o di leggere frasi come «allora ci sentiamo settimana prossima» o «settimana prossima esce un film imperdibile» mi piglia un’uggia nervosa sottopelle che quasi ogni volta mi fa venire in mente l’immagine della mia maestra delle elementari. Un’insegnante bravissima e fondamentale perché per prima mi ha fatto appassionare alla scrittura e alla lettura e che, quando consegnava i compiti di italiano, ti chiamava vicino a lei alla cattedra e ti spiegava una per una le correzioni. Ecco, ogni volta che incappo in “settimana prossima” quell’immagine subisce una sfocatura profonda mentre una voce grida disperata: «le merendine di quand’ero bambino non torneranno più! I pomeriggi di maggio non torneranno più!».

Al di là di questo personalissimo effetto nostalgia, sarei proprio curioso di sapere quando e specialmente perché qualcuno ha iniziato a usarla. A volte penso che, oltre all’influenza dell’inglese, uno dei motivi potrebbe essere il calco dell’espressione “lunedì prossimo”. Che è corretta, ma che a me piace ancora di più nella forma “il prossimo lunedì”. Insomma: se ogni lingua cambia secondo le esigenze di chi la usa, quando è nato questo bisogno di finta sinteticità che cerca di far scomparire un articolo che non dà noia a nessuno e, secondo me, dona anche più musicalità?

A volte, a costo di peggiorare il mio non certo oxfordiano inglese, quando in qualche riunione di lavoro c’è da fissare una data o una scadenza, la tentazione di dire: “the next week” invece di “next week” è davvero forte. Così, tanto per rendere bambinescamente la pariglia ai conterranei di Guglielmo Scuotilancia.

Rallentare subito, rallentare tutti

Il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nei lavori di tipo creativo sta assumendo i contorni di un confronto tra due schieramenti sempre più lontani e diffidenti tra loro. Apocalittici contro integrati in salsa social ossia thread su Facebook che assomigliano sempre più a scambi di opinioni progressivamente sempre più accese e divergenti. Sto parlando dell’Italia e di persone che conosco e apprezzo per la loro capacità di ragionamento da molti anni. Tra le questioni principali ci sono sia la disoccupazione che l’impiego delle AI generative provoca anche nelle professioni da white collar, sia il ruolo della fatica che qualsiasi lavoro intellettuale comporta e che con l’uso delle AI verrebbe significativamente mitigata.

Mi sono deciso a scrivere di questo argomento dopo aver letto questo post di Loredana Lipperini che riporta alcuni estratti dall’articolo che lo scrittore Colson Whitehead ha pubblicato sul New York Times, decrivendo lo scontro ideologico in atto negli Stati Uniti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Così scrive Lipperini, riassumendo la posizione dell’autore de “La ferrovia sotterranea ” e di “Manifesto criminale” (libri entrambi bellissimi, secondo il mio umilissimo parere):

«Quello che scrive Whitehead, comunque, coincide esattamente con quel che penso, per pochissimo che possa valere: in soldoni, fate come caspita vi pare. Volete usarla? Fatelo. Ma se volete anche fare proseliti in ambito artistico, permettete agli altri di non essere d’accordo».

Lo dico chiaramente, e chi legge questo blog credo lo abbia già capito da tempo: tra i due schieramenti il sottoscritto è decisamente più vicino a Lipperini e Whitehead. Ma, allo stesso tempo, continuano a interessarmi anche le riflessioni, le pratiche e le critiche che arrivano dal campo avverso – penso a Alberto Puliafito, Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, per rammentarne solo alcuni che conosco e stimo da molti anni. Per non rinunciare aprioristicamente a sentire entrambe le campane occcorrerebbe recuperare quel terreno franco, quella terra di nessuno dove il confronto potrebbe avvenire senza bollarsi a vicenda di invasati tecno-entusiasti o di testardi misonesisti – e ho indorato molto la pillola perché i termini usciti negli scontri online sono stati e continuano a essere meno gentili.

Come fare non lo so, ma un piccolo presentimento forse ce l’ho: rallentiamo tutti e tutte. Troviamo il modo di mettere in atto una sorta di moratoria, come quella che ha proposto Bernie Sanders sulla costruzione di nuovi data center per le intelligenze artificiali. Il senatore statunitense non è contrario per principio al loro utilizzo, ma vuole che il frutto di questa nuova tecnologia, oltre a non essere devastante per l’ambiente, serva prima di tutto a non arricchire ulteriormente di potere e di quattrini i soliti miliardari, provocando allo stesso tempo la perdita di milioni di posti di lavoro. Allo stesso modo, potremmo trovare il tempo per sospendere momentanemante gli alterchi: da una parte smettendo di abbracciare, seppure con sincero entusiasmo, ogni nuova release di Claude, Perplexity o ChatGPT per scandagliarne le potenzialità e divulgarne l’uso e dall’altra provando a vedere se nelle possibilità offerte dalle intelligenze artificiali possa esistere quella di aiutare il processo creativo senza che venga indebolito il contributo della imprescindibile scintilla umana che ne sta alla base. Perché ciò accada bisognerebbe uscire dai binari accelerati dal continuo contrasto tra queste due scuole di pensiero. Fermarci per qualche tempo e tornare a pensare, senza accusarsi a vicenda di circolettismo o di incoscienza e evitando di arrivare a scontri verbali sempre più violenti. E permettendo – come ricordava Whitehead – di dissentire anche aspramente, anche se questa avversità può ricordare il lato migliore del tecnoluddismo.

Non so se sia possibile, magari è più facile e anche utile dividersi definitivamente in due fazioni, aumentare il fossato assolutista che le separa e vedere, nei prossimi anni, chi la spunterà. Sono sicuro che non si arriverà mai, nel contesto della scrittura creativa, a menare le mani. Dove invece le cose – al di fuori del processo creativo e allargando il campo a quello dell’applicazione delle AI all’intero mercato del lavoro – si stanno facendo sempre più dure è negli Stati Uniti. Oltre allo scontro ideologico ce n’è un altro ben più concreto: negli ultimi giorni, l’abitazione diSam Altman e quella di un consigliere comunale sono state attaccate a colpi di molotov e di pistolettate. Così ci informa Brian Merchant in “Why the AI backlash has turned violent” dove nella parte finale scrive:

«Aziende come Amazon, Block, Duolingo e Meta stanno licenziando decine di migliaia di lavoratori, adducendo come motivazione l’intelligenza artificiale. Ci viene detto che l’AI un giorno potrebbe curare il cancro; fantastico, ma anche se ci credessimo, chi potrà permettersi la cura?»

Traslando l’analogia in campo letterario, si potrebbe dire che ci viene detto che con l’AI un giorno tutti saranno scrittori, ma anche se ci credessimo, chi avrà voglia di leggere senza farsi fare un riassunto?

(rileggendo prima di premere il tasto “Pubblica”, mi sono accorto di quanto sia permeato di un afflato conciliante tutto il post. Fossimo stati in un questa diatriba vent’anni fa, con molta probabilità, mi sarei tuffato a capofitto – come Inosuke di “Demon Slayer” – in una delle due posizioni, cercando di aumentare l’intensità del conflitto per vedere soccombere l’avversario il prima possibile. Può darsi che questa attitudine riformista da terza via – pur avendo schifato e schifando ancora oggi Tony Blair per i colossali danni che ha fatto alla sinistra – dipenda dall’età, ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta. O forse dal fatto che sto toccando con mano una di quelle situazioni in cui mi sembra dolorosamente di poter dire: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche…»)