Rallentare subito, rallentare tutti

Il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nei lavori di tipo creativo sta assumendo i contorni di un confronto tra due schieramenti sempre più lontani e diffidenti tra loro. Apocalittici contro integrati in salsa social ossia thread su Facebook che assomigliano sempre più a scambi di opinioni progressivamente sempre più accese e divergenti. Sto parlando dell’Italia e di persone che conosco e apprezzo per la loro capacità di ragionamento da molti anni. Tra le questioni principali ci sono sia la disoccupazione che l’impiego delle AI generative provoca anche nelle professioni da white collar, sia il ruolo della fatica che qualsiasi lavoro intellettuale comporta e che con l’uso delle AI verrebbe significativamente mitigata.

Mi sono deciso a scrivere di questo argomento dopo aver letto questo post di Loredana Lipperini che riporta alcuni estratti dall’articolo che lo scrittore Colson Whitehead ha pubblicato sul New York Times, decrivendo lo scontro ideologico in atto negli Stati Uniti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Così scrive Lipperini, riassumendo la posizione dell’autore de “La ferrovia sotterranea ” e di “Manifesto criminale” (libri entrambi bellissimi, secondo il mio umilissimo parere):

«Quello che scrive Whitehead, comunque, coincide esattamente con quel che penso, per pochissimo che possa valere: in soldoni, fate come caspita vi pare. Volete usarla? Fatelo. Ma se volete anche fare proseliti in ambito artistico, permettete agli altri di non essere d’accordo».

Lo dico chiaramente, e chi legge questo blog credo lo abbia già capito da tempo: tra i due schieramenti il sottoscritto è decisamente più vicino a Lipperini e Whitehead. Ma, allo stesso tempo, continuano a interessarmi anche le riflessioni, le pratiche e le critiche che arrivano dal campo avverso – penso a Alberto Puliafito, Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, per rammentarne solo alcuni che conosco e stimo da molti anni. Per non rinunciare aprioristicamente a sentire entrambe le campane occcorrerebbe recuperare quel terreno franco, quella terra di nessuno dove il confronto potrebbe avvenire senza bollarsi a vicenda di invasati tecno-entusiasti o di testardi misonesisti – e ho indorato molto la pillola perché i termini usciti negli scontri online sono stati e continuano a essere meno gentili.

Come fare non lo so, ma un piccolo presentimento forse ce l’ho: rallentiamo tutti e tutte. Troviamo il modo di mettere in atto una sorta di moratoria, come quella che ha proposto Bernie Sanders sulla costruzione di nuovi data center per le intelligenze artificiali. Il senatore statunitense non è contrario per principio al loro utilizzo, ma vuole che il frutto di questa nuova tecnologia, oltre a non essere devastante per l’ambiente, serva prima di tutto a non arricchire ulteriormente di potere e di quattrini i soliti miliardari, provocando allo stesso tempo la perdita di milioni di posti di lavoro. Allo stesso modo, potremmo trovare il tempo per sospendere momentanemante gli alterchi: da una parte smettendo di abbracciare, seppure con sincero entusiasmo, ogni nuova release di Claude, Perplexity o ChatGPT per scandagliarne le potenzialità e divulgarne l’uso e dall’altra provando a vedere se nelle possibilità offerte dalle intelligenze artificiali possa esistere quella di aiutare il processo creativo senza che venga indebolito il contributo della imprescindibile scintilla umana che ne sta alla base. Perché ciò accada bisognerebbe uscire dai binari accelerati dal continuo contrasto tra queste due scuole di pensiero. Fermarci per qualche tempo e tornare a pensare, senza accusarsi a vicenda di circolettismo o di incoscienza e evitando di arrivare a scontri verbali sempre più violenti. E permettendo – come ricordava Whitehead – di dissentire anche aspramente, anche se questa avversità può ricordare il lato migliore del tecnoluddismo.

Non so se sia possibile, magari è più facile e anche utile dividersi definitivamente in due fazioni, aumentare il fossato assolutista che le separa e vedere, nei prossimi anni, chi la spunterà. Sono sicuro che non si arriverà mai, nel contesto della scrittura creativa, a menare le mani. Dove invece le cose – al di fuori del processo creativo e allargando il campo a quello dell’applicazione delle AI all’intero mercato del lavoro – si stanno facendo sempre più dure è negli Stati Uniti. Oltre allo scontro ideologico ce n’è un altro ben più concreto: negli ultimi giorni, l’abitazione diSam Altman e quella di un consigliere comunale sono state attaccate a colpi di molotov e di pistolettate. Così ci informa Brian Merchant in “Why the AI backlash has turned violent” dove nella parte finale scrive:

«Aziende come Amazon, Block, Duolingo e Meta stanno licenziando decine di migliaia di lavoratori, adducendo come motivazione l’intelligenza artificiale. Ci viene detto che l’AI un giorno potrebbe curare il cancro; fantastico, ma anche se ci credessimo, chi potrà permettersi la cura?»

Traslando l’analogia in campo letterario, si potrebbe dire che ci viene detto che con l’AI un giorno tutti saranno scrittori, ma anche se ci credessimo, chi avrà voglia di leggere senza farsi fare un riassunto?

(rileggendo prima di premere il tasto “Pubblica”, mi sono accorto di quanto sia permeato di un afflato conciliante tutto il post. Fossimo stati in un questa diatriba vent’anni fa, con molta probabilità, mi sarei tuffato a capofittocome Inosuke di “Demon Slayer” – in una delle due posizioni, cercando di aumentare l’intensità del conflitto per vedere soccombere l’avversario il prima possibile. Può darsi che questa attitudine riformista da terza via – pur avendo schifato e schifando ancora oggi Tony Blair per i colossali danni che ha fatto alla sinistra – dipenda dall’età, ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta. O forse dal fatto che sto toccando con mano una di quelle situazioni in cui mi sembra dolorosamente di poter dire: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche…»)

Chi scavalca il guardrail

E sicché proprio nei giorni in cui leggo dei tentativi da parte di un’intelligenza artificiale di disobbedire a uno script di autochiusura, mi metto a fare i primi esperimenti di video generati da una AI.

Mentre Geoffrey Hinton parla sempre più spesso del “rischio esistenziale per l’umanità di un’intelligenza artificiale che prenda il controllo” e del fatto che questo rischio non è fantascienza ma è reale.

Mentre Yoshua Bengio afferma in un’intervista alla BBC che “lo scenario peggiore è l’estinzione dell’umanità” e che la cosiddetta AGI – Artificial General Intelligence, ovvero una super-intelligenza capace di eguagliare l’intelligenza umana – potrebbe essere realizzata entro “due o dieci anni”.

Mentre Aaron Bastani – l’autore di Fully Automated Luxury Communism – oltre al rischio esistenziale, sottolinea come l’enorme flusso di soldi verso il settore AI da parte investitori privati negli USA abbia bisogno di regole e limiti – guardrails* nell’originale – da parte del governo. Perché andando avanti così lo scenario da qui a due anni è impossibile da prevedere, nel bene e nel male.

Insomma: proprio mentre dovrei iniziare a considerare per niente fantascientifica o remota l’ipotesi di una macchina intelligente che sfugge al controllo di chi l’ha creata – e magari inizia a comportarsi in maniera ostile – prendo e mi metto a usare due o tre intelligenze artificiali generative sia per vedere l’effetto che fa, sia perché così ho la possibilità di concretizzare un’idea che ho in mente da troppo tempo.

Risale a circa venticinque anni fa quando me la cavavo molto bene con il montaggio in Macromedia Flash e avevo iniziato a animare i personaggi del pannello centrale del Trittico del Giardino delle delizie di Hieronymus Bosch a colpi di interpolazioni e scontornamenti da mal di testa. Dopo un po’ però avevo mollato perché il lavoro era enorme, totalmente no-profit e le bollette vanno pagate sempre. Così il mio progetto –“Animating Paintings” l’avevo chiamato – di animare le opere d’arte che mi piacevano di più, intrufolando nei dipinti anche intrusi e figure balzane, si acquattò in qualche sottoscala dei miei neuroni, senza troppi rimorsi. Quando però le ai che generano “video from image” hanno cominciato a funzionare abbastanza bene, la curiosità ha prevalso e ho provato a vedere cosa poteva venirne fuori. Ne sono usciti due brevi esperimenti, senza alcuna velleità artistica, dettati solo dal gusto di vedere se e come riesco a usare questo strumento.

Il primo dipinto che ho provato a animare, usando DeeVid AI, è stato “Schiffe auf Reede” (“Navi alla fonda”) di Caspar David Friedrich: sfidando le leggi della fisica, ho fatto muovere le navi anche senza vele e sfidando quelle vigenti, oggi in particolar modo negli USA, ho scritto nella prima didascalia che emigrare non è un crimine. Attraverso un altro prompt, ho aggiunto che nell’angolo a sinistra dovevano correre velocemente alcune persone mentre il cielo si tingeva di rosso e il mare iniziava a agitarsi. Poi ho montato tutto con Filmora aggiungendo anche la musica, effetti e didascalie. Dura 44 secondi e lo trovate qui sotto:


Il secondo dipinto che ho animato è “I bari” del Cararavaggio: usando Digen AI, ho scelto le espressioni e i gesti dei tre giocatori di carte. Non ho ceduto, in fase di prompt, alla scelta di dare ai volti dei tre personaggi del quadro le sembianze di personaggi famosi: la triade Trump-Musk-Vance è stata la prima a tentarmi, ma era dura decidere a chi far fare i bari. Poi ho pensato all’incontro Trump-Zelens’kyj-Vance e all’infelice frase “You don’t have the cards”, ma mi sembrava di vampirizzare e banalizzare un evento tremendamente serio. Così ho lasciato le facce originali del dipinto e inserito una citazione di Jack London. Montaggio finale su Filmora, aggiungendo didascalie, effetti, musica e la magìa di un glitch in omaggio a Gallizio e alle fabbriche del nonlavoro per un totale di 58 secondi che trovate qui sotto:


Dopo aver terminato i due video e aver usato l’AI per generare le animazioni delle immagini, oltre alla sensazione di aver passato piccolo un confine personale, continuava a girarmi in testa il termine guardrail.
Se non ho capito male, nel mondo dell’AI, i guardrail indicano un insieme di controlli e barriere di sicurezza per fare in modo che un modello linguistico di grandi dimensioni (LLM) rispetti le regole e le restrizioni stabilite in anticipo dai programmatori. Per esempio: niente parolacce, niente linguaggio discriminatorio e risposte sempre in un tono appropriato e rispettoso.
Allo stesso tempo, è sempre per via dei guardrail che

Gemini non risponde a domande di politica, Claude 2.1 non dice parolacce manco sotto tortura, DeepSeek non parla di piazza Tienanmen, ChatGPT fa molta fatica a perorare la causa dei palestinesi e via dicendo”.
(- Mafe de Baggis, Alberto Puliafito, “E poi arrivò DeepSeek”, Apogeo editore)

Scavalcare un guardrail, jailbreakare un LLM – per usare uno slang nerd – comporta una dose di coraggio e di ambizione, che si tratti di umani o di intelligenze artificiali. Mi rendo conto che il mio passettino di avvicinamento alle AI è niente rispetto alle RedArena che superano i guardrail per rendere gli LLM più sicuri – Alberto Puliafito ha descritto nei dettagli la sua partecipazione a botte di prompt sempre più cesellati – o a chi, come il sopracitato Yoshua Bengio, sta costruendo un intelligenza artificiale che funga da guardrail contro gli AI agents che portano avanti compiti, fuori dal controllo umano, che mostrano comportamenti ingannevoli o di autoconservazione, come il tentativo di evitare di essere disattivati.
Che è il punto da cui è partito questo post che circolarmente si cheta qui.

Come Netflix per la videoteca


Una decina di anni fa era abbastanza probabile che il navigatore medio di Internet avesse sentito parlare di RSS. L’acronimo che sta per Really Simple Syndication, o Rich Site Summary – dipende dalla persona a cui lo chiedi – è un formato, facilmente comprensibile da programmi per computer differenti, che i siti web e i podcast possono usare per distribuire un flusso di contenuti ai lettori e agli ascoltatori. Oggi, nonostante continui a potenziare numerose applicazioni web, l’RSS è diventato, per la maggior parte dellle persone, un’oscura tecnologia.
Così inizia “L’ascesa e la scomparsa degli RSS”, un post di Sinclair Target che ripercorre in maniera dettagliata e genuinamente geek la doppia invenzione, la diffusione e la sua progressiva marginalizzazione.
L’articolo, pubblicato giusto un paio di anni fa sul blog “Two-Bit History” è stato progressivamente arricchito con le interviste a Dan Libby, Eckart Walther e Ramanathan V. Guha, all’epoca sviluppatori per Netscape, autori del primo formato RSS nel 1999.
Per gli appassionati di storia dell’Internet e della tecnologia web, il post di Sinclair Target è una vera miniera d’oro: per esempio, minuziosa e ben supportata da fonti verificabili, è la ricostruzione delle vicende interne alla comunità di sviluppatori che dall’iniziale convergenza sul formato RSS 0.91 portò alla scissione – l’RSS fork – già alla versione 1.0.

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