E compagnia bella

Stasera a Ballarò sento D’Alema pronunciare bello tranquillo: “E’ ragionevole che, crescendo la durata media della vita, si lavori di più”.

Lascio la tv e mi metto a leggere qualche blog. Tempo due minuti e arriva una mail che m’avvisa d’un commento/spam in attesa d’approvazione.

Testo integrale:

mevacor – mevacor
You worry too much about your job. Stop it. You are not paid enough to worry.

Sentirsi accerchiati è poco.

Le diable, il buon gon/io e Totò

La più grande beffa che il diavolo abbia mai fatto è convincere il mondo che lui non esiste – tremino i cieli e s’abbassino i calzettoni: gon/io* è di nuovo in città.
(s’appalesò ier sera in quel di Herr Effe, sul Wagon BitLit)

* se non hai mai sentito parlare di gon/io, oh giovane lettore, chettelodicoaffare.

Di quello che può ancora far la CIA

E ora che si fa?
Scordatevi che debba cambiare nick: per me vale ancora ciò che successe e intercorse tra lo scrittore e l’editore (che s’era accorto delle intrusioni ammereggane)
19 novembre 1959: estratto da una lettera di Giangiacomo Feltrinelli all’autore di “Zivago”:

“Quanto scrivete a proposito delle “umilianti concessioni” a cui siete costretto mi ha sconvolto. Sono orgoglioso di voi e pieno di ammirazione per la fedeltà che serbate a voi stesso, senza abbassarvi ad alcun compromesso.
Se almeno qui in Occidente le cose si sistemassero, di modo che voi non abbiate più motivo di tristezza, né la necessità di preoccuparvi di tutte queste faccende!”

(Carlo Feltrinelli, “Senior Service”)

(Già) via Brinkster, 25

Hotel MessicoTu, blogger pigro che ti lamenti anche solo per fare il trasloco d’una casa normale, cosa combineresti a organizzare e effettuare il trasloco d’un intero hotel?
Tu, sì, proprio tu (cazzo guardi?) mi garberebbe proprio vederti indaffarato per trovare il posto (e il post) giusto per:

ripiazzare tutte le puttane nella terra di don Carlo,
mettere in tono di giallo crescente denti, feed (e ora anche i commenti),
smantellare e ricomporre cucine di Scrittimisti e bollenti blog,
accalappiare e trasportare 16 nani volanti, smontare il tendone e rimontarlo (coi nani liberati che si lamentano dei trapezi nuovi),
impacchettare due centesimi d’elettrone (che sguscia via più del mercurio),
informare Naisa, gli operai della metropiltana e vostra cugina (fresca di comunione) che è cambiato l’indirizzo a cui si devono rivolgere per continuare a vivere,
insegnare a tutti i cani di Napoli (gialli pure ‘iss) a usare i permalink, pur continuando a essere liberi,
mischiare in dosi alternate amfetamina e tavor nelle bevande di coppie di giovani sposini,
invitare la vita oltre il call center a seguirvi attaccata ai bordi della vostra ombra

– e qui mi fermo, ma non sarebbe che il début.

In parziale somma: mi garberebbe proprio vederti fare tutte queste cose qui.
E invece l’ha già fatte tutte ‘l fratello mio Janni che qualche giorno fa da via Brinkster, 25 ha scantonato verso un dominio tutto suo, tutto un po’ più bianco, sotto le insegne di wordpress. Col punto net, ma senza bisogno di racchette e palline.
Ha già messo tutte le sue cose apposto (e ci siamo capiti)

La partita è appena cominciata: www.hotelmessico.net

Buràn

BurànDovrò tirarti in ballo, spiaccicandoti su questo bianco a 72 dpi. Potrei anche troncarti una costola di testo e incollarla qui a fare da citazione per il primo numero d’una rivista online appena nata, ma voglio solo che tu mi faccia da complemento oggetto, lavoro culturale.
Tu cambi, muti e trasmigri, superi i confini nazionali, ti rimetti la benda sull’occhio, festeggi cinquant’anni e – a ragione o no – mi ritorni addosso stamani leggendo di tassisti uzbeki, di una Ribolla polacca, di gestione della merda, di materiale e immaginario: al liceo io Ceserani lo odiavo (e non era colpa sua) mentre Herr Effe mi è stato simpatico da subito; lui fa da timoniere e imbarcatore per Buràn – crocevia ben tradotto di segni e venti che arrivano da tutte le parti.
Seguitelo, bastardi.

Estate di Yul

Estate di Yul - Emanuele BevilacquaSe giri di notte in una Ford Mustang, imbottito di acidi o benzedrina, facendo tutta una tirata da Tuscson a Omaha e poi pensi a una 1100 che scavalla tra Piumazzo a Sant’Anna Pelago puoi anche pensare che aveva ragione Guccini quando si lamentava che gli americani ci fregano con ‘sto fatto della lingua. Eppure, anche se un coast to coast tra Tirreno e Adriatico lo fai in un giorno, da Keroauc in poi dovremmo aver imparato che qualche volta facciamo centinaia di chilometri per spostarci solo di qualche metro. Emanuele Bevilacqua lo sa e, forse anche per questo, nel periodo compreso tra l’uscita di Rimmel e la sospensione della produzione della FIAT ‘500 (siamo tra gennaio e agosto del ’75) trasporta il se stesso Leo, Sal e gli altri personaggi di quest’estate di Yul tra la California e il Messico, in una notte a Tijuana, tra tassisti, coltelli e soldi per l’erba. Da qui parte il giro nervoso di spostamenti sulla strada che lo carambola tra Los Angeles, Big Sur, San Francisco e brevi soste al Parnaso – un vicolo Cannery con piscina a Santa Monica – dove Leo abita, si riposa e scopa. In tre mesi c’è tempo per ascoltare live John Cipollina (Quicksilver Messanger Service “il gruppo più acido della terra”), consegnare “Cuore” di De Amicis a Henry Miller, fotografare sul palco i Grateful Dead e i Jefferson Airplane nel concerto finale al Golden Gate Park, conoscere dirigenti della Paramount dal ritmo interno in quattro quarti e dispensatrici di TV, amici che muoiono e mamme generose lettrici di Calvino. Alla fine, to bring it all back home, servirà una tirata allucinata verso New York, raccontata a flash nell’ultimo capitolo quando un aereo già sorvola l’oceano e ricompone le distanze: “si torna indietro, con libri e dischi nella valigia e nient’altro”. Un libro sotterraneo e scoppiettante, da scoprire anche nei risvolti di copertina, vorace come quando si è giovani e nervosamente intelligenti. Intraprendenti come trapezisti in bilico tra la Sorbona e la strada. O come Yul, proprio lui.

[Recensione pubblicata sul numero 4 di Sonic Magazine (dicembre 06 – gennaio 07) ]