Avventura continua

Ha ragione b.georg: “quella che era un’avventura è diventato oggi un elettrodomestico. Bisogna inventarne di nuove“.
Vale per tutti quando si parla del blog; bisogna pensarci e agire.
Son sicuro che sarà quello che farà Effe, amico e ‘domesticatore di parole, di caffè di notte a Napoli, di incrontri impossibili, di sacripantiche esplorazioni, di posti invisibili, di mondi riraccontati, di Pasolini a voce in piazza Castello, di reti di segni, di mail favolose brevi o minime che fossero.
Eccoci, qui, Flaviano, pronti a ripartire da dove, quando e come vuole: in continua avventura.
Con o senza blog, ad maiora.

Da sopra in giù

Set live | monoforma under attack Abitando al quarto piano, Taberna fuma spesso affacciato alla finestra.
Tra le persone che passano sotto, quelli che rivolgono più volte lo sguardo in su hanno le sopracciglia guardinghe: camminano abbastanza svelti con quella specie traditora d’occhi che s’acquista nello scoprire un complotto o a stanare un pezzo di cielo bugiardo. Hanno le mani quasi sempre puntellate nelle tasche, il mento leggermente incuterito, le spalle atteggiate a freccia.

A volte s’accorgono di Taberna che li sluma da sopra: gli sguardi sembrano piantarsi l’uno nei buchi del naso dell’altro, attutiti dalla sfocatura della distanza. Due sconosciuti che si fissano per decine di secondi o sono in un film di Von Trier o sono a debita distanza.
Taberna spea soffiando sul capino rosso della sigaretta, la persona in strada rimane in secondo piano, il fumo s’alleggerisce sull’alfa zero.

Potrebbe succedere qualsiasi cosa. Sono le due e mezza di pomeriggio, cadono i governi, pazientano gli operai, suona il citofono, arriva il sociologo Calzolai, Liv scatta un set di foto live, s’attacca la monoforma e alla fine Taberna chiude la finestra.

Allegasi foto a riprova del vero.

Cose da fare prima di morire

Mafe, Vanz e Auro, qualche settimana fa, m’hanno invitato a scrivere qualche post per un blog collettivo di cazzeggio maschile che si chiama I soliti sospetti e che fa parte del sito-community Menstyle.it (stesso editore di GQ, Vanity Fair e via).

Ora se te fossi stato uno sciamannato come me, poco avvezzo all’hype e al cool, molto avverso alle dicotomie dell’in e dell’out, che facevi per rompere il ghiaccio?

Io ho rubato della roba (a Stefan Sagmeister), si chiama “Cose da fare prima di morire”.
(Oh, non è un meme. Mi raccomando che sennò poi s’incazzano quelli di Blogbabel)

Ma il manifesto che fa?

Come giornalisti e lavoratori dell’informazione sappiamo che l’espropriazione delle parole, la loro sussunzione alla cultura dominante, costituiscono alcuni dei tratti peculiari più significativi dell’attuale assetto sociale. L’azienda contemporanea si è ridotta a essere organismo qualsiasi rivolto unicamente al conseguimento di uno scopo economico. Non conta cosa e perché si fa. Ciò che conta è fare profitti.
Il manifesto naturalmente è ben lontano da questa logica e non persegue questo scopo. Così come è lungi dal trasformarsi esclusivamente in un’azienda. Il manifesto non diventa «l’azienda manifesto».
Ma per conseguire i nostri scopi abbiamo la necessità di diventare anche una azienda.

[…]

Il tutto per corrispondere alle crescenti esigenze di vasti settori, dal mondo del lavoro alle associazioni che ci chiedono sia di fornire strumenti efficaci e aggiornati per comprendere e decifrare la realtà odierna e il futuro, sia di sostenere e dare voce a chi si batte per costruire un altro mondo possibile. Non è un compito esclusivamente economico, è invece un obiettivo eminentemente politico. Il tratto aziendale del manifesto deve affrontare i suoi problemi economici in sintonia con i suoi scopi. L’economia che ci permetterà di reggere e di svilupparci dovrà essere all’altezza delle nostre idee politiche e in sintonia con esse. Dalla nostra sicurezza economia dipende la forza delle nostre ragioni e viceversa.

(“la prossima sfida del manifesto”, 12 dicembre 2007)

Si parlava del vuoto totale, in termini più fantascientifici che politici. S’era al telefono io e il mio sociologo preferito: il fraterno professor Calzolai.
Che a un certo punto mi chiede:
“Ma te l’hai letto quell’articolo sul fatto dell’azienda sul manifesto di questi giorni?”
“Credo di no, questa settimana l’ho comprato solo il martedi” – gli fo io – “Aspetta, guardo sul sito, ci dovrebbe essere”

Sicché lo leggo. E poi col Calzolai si parla del quadrotto pubblicitario piazzato accanto al fogliettone in questione.
E’ questo che vedete qui accanto.il manifesto | prima pagina | 12/12/07

La telefonata è finita con tutt’e due che ci si chiedeva, abbastanza increduli e a vicenda: ma ‘nsomma icché fanno quelli del manifesto?

Trova e sostituisci

“1976. In Italia esplose la mania delle radio libere, e i cinghiali della Dc e del Pci cominciarono veramente a uscir di melone. Uno dei capisaldi del loro potere, probabilmente il principale, la gestione del consenso attraverso l’informazione, veniva di colpo non messo in discussione, ma sfanculato di pacca (la famosa prassi). Per il proletariato giovanil-desiderante non era stato affatto un problema: si vuole fare? Si fa. Bastava intendersene un minimo e avere un po’ di milioni da investire in apparecchiature.
Prima le radio non c’erano. Adesso c’erano. Cazzo volete.
Mandato a fanculo con bella nonchalance anche il rito del chiedere a qualche bidello il permesso di tirar su un’antenna, e ciò fu considerato l’insopportabile colmo.
Il Pci non sapeva che pesci pigliare ma manteneva la rituale bava alla bocca, sua inveterata abitudine quando veniva preso in contropiede su un aspetto qualsiasi della realtà (il famoso, agghiacciante scavalcamento a sinistra). Dopo spaventi, stridor di denti, sudori, mise in piedi la teoria che era pericolosissimo polverizzare le fonti d’informazione “perché così si aiutava il grande capitale”. Mondadori, Rizzoli, Agnelli, Monti. Per non aiutare questi cani, per non fare il loro gioco, dovevi abbattere la tua antenna, startene buono in casa e votare Rai. L’hanno sempre avuta, ‘sta passione di rinchiudere la gente.
Tanto per dire com’erano messi.”

(Filippo Scòzzari, “Prima pagare poi ricordare”)

La vicenda e il fenomeno sono irripetibili, la dietrologia non serve mai, ma provate a trovare e sostituire:

radio libere con Internet;

DC e Pci con PD e CdL (allegramente interscambiabili)

Il resto può andare e la fine è nota.

(Alla radio: a Fahreneit la tag di oggi è “AnniSettanta”)

Brain damage

U turn me round...C’ho messo 5 minuti buoni per capirlo: sia per via d’un box d’advertising troppo invadente, sia perché m’ero concentrato solo sulle tette.

Se, come me, la vedi girare in senso orario sei un “destro”, almeno a livello d’emisferi cerebrali.

[via Phonkmeister ]