Le pillole e le rose | incubo n.2

Pacman stoppedAvevo un faccione giallo, la bocca aperta e mi muovevo abbastanza liscio se andavo dritto. Quando c’era da svoltare era un casino: era come se non conoscessi la dimensione della profondità; per questo non potevo pencolare in parabolica e scattavo di quarantacinque gradi, in culo alla prospettiva.

Mangiare mangiavo solo pillole. Di continuo, senza requie. Non c’era un attimo della giornata in cui non fossi in cerca di quelle robine bianche, fragili e allineate come le briciole di Pollicino. Asservito al bisogno, la peggiore schiavitù, quella che ti trascina nei mercati, in attesa di padroni che ti faranno la cortesia di comprarti.(1) Chi invece non ti userà nessuna cortesia sono dei cosi colorati, dei piccoli fantasmi, che se ti prendono ti ficcano i loro spunzoni negli occhi e t’ammazzano lì sul posto.

Tra le pillole ce ne sono alcune speciali e rare: sono quelle che lampeggiano. Quando riesco a ingollarne una arriva il meglio perché per pochi secondi i fantasmini cambiano di colore, s’impauriscono, diventano blu di fifa, e, quando riesco a incontrarne uno, lo faccio fuori solo a toccarlo. Da una ventina d’anni però di pilloline lampeggianti non se ne trovano più e questo rovesciamento dialettico non può più avere luogo: i fantasmini rimangono sempre invulnerabili e intoccabili. Mi ci viene la rabbia e lo sconforto ma non c’è modo di intaccarli, impaurirli o almeno renderli innocui.

Eppure non è la fine della storia, le pilloline bianche sono lì, sempre più lustre e decantate: la mia è fame antica e il bisogno morde.

Quando mi sono svegliato ero avvolto in un lenzuolo blu, tirato fin sopra la testa, in una casa in Occidente.

(1) Simon Linguet, Théorie des lois civiles, 1767.