Miners starting home after work - West Virginia - Photo by Marion Post Wolcott

Appalachia Mon Amour

È da un paio di anni che ogni volta che entro in una libreria insieme a mia moglie e mio figlio, vengo interrogato da entrambi con uno sguardo che sottointende lo stesso messaggio: “Mica prenderai ancora qualche libro degli scrittori degli Appalachi?”. E ottanta – diciamo anche novanta – volte su cento va a finire proprio così.

Non è questo il momento di spiegare i motivi che mi hanno portato a appassionarmi alla storia e alla letteratura di questa terra, quello che voglio qui sottolineare è come questa attrazione sia permeata e si sia depositata così a fondo nelle mie passioni culturali tanto da entrare, inconsapevolmente o meno, in molte delle cose che scrivo, online e non.

Ultimi due esempi concreti sono le due tracce della “Bonus Tracks: 30 canzoni sul lato B del nostro 2025” uscita oggi su Humans vs Robots: due canzoni uscite nel 2025 che hanno a che fare con l’Appalachia. La prima in maniera tangente perché tira in ballo Knoxville, la città nel Tennessee in cui si sono formati i New Brutalism e in cui ha passato l’adolescenza Cormac McCarthy usando quelle ambientazioni appalachiane nei suoi primi romanzi – “Il buio fuori”, “Il guardiano del frutteto” e il bellissimo “Suttree”. La seconda in modo molto più diretto perché i Vile Mind sono un gruppo che suona dichiaratamente Appalachian hardcore e che arriva da Huntington, nel West Virginia, l’unico stato interamente compreso nella regione appalachiana, epicentro di quella crisi degli oppioidi che ha falcidiato generazioni già provate dal declino industriale, dalla bassa scolarità e dallo sfruttamento – ambientale e umano – subito per decenni dall’Appalachia.

Non so quanto nel nuovo anno, ormai prossimo, scriverò su questo blog, ma è certo che quando lo farò uno degli argomenti più toccati sarà quello della letteratura e della storia dell’Appalachia. Così chi vuole ne capirà meglio il perché. Me compreso.


Immagine: “Miners starting home after work” – West Virginia | Foto di Marion Post Wolcott | via Photogrammar

Coal mining town in Welch, Bluefield section of West Virginia - Photo by Marion Post Wolcott - 1938

Miniere chiuse e automazione a venire

I pochi lettori del blog forse se ne saranno accorti: da alcuni anni mi sono fortemente appassionato alla storia e alla letteratura degli Appalachi. I motivi sono diversi e una volta mi deciderò a scriverne meglio. Per ora dico solo che la mia passione è nata per merito di Alessandro Portelli – per quanto riguarda la storia – e di Cormac McCarthy per la letteratura.

Ogni volta che leggo un romanzo o un saggio di un autore o di un’autrice che proviene e che racconta questa “colonia interna” degli Stati Uniti – le parole e il giudizio sono di Chris Offutt – mi immergo in una ricerca di luoghi, persone e vicende per capire meglio una terra così lontana dall’Europa e dai suoi parapetti antichi.

Tutta questa premessa per dire che stavo cercando informazioni sulla città di Welch, nella contea di McDowell in West Virginia. Welch, ai giorni nostri, è un paese di poco più di 3500 persone nel cuore degli Appalachi, ma è stato un importantissimo centro minerario – the heart of the nation’s coal bin – decaduto, dalla seconda metà del secolo scorso, fino a diventare una delle regioni più povere degli USA.
Mentre ero lì che cercavo testi, foto e video sulla contea in questione, sono incappato in un discorso che John Fitzgerald Kennedy fece a Canton, Ohio durante la campagna elettorale per le primarie in West Virginia nel 1960, dopo aver visitato e tenuto un comizio anche a Welch.
Questo il testo originale, che traduco qui sotto:

Vogliamo essere sicuri che ogni americano che cerca lavoro, che vuole onestamente lavorare, abbia la possibilità di farlo. Questo è il nostro scopo.
E dobbiamo farlo in un momento in cui l’automazione sta lasciando gli uomini senza lavoro. Mi sono candidato alle primarie in West Virginia. Ho trascorso un po’ di tempo nella contea di McDowell. La contea di McDowell estrae più carbone di quanto abbia mai fatto nella sua storia, probabilmente più carbone di qualsiasi altra contea degli Stati Uniti, eppure ci sono più persone che ricevono pacchi alimentari nella contea di McDowell che in qualsiasi altra contea degli Stati Uniti. Il motivo è che le macchine svolgono il lavoro degli uomini, e non siamo riusciti a trovare lavoro per quegli uomini. Penso che questo non sia un problema né per la contea di McDowell né per Canton, Ohio. È un problema che dovrebbe avere un’importanza fondamentale per la prossima amministrazione e per il prossimo Presidente.
Il problema dell’automazione è garantire che le macchine rendano la vita più facile, non più difficile, a coloro che vengono lasciati senza lavoro.

Vorrei far leggere queste parole a chi oggi crede, in buona fede, che l’automazione e l’intelligenza artificiale possano essere strumenti per liberare tempo e energie per chi lavora. Oggi che quegli strumenti sono in mano ai più grandi e avidi capitalisti, padroni del vapore elettrico che vanno alle cene con Trump e che non hanno un minimo degli obbiettivi che potevano avere i politici e la società di sessantacinque anni fa. Miliardari e politici che non hanno di certo in mente di adoperare la tecnologia per rendere la vita più facile a chi perderà il proprio lavoro.
Sinceramente: credete di avere la forza, il coraggio e la determinazione di appropriarvi di queste tecnologie per usarle contro di loro?
Se sì, per favore e senza polemica, diteci come.


(Foto: “Coal mining town in Welch, Bluefield section of West Virginia” | Photo by Marion Post Wolcott | via Library of Congress)

Fort Ord - California

I reietti

“E poi ci rendemmo conto che non importava cosa rubassimo, cosa mangiassimo, la fame rimaneva. Non solo la fame di quando non hai da mangiare o salti un pasto, ma la fame di quando ti manca l’esistenza intera. Un fame che ti prende le ossa. Una fame che ha bisogno di qualcosa di più del cibo. Una fame che ha bisogno di una visione del futuro. Qualcosa che ci consumava più in profondità di quanto capissimo, che ci toglieva le forze per resistere e ci risucchiava gli occhi. Una scatoletta di sardine pose fine a tutto.”

Si può iniziare a leggere una trilogia partendo dall’ultimo libro? Sì, si può. Avevo qualche dubbio, ma “I reietti” di Lee Maynard me l’ha tolto senza alcun problema di sorta. Forse perché i tre libri dello scrittore originiario del West Virginia hanno come filo rosso la fuga, lo scappare dal luogo dove si è nati, tanto più se quel posto è una piaga nel paesaggio ai margini del fiume Tug, il corso d’acqua che funge da confine naturale – cosa rara negli Stati Uniti segnati da delimitazioni spesso costituite da linee rette tracciate dagli uomini – con il Kentucky.
È lì che si trova Crum, paese di un centinaio di anime, incastrato tra le colline e la ferrovia, nella profondità dei monti Appalachi. È lì che Jesse Stone, il protagonista della trilogia, è nato e è andato a scuola, per volere dello zio Long Neck Jesse. È lì che inizia la trilogia con “Lontano da Crum” che ha già nel titolo il fermo proposito di andarsene il prima possibile. Proposito che nel terzo volume sembra diventare realtà.
Anche se è sicuro che Jesse Stone non abbia mia letto l’ultimo romanzo di Cesare Pavese, il suo famoso un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via” potrebbe benissimo reggere come causa prima della sua inquietudine, quell’inquiteudine che nelle varie tappe che lo porteranno in California lo faranno continuamente e chatwiniamente sbottare in un “che cosa diavolo ci faccio qui?”.

Nel suo viaggio verso l’Ovest, dopo essere stato brutalmente cacciato dalla Carolina del Sud da un vicesceriffo* e da un suo scagnozzo perché lavorava e – specialmente – viveva con i neri, Jesse Stone transita per un ranch nel Wyoming dove fa il cowboy e legge un sacco di libri. Poi si sposta in Colorado iscrivendosi all’università, facoltà di inglese, dove dà un esame strafatto di pillole rosse. Sempre in Colorado a inizia a fare la guida turistica nelle montagne sopra Gunnison in un posto che si chiama Crested Butte. Qui lavora e conosce Caton Baros e Wendell Klah, un messicano e un indiano, due amici che saranno i suoi fidati compagni nelle disavventure che gli capiteranno a San Francisco, tra alberghi di infimo grado, prostitute grasse e stupratori giganti e dove imparerà che non è mai stato semplice uscire da un bordello. E che è ancora più difficile scappare da un campo di addestramento dell’esercito dove Jesse e Wendell si troveranno arruolati per un periodo minimo di un anno e mezzo, al posto di finire in prigione.

Inizia così un altro tipo di peregrinazione, non più decisa da Jesse, ma da suoi superiori: da Fort Ord in California a Fort Gordon in Georgia per finire al North Depot Activity – nel mezzo dei Finger Lakes, nella splendida zona settentrionale dello Stato di New York – a fare la guardia a testate nucleari nascoste chissà dove e a stando sempre all’erta per la paura della Minaccia Rossa. Jesse s’incontra e si scontra con un’umanità costretta in turni di guardia di ventiquattro ore, corvée in cucina e altre mansioni più o meno alienanti. Sono i reietti del titolo che Maynard descrive così:

“Feci un inventario mentale degli uomini sparsi sui sedili. Salvo una o due eccezioni pensavo fossero la feccia della scuola di formazione, me compreso. Erano un ammasso di disadattati, persone sbagliate nel posto sbagliato, troppo piccoli, troppo magri, troppo grassi o troppo stupidi per essere veri MP.”

Tra loro gli scapestrati e improbabili soldati Vincent Sabolino da Railway, New Jersey, Sean Dugan, un irlandese del Bronx, l’allampanato Henry Bannermann, Harvey Melton – chiamato “Melt Down” – l’unico nero del plotone. Tutti stanchi della battaglia, senza mai essere stati in battaglia. Tutti sbandati costretti a diventare MP, Polizia Militare. Oltre a loro, il potente e temibile Ruker, il silenzioso Garcia, l’odioso e meschino sergente maggiore Kraus, la misteriosa Antonia DiPaulo, la donna con il seno di Jane Russell. E Starker. Che a storpiargli il nome in Stalker gli si farebbe solo un complimento.
Seguono appostamenti in auto, risse fuoriose, bande di motociclisti e rat bike, spaccio di eroina e fughe in Nicaragua. Il cerchio sembra chiudersi con il ritorno alla vecchia scuola di Crum e un vecchio amore che arriva due giorni dopo. Quando Jesse Stone è già ripartito, ben conscio di essere bravo a scappare, ma non troppo bravo a arrivare da nessuna parte.

Scritto come un diario – dal Settembre 1956 all’Agosto 1964 – la saga di Jesse Stone, sempre in fuga e in cerca di appartenenza, mi ha riempito di curiosità sia per il suo autore – che purtroppo è morto nel 2017 – sia per gli altri due volumi che leggerò subito. Perché, come scrive Jesse nel suo diario nell’autunno del 1958:

“Al ranch avevo letto abbastanza libri per sapere che avevo bisogno di leggere molti più libri”.


* da “Furore” di John Steinbeck in poi i vicesceriffi, nella letteratura americana, sono quelli deputati a farti perdere la dignità.

(Immagine: “Fort Ord Abandoned Line of WWII Barracks” | foto di John Stanton | via Fort Wiki)

Miner working with Consolidated Coal Company, Kentucky

Tirarsi su dai propri stivali e il mito di farcela da soli

“There is nobody in this country who got rich on his own. Nobody.”
Elizabeth Warren

“Lo slogan che ci ripetiamo tra noi Wu Ming è che bisogna cercare di salvarsi il culo il più collettivamente possibile.”
Wu Ming 2

Mi sembra che oggi il termine self-made man, più che insistere sull’autostima e la fiducia nella propria capacità di forgiare da solo il proprio destino, venga usato principalmente per definire qualcuno che non ha bisogno di regole e norme condivise, che non necessita del supporto della comunità o delle opportunità date dal contratto sociale – che anzi vede come ostacoli alla piena realizzazione della sua missione, quasi superomistica.
Il suo significato originale, nato per indicare la poliedrica e geniale figura di Benjamin Franklin, è progressivamente slittato verso coloriture più individualiste e egoiste, acquisendo un’accezione da uno contro tutti o da uomo solo al comando distante dall’umanesimo illuminista e allo spirito di servizio che guidavano il pensiero e le azioni dell’uomo giustamente considerato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti.
Il self-made man odierno sembra ormai rappresentato da colui che conta solo sulla sua capacità imprenditoriale, il suo talento e la sua abnegazione e non ha bisogno d’altro, se non di completa libertà d’azione. Indivisualista convinto e acerrimo acerrimo di lacci e lacciuoli, detesta i sussidi governativi e sembrerebbe l’anti-statalista per eccellenza.
O almeno così oggi si dipinge.

Aiuti pubblici: male, anzi benissimo

Un esempio attualissimo di questa concezione contemporanea del self-made man – ormai lontana anni luce rispetto a quella di Benjamin Franklin – potrebbe essere rappresentato da Elon Musk. Le sue condizioni di partenza – almeno quelle economiche – non erano sicuramente di indigenza. Il divorzio dei suoi genitori, il carattere difficile del padre e il pesante bullismo subìto a scuola sono fattori che avrebbero potuto tagliargli le gambe e che Musk ha invece superato.
Pur essendo dotato di una indiscutibile intelligenza e pur ammettendo che abbia perseguito i suoi scopi con una tenacia ferrea, il fatto che ce l’abbia fatta da solo, arricchendosi unicamente grazie alle proprie capacità di muoversi nel libero mercato, senza aver bisogno di finanziamenti o appalti pubblici, sembra reggere poco.
Leonardo Bianchi, in un articolo per Valigia blu, ha analizzato come il miliardario alla guida del DOGE abbia invece nei contratti pubblici una delle fonti primarie della propria ricchezza:

Tuttavia, secondo un’inchiesta del Washington Post condotta da un team di giornalisti, lo stesso impero economico dell’uomo più ricco del mondo si è sviluppato attraverso il sostegno di almeno 38 miliardi provenienti da contratti governativi, prestiti agevolati, sussidi e crediti fiscali. Aiuti pubblici che hanno avuto un ruolo cruciale nella crescita delle aziende di Musk. Le prime tracce di questi finanziamenti, scrivono i giornalisti del Washington Post, risalgono a più di 20 anni fa.

L’articolo prende in esame il caso emblematico di Tesla, mostrando poi come altre aziende di Musk – da Space X a X Corp – abbiano prosperato e prosperino grazie a contratti di questo tipo: leggetelo tutto, è un ottima fonte di informazioni per capire il lato statalista, poco conosciuto, del padrone di X.

La pigrizia, l’immoralità e altri stereotipi

Un altro esempio vivente utile a sfatare il mito del farcela da soli tira in ballo l’attuale vice-presidente degli Stati Uniti, J.D. Vance.
“Il mito per cui J.D. Vance è arrivato sulla alla vetta con le proprie forze” è il titolo di un articolo pubblicato sul Times a luglio dell’anno scorso: l’autrice è la scrittrice Bobi Conn che ha mostrato come l’ascesa di Vance alle massime cariche dello stato non sia avvenuta solo perché ha saputo smarcarsi e superare una situazione di partenza difficile e dolorosa. Conn è nata nel Kentucky, nel cuore dell’Appalachia e, come Vance, e ha alle spalle una famiglia afflitta da gravi problemi di dipendenze, violenza domestica, povertà e disagio mentale. La scrittrice ricorda a Vance come entrambi abbiano potuto studiare grazie a borse di studio pagate da altri:

…mentre il suo memoir ha trovato eco nei lettori per la sua narrazione tipicamente americana di un self-made man, la realtà è che Vance non è arrivato fin qui da solo. Ce l’ha fatta grazie alle politiche e ai programmi che supportano la classe operaia. Infatti, è una delle poche cose che io e lui abbiamo in comune.
Ho potuto frequentare il Berea College, un college gratuito qui nel Kentucky orientale dove ogni studente lavora e che ha lo scopo dichiarato di dare un’istruzione superiore agli abitanti degli Appalachi con un basso reddito, proprio come ha istruito uomini e donne, neri e bianchi, fino dal 1855, anno della sua fondazione. Vance ha frequentato la Yale Law School con una generosa borsa di studio, un vantaggio che alcune delle migliori scuole della nostra nazione offrono agli studenti con un reddito basso.

Il memoir di cui parla Conn è “Elegia americana”: pubblicato nel 2016, è il libro autobiografico della giovinezza di Vance a Middletown, in Ohio, e della storia della sua famiglia, originaria del Kentucky, contea di Breathitt, negli Appalachi. Vi si racconta di come a causa della pesante tossicodipendenza della madre, Vance sia stato cresciuto dai nonni – anche loro con problemi di alcolismo – riuscendo grazie ai propri sforzi a studiare, laurearsi in legge a Yale per poi arruolarsi nei Marines.
Citando ancora Bobi Conn:

Vance nelle sue memorie ha contribuito a perpetuare gli stereotipi sui “poveri pigri” quando ha parlato della sua frustrazione per aver scoperto, a 17 anni, che ci sono adulti che ricevono il sussidio che osano possedere cellulari e acquistare cose che i buoni pasto non coprono (alcol e sigarette, per esempio). Tuttavia, sembra essere consapevole anche di un altro punto che è fondamentale per questa discussione, sebbene non sia un argomento popolare nel discorso politico: le nostre scelte sono plasmate dalla nostra cultura e nessuna delle questioni di classe che critica può o dovrebbe essere attribuita all’immoralità.

Gli Appalachi rispondono

Oltre a non riconoscere l’utilità dei programmi di welfare, “Elegia americana” è fortemente criticabile per il disprezzo che riversa sulle persone degli Appalachi che bolla come allergiche al lavoro e al sacrificio, svogliate e incapaci di abbandonare i vizi che non possono permettersi. L’accusa di immoralità è forse la peggiore di tutte, tanto da aver generato numerose risposte per contrastarne la rozzezza e l’infondatezza.
Ne cito solo alcune:
“JD Vance and I share Appalachian roots. He’s just the latest to exploit the region for personal profit” di Meredith McCarroll;
“What You Are Getting Wrong about Appalachia” di Elizabeth Catte;
“What JD Vance gets wrong about Appalachia” di Micah Clark Moody.
Da ricordare le parole di Barbara Kingsolver, cresciuta anche lei nel Kentucky e autrice del magnifico Demon Copperhead, opera che le è valsa il Premio Pulitzer e che degli Appalachi e della sua storia ha dato tutt’altra versione: intervistata nel podcast “Armchair Expert” (minuto 48:32) riguardo al libro di Vance dice:

La descrizione che ha dato della popolazione mi fa davvero arrabbiare. Non ha menzionato la povertà strutturale. Non ha descritto la storia di questa regione. È stata una auto-esaltazione della grandezza del risultato personale raggiunto. È l’esaltazione del farcela da soli (bootstrapping): sì, ho frequentato uno dei college dell’Ivy League e, se lavori duramente, puoi farcela anche tu. Ma in realtà, e questa è la cosa più straziante, è che non ha fatto altro che confermare gli stereotipi sull’Appalachia.

Significativo, infine, “Appalachian Reckoning: A Region Responds to Hillbilly Elegy”, un libro che è una vera e propria reazione collettiva al libro di Vance, oltre che una testimonianza della vitalità intellettuale e delle possibilità di sviluppo presenti e attive nella regione appalachiana.

L’Appalachia è una regione da sempre trattata come una colonia interna da sfruttare al massimo: dalle compagnie minerarie che ne hanno fatto la loro terra di conquista – i minatori venivano pagati con monete coniate direttamente dalle compagnie che potevano essere spesi solo nei negozi e nell’affitto delle abitazioni, entrambe di proprietà delle coal companiesa quelle farmaceutiche che qui hanno sperimentato l’ossicodone, causando la più grande e letale crisi degli oppiodi di tutti gli Stati Uniti.
E la soluzione per l’Appalachia sarebbe, secondo Vance, quella di farcela da sola: bootstrapping, tirarsi su dai propri stivali, un’espressione che arriva dal barone di Münchhausen che racconta di essersi salvato dall’affondare in una palude tirandosi su con le cinghie dei propri stivali. Un personaggio che aveva ironicamente nel proprio stemma il motto “Mendace veritas”.

Finisco con un’ultima considerazione sul mito dell’uomo che si è fatto da solo e sul prezzo che spesso questo comporta, in special modo sugli effetti collaterali che ci si lascia dietro quando – più che una legittima aspirazione a emanciparsi da una condizione di miseria – si persegue con cieca spietatezza la ricchezza e il successo ad ogni costo.
Mi viene in mente l’ultima strofa de “L’odore” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini:

Io che conosco tanta gente
son venuto su dal niente
c’ho una bella posizione 
non è giusto che la perda
mi son fatto tutto da me 
mi son fatto tutto da me
mi son fatto tutto da me.
Mi son fatto tutto di merda.


(Foto: “Miner working with Consolidated Coal Company, Kentucky” | Photo by Ben Shahn | via Library of Congress)