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La mappa della blogosfera italiana nel 2006

Son riuscito a trovarmi nella mappa della blogosfera italiana ricostruita da Ludo attraverso Blogbabel e pubblicata ieri su Nòva.
Molto affascinante. Solo che m’hanno piazzato in posizione centrodestra.

Avercela avuta tre anni fa ‘sta tecnologia qui: quando al Webbit si fece l’esperimento dei 3 blog di separazione insieme all’arsenio, i trackback esistevano a malapena, il web era 1.1. e di blog ce n’eran molti meno. Ma ci si divertì tanto lo stesso.

[grazie a eio per l’immagine]

Elitismi minimi

Ieri er sor Wittgenstein ha proposto ar sor Fassino di lasciar perdere tutto e di affidare il partito a un nuovo gruppo dirigente di under 50 o 40 – una nuova classe politica che QP sintetizza cinicamente in tre, quattro comportamenti praticati dai giovani che frequentano le sezioni di partito.

Quel che segue è un episodio piccolo, non so nemmeno quanto c’entri, ma questo m’è venuto in mente.

Da ggiovane, avevo 24 anni, ho fatto il vice-sindaco del mio comune – un piccolo comune della Toscana di 4500 abitanti. Ero stato eletto nella lista dei “Progressisti” (PDS+PRC) e il 98% degli eletti era alla prima esperienza amministrativa: era il 1994. Due anni dopo Prodi e l’Ulivo vincevano le elezioni politiche e, alcuni mesi dopo, l’input (mica ho detto diktat, eh) che arrivò dall’alto fu di aprire tutte le giunte comunali, provinciali e regionali ai popolari che fossero eventualmente rimasti all’opposizione: si vota un documento comune, si cambiano un po’ di deleghe o d’assessori e tanti saluti a come hanno votato i cittadini. Io, insieme a altri tre consiglieri comunali (1 piddiessino e due rifondaroli, tutti più o meno ggiovani) in disaccordo con la suddetta manovra uscimmo dalla maggioranza, rimanendo però in consiglio comunale fino alla fine del mandato. Alle elezioni successive non mi sono ricandidato e ho lasciato perdere comune, partiti et similia.

La riproduzione del potere in Italia sono anni che avviene sempre più per via aristocratica: i termini sono di Gaetano Mosca e risalgono a parecchi anni fa, ma io son sempre qui che ci penso. E non agisco. E delego o mi dimetto. E poi m’incazzo. E questo forse è il male peggiore.

Crapino

[Questo è il mio contributo per “Il post sotto l’albero 2006”, la raccolta che potete scaricare qui (.pdf, 1 MB circa) e che Sir Squonk cura ogni anno con pazienza e precisione. Doti che sono preziose e utilissime, specie con i blogger ritardatari e scriteriati come me]

“Natale, ci mancava anche questa”
E poi non sembra nemmeno Natale, almeno a giudicare dal tempo. Fa caldo, a mezzogiorno in strada ci son quasi diciotto gradi.
A quest’ora Crapino ha appena finito la cacata del buon risveglio e se ne sta fermo in piedi di fronte allo specchio del bagno. Secco e spettinato, appoggia pollice e indice sul rene destro e si abbassa sul rubinetto del lavandino, accogliendo in bocca quanta più acqua possibile, cercando di non inghiottirla. Poi serra le labbra, si tira su e si osserva le gote, gonfie come quelle d’un rospo in secca sull’asfalto. Sta così, in finta apnea, finché non inizia a fargli male dietro le orecchie, come quando ridi troppo e sembra che qualcuno ti stringa per la collottola come i gatti. Allora sputa l’acqua nel lavandino, ripiglia fiato e, respirando a bocca aperta, s’immagina la narcosi da azoto che può capitare ai sub e quanto deve essere stupido e formidabile trovarsi sotto trenta metri d’acqua con la sbornia addosso.
Mentre si pettina perde tempo a osservarsi la barba, col bianco che vince sul nero in ottantamila mosse. Poi ci sarebbe anche l’uccello che si muove come un alfiere, il ginocchio sinistro pazzo come un cavallo e il catarro che, se respira profondamente, gli si arrampica in bocca appastandosi ai denti – otto pedoni allineati alla meno peggio, frastagliati dall’usura, disertori del bianco e del nero.
Ma ora è tempo d’uscire di casa. Ci vuole un caffè, una sigaretta e il sole. Al resto penseranno i becchini e chi gli starà appresso.

“Figurati, bimbo, che mi sembrava che quest’anno Natale fosse già passato”
Crapino s’accomoda meglio con le spalle contro il muro del palazzo di fronte a casa sua. Il quartiere è tutto agghindato di luci intermittenti e ci son certe vetrine di negozi che non sfigurerebbero neanche a Milano, ma quello che importa è che sopra di lui c’è il sole di dicembre, appena un po’ meno arzillo che d’estate.
“Mi piacerebbe regalargli un lettore di cd. O un ipod, di quelli piccolini”
“Non sai niente di femmine. Non devi trattarle con troppo distacco, ma nemmeno stargli addosso ”
“E tu parli sempre che non si capisce niente, Crapino. Io devo solo trovare un regalo che non costi tanto”
Crapino si cerca una sigaretta in tasca, non la trova e guarda il ragazzetto che gli sta di fronte: è rimasto coi palmi rivolti in su e la faccia di chi si aspetta la verità.
“Vammi a comprare le sigarette, vai. Dopo te lo spiego”
“Però poi mi dai una sigaretta”
“Levati dai coglioni, muoviti. E pigliami anche un Campari”
“Dammi i soldi”
Cinque euro e lo vede schizzare verso il bar dietro l’angolo. Dovrebbe chiamarsi Gionni o come cazzo battezzavano i figli una decina d’anni fa.
Ritorna in meno d’un minuto col pacchetto già aperto e il Campari che sciaborda in un bicchiere da birra.
“Chi ti ha detto di aprirle?”
“Dai, Crapino, non rompere..”
“Ne manca una, ridammi la sigaretta e porta rispetto, stronzetto”
“Eddai..”
“Dammi la sigaretta che hai preso e sta’ zitto e basta”
“Come sei vecchio, Crapino, si vede che non capisci più niente”
“Vecchia sarà quella rincoglionita della tu’ mamma che non t’ha insegnato niente e ti manda in giro di mattina invece che a scuola”
“Lo vedi che non capisci niente? Ci sono le vacanze di Natale, le scuole sono chiuse”
Gli occhi gli si alzano in alto verso le luminarie ancora spente, la bocca gli si storce in un sorriso sghembo, si stringe una mano come fosse un guanto; questo piccolo Gionni deve ancora imparare a dosare le espressioni e la mimica. Imparerà presto, se non vuol pigliare troppo bastonate in giro per il mondo di merda che gli sta lasciando il su’ babbo e quelli che c’hanno armeggiato prima di lui.
“Sì, va bene, ora però ridammi la sigaretta”

E qui arriva lei.
“Chi fuma fa davvero schifo! E’ uno schifoso! Mi fanno proprio schifo quelli che fumano. Puuuuah, che schifo!”
Una bambina ancora più piccola: avrà cinque-sei anni, tutta vestita a festa, coi capelli castani e una ghigna che spaventerebbe un suocera. Guarda Crapino, la sigaretta che gli pende dalle labbra.
Poi punta il ragazzetto e gli dice: “Tuo nonno fa schifo. Non gli devi stare accanto. Puzza di fumo” e se ne va.

“Sarà mica quella la tua fidanzatina?”
Gionni non fa un gesto, gli occhi gli si fissano su un punto lontano, oltre le vacanze, Santo Stefano, i botti e i compiti da finire.
Dice solo: “No”.
Poi tira fuori dalla tasca del giubbino la sigaretta rubata e la porge a Crapino.

Il sangue trasporta gas: oltre a ossigeno e anidride carbonica, in continuo viavai dai polmoni ai tessuti che ci fasciano stretti, ci sarebbe anche anche l’ossido di azoto, un gas incolore che brucia gli occhi e fora i polmoni. Solo che è tutto, davvero tutto così ben nascosto.

Libera fame

“D’un tratto gridò
che non era il destino se il mondo soffriva,
se la luce del sole strappava bestemmie:
era l’uomo, colpevole. Almeno potercene andare
far libera fame, ripondere no
a una vita che adopera amore e pietà,
la famiglia, il pezzetto di terra a legarci le mani”

(C. Pavese, “Fumatori di carta”, 1934)

Libera fame - AffluenteSono schieratissimo: sono un amico di Carlo, di Piero e degli Affluente. Sono di parte, e con orgoglio. Quest’estate poi c’ho avuto pure il culo di essere stato invitato a scrivere il testo d’una canzone per il loro nuovo disco. E’ stato così che ho provato a mischiare Cesare Pavese e il punk hardcore: ne è uscita “Libera fame” che poi Carlo ha scelto – addirittura – come titolo del cd in uscita in questi giorni per Soa Records.
Nonostante questo, io ho lo 0.1% di merito: tutto il resto va a loro, alla loro storia, alla sana attitudine di chi riesce ancora – e lo fa da molti anni – a coinvolgere e a far appassionare chi vuole ancora che la musica sia anche impegno, disperazione, follia, mucchi selvaggi, ossa rotte e rutti in faccia alla borghesia, ai poser di turno e a chi non ci crede più.
Piero, Frankie, Giggi, Gabriele e Francesco non li vedrete mai su MTV: il motivo dovreste averlo capito. Sabato prossimo invece saranno al Villaggio Globale di Roma, sul palco prima dei Discharge.

Anche per questo comprate il cd, tirchiacci di merda: costa 10 euro e vi ricorderà della brigantessa.

Agnizione svedese

Non farti fregare: non c’entra la divina commedia, il Leviatano, la teoria del complotto, il signore delle mosche o il grande fratello.
Non c’entra la smorfia napoletana, il mito del buon selvaggio, l’ossessione del doppio, l’omen atomico, il vodoo, il dubbio cartesiano o Giulio Verne.

Chi sostiene che si sono persi dentro a un IKEA ha tutto il mio appoggio.
E’ in corso la terza serie e forse Palahniuk sa come se n’esce.

L’impaginazione al potere

“Anche la creatività hai suoi bioritmi”
(quelli de “il manifesto”)

Buona la prima! Le migliori cento prime pagineA via Tomacelli continua il problema pecuniario (decisi due anni di cassa integrazione a rotazione per i soci-lavoratori). I lettori e le lettrici empatizzanti hanno fatto tanto, raccogliendo per il quotidiano comunista 1 milione e 700mila euro in solo quattro mesi e evitando così sia la chiusura sia la riduzione in termini di qualità/quantità.

Oggi, un modo che c’hai, tra gli altri, di contribuire potrebbe essere quello d’andare in edicola, tirar fuori quindici euro e comprare la raccolta (dal 1996 al 2005) di prime pagine de il manifesto.

Leggendola scoprirai, se ancora non lo sai, chi è che fa i titoli di prima.
Per cercare di dire ogni giorno almeno una cosa forte, chiara, vivace.
Come si fa con i blog, verrebbe da pensare.