Io sarò qualcuno

Lo ammetto subito: sono stato in ansia dalla prima all’ultima pagina. Da quando ho capito che Horace Hopper, ventenne mezzo irlandese e mezzo Paiute, ha deciso di lasciare il ranch vicino a Tonopah, Nevada, dei coniugi Reese, suoi affettuosi e sinceri tutori dopo che il padre se n’è andato e la madre lo ha affidato alla nonna – che a sua volta non ha potuto più accudirlo. Da quando ho appreso che il suo primo desiderio era quello di diventare un pugile professionista – o meglio un campione – di quelli messicani «perché i pugili messicani sono i più forti. Lo sanno tutti. Affrontano chiunque. Sono dei veri guerrieri che non si tirano mai indietro, non mollano mai, non hanno mai paura».

La preoccupazione per le sorti di Horace non diminuiscono con il suo arrivo a Tucson in Arizona, ospite della zia, quando incontra quello che diventerà il suo scalcinato allenatore, Alberto Ruiz, un ex pugile incazzoso e dalla tosse assassina, grande consumatore di gomme Nicorette, molto più attaccato ai soldi che alla carriera e all’incolumità del giovane Horace. L’apprensione si attenua un po’ quando, presentandosi come Hector Hidalgo, ottiene un lavoro da gommista da Benny, un messicano di mezza età che mangia molto piccante e scola birre rigorosamente fredde, seduto su divano logoro davanti alla sua officina dall’insegna scritta a mano. Poi ci sono gli incontri di boxe, sia quelli vincenti, sia quelli che lo vedono sconfitto e quelli davvero fanno aumentare l’apprensione perché su quei ring di Las Vegas, Mesa e Monterrey si ha sempre più la consapevolezza che Horace non è un gran pugile, ma un combattente. E per questo c’è un prezzo da pagare.

Questo e altro succede in “Io sarò qualcuno” di Willy Vlautin, tradotto in italiano da Gianluca Testani – in originale si intitola “Don’t Skip Out On Me” ossia “Non abbandonarmi” – che attraverso la tenacia, le fragilità e la ricerca dell’identità del suo personaggio principale ti tiene alle corde dalla prima all’ultima pagina. Un altro romanzo working class, il quinto, ambientato nelle strade ormai sterrate e strette del sogno americano, opera di uno scrittore che, nel suo efficace minimalismo di genuina derivazione steinbeckina e carveriana, sa farti empatizzare con chi nella vita deve saper fare di tutto per non soccombere: deve saper resistere alla fame e alla solitudine, anche facendo il sacrificio di fare a meno degli amati Slayer, Crowbar, Cannibal Corpse e Pantera pur di rimanere concentrato sul proprio obbiettivo e costruirlo, un mattoncino dopo l’altro. Anche a costo d credere a improbabili manuali di auto-aiuto. Quando il libro finisce non sai se incazzarti di brutto e sputare rabbia e bestemmie o se sederti stremato, come fa un pugile alla fine dell’ultimo round, sapendo che le cose sono andate come dovevano andare e rimane solo la notte a cullarti, unico balsamo dopo la canicola dei giorni passati. Arrivato a quel punto, c’è anche un’altra soluzione: si può riavvolgere il nastro della narrazione e, aiutato dalla colonna sonora che Vlautin ha appositamente composto per il libro insieme ai disciolti Richmond Fontaine, riaffrontare i capitoli principali di un giovane uomo che sa picchiare duro, ma che prende troppe botte. Con una musica che sa appoggiarti la mano sulla spalla, per chi sentisse il bisogno di un po’ di conforto o di tirare qualche moccolo in meno.

Qui sotto la soundtrack del libro – via Bandcamp.


Immagine: illustrazione di Nate Beaty per “Don’t Skip Out On Me”.