Un’epidemia mondiale l’hanno vissuta sulla pelle entrambe: l’influenza spagnola del 1918-1920 e il COVID-19 del 2020-2023. Ma, oltre a questo, ciò che sembra accomunare le due generazioni, a quasi un secolo esatto di distanza, sono la disillusione nei confronti dell’esistenza e la diffidenza per le generazioni precedenti.
Una settimana fa, su RocaNews, Max Hudgins ha pubblicato “Today’s Not-so-Lost Generation”, mettendo a confronto l’attuale Generazione Z dei venti-quasi trentenni iperconessi e la Generazione perduta, composta dai loro coetanei di fine Ottocento – quelli scaraventati nel tritacarne della prima guerra mondiale. Riferendosi alla gioventù degli Stati Uniti, Hudgins è partito da un articolo pubblicato nel settembre del 1920 su “The Atlantic” intitolato “Questi giovani selvaggi”, firmato da uno di loro – al secolo il ventiquattrenne John F. Carter Jr. .
Traduco al volo due stralci dell’articolo del 1920, significativi per le assonanze di fondo tra due gioventù così vicine per i futuri traballanti di fronte a loro e così lontane per la diversità delle avversità che hanno dovuto e devono affrontare.
«Vorrei dire un paio di cose a proposito della mia generazione.
Prima di tutto, vorrei far notare che è stata di sicuro la generazione precedente a avere rovinato questo mondo, prima di passarlo a noi. Ci consegnano questa Cosa sbrindellata, ridotta a un colabrodo, arroventata, prossima a esplodere. E poi si stupiscono del fatto che non la accettiamo con lo stesso atteggiamento di grazioso e decoroso entusiasmo con cui l’hanno ricevuta loro “negli anni Novanta dell’Ottocento, tutta pittata, perfettamente funzionante, praticamente infallibile. Talmente semplice che anche un bambino può guidarla!”
Ma il bambino non è riuscito a guidarla e ha colpito ogni palo del telegrafo ci fosse in giro, alcuni anche un paio di volte, per terminare con un frontale per il quale dovremo pagare multe e danni. Ora, con amoroso orgoglio, ci restituiscono il loro rottame. E siccome non siamo sufficientemente travolti da un’affettuosa gratitudine, dondolano la testa e sospirano: “Oh, certo che noi eravamo molto più educati di questi giovani selvaggi. Ma, d’altra parte, noi avevamo il vantaggio di poter contare su una buona, severa educazione di vecchio stampo!”. Come sono profondamente umani questi anziani, alla fine, e quanto sono fallibili! Come ci rimproverano in continuazione per non seguire al millimetro le loro orme, a loro dire impeccabili!
Quando questi vecchi sentimentali, distruttori di mondi, erano giovani, il mondo era un posto davvero diverso, almeno così parrebbe dalla descrizione che H. G. Wells fa degli anni Novanta in “Joan e Peter”. Per loro la vita era luminosa e piacevole. Come tutti i giovani normali, coltivavano i loro piccoli ideali da due soldi, le loro dolci visioni, i loro entusiasmi ingenui, il loro bell’armamentario di convinzioni».
[…] «Il problema con loro è che non sembrano rendersi conto che siamo indaffarati e che il piacere che ci concediamo deve essere sempre occasionale e affrettato. Che dobbiamo sfruttare al meglio il nostro tempo. La realtà è che non abbiamo molto tempo per le nobili proroghe di modestia o per le raffinate trame della cavalleria. E abbiamo anche poca pazienza per le belle formule di una fede ormai inutile. Lasciamole morire per un po’! Non sembrano essere state di grande aiuto al mondo nella sua ora più buia. Se sono intrinsecamente buone, ritorneranno, vitali e illese. Ma ora abbiamo molto lavoro da fare, il tempo vola e dobbiamo cogliere la rosa quando è il momento».
Sinceramente, non so quanto sia possibile paragonare le due generazioni, non sono né uno storico né un sociologo. Né so se la Generazione Z sia più disorientata rispetto alle generazioni precedenti. Però, quando ho letto la citazione della poesia di Robert Herrick – “Cogli la rosa quando è il momento, / che il tempo, lo sai, vola”, resa famosa nel 1989 dal professor Keating de “L’attimo fuggente” – mi è venuto da pensare che ci sono inclinazioni e capacità che, in maniera più o meno evidente, collegano le generazioni più giovani da secoli. D’altronde, la poesia di Robert Herrick è del 1648 e il carpe diem oraziano di molto prima.