La prima volta che ho sentito il suo nome è stato a Pisa: mancavano pochi giorni alla manifestazione nazionale della Pantera del febbraio del 1990 e nelle assemblee e nei discorsi fuori e dentro l’università occupata si parlava di questo compagno romano come uno dei più preparati e colti di tutto il movimento. Qualcuno, se non ricordo male, lo aveva chiamato scherzosamente Anubosky, anche se la desinenza simil-russa non intendeva in nessun modo accostarlo a un burocrate sovietico – uno di quelli che Majakovskij detestava, considerandoli tra i principali responsabili del soffocamento dell’utopia della rivoluzione d’Ottobre. Perché l’intelligenza di Anubi D’Avossa Lussurgiu era quanto di più lontano potesse esistere dalla grigia ortodossia dei burocrati di partito: Anubi era una mente radiosa, enciclopedica e pulsante, da vero amante e sostenitore dei movimenti, deciso e vitale in ogni sua azione politica, fosse teoria o prassi.
Di persona non siamo mai riusciti a scambiarci una parola: a Roma, in quella manifestazione, sarò stato al massimo a cento metri da lui. Una ventina d’anni dopo – quando in mezzo c’era stato il G8 di Genova e Twitter non era ancora diventato lo strumento del primo trilionario fascista – ci eravamo incontrati e riconosciuti online. Così per un bel po’ di anni ci siamo scambiati messaggi – sia pubblici sia privati – ragionando sulle primavere arabe, gli scioperi in Grecia, le lotte di fabbrica e di quartiere, il conflitto sociale e il diritto alla città, riflettendo sugli scoramenti e le gioie personali, in un intreccio di tweet che conservo ancora in un backup digitale e mentale che oggi produce un dolore intenso.
Perché da ieri mattina Anubi non c’è più e tutto quello che posso fare ora è andare a recuperare e rileggere alcuni di quegli scambi online, come quello nello screenshot qui sotto, scelto tra molti altri che non mi sento di rendere pubblici perché più personali e intimi.
Ciao Anubi, mon semblable, mon frère.
Che la terra ti sia lieve.
