I portuali della West Coast e l’AI

«Qui non si tratta di migliorare l’efficienza o la produttività. Si tratta di una sostituzione totale»
[…]
«Comprendiamo il progresso, ma non quello a discapito della perdita del lavoro degli americani»

C’è una sostituzione in corso e non è di certo quella etnica – quella sostenuta dalla più letale tra le teorie del complotto, secondo cui esisterebbe «un piano ordito da oscure “élite globaliste” per sommergere l’Europa e gli Stati Uniti di migranti».
La sostituzione in atto è invece quella provocata da un processo reale che sta progressivamente concretizzandosi attraverso la combinazione di intelligenza artificiale, automazione e robotica in molti lavori da tute blu, come si diceva un tempo. Una sostituzione motivata non dalla volontà di liberare chi lavora dalla fatica o dalla ripetitività alienante, ma unicamente dal desiderio di generare più profitti, cancellando così migliaia di posti di lavoro.

Un esempio concreto arriva dai portuali della West Coast, lavoratori che hanno battuto ogni record di produttività, ma che ora vengono comunque sostituiti dall’intelligenza artificiale. Nel video che trovate qui sotto alcuni sindacalisti della ILWU – il sindacato internazionale dei portuali e dei magazzinieri – spiegano a Bernie Sanders che cosa sta accadendo nel porto di San Pedro Bay in California.


Screenshot da “AI is Already Replacing These Workers | Senator Bernie Sanders | via YouTube.

Rallentare subito, rallentare tutti

Il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nei lavori di tipo creativo sta assumendo i contorni di un confronto tra due schieramenti sempre più lontani e diffidenti tra loro. Apocalittici contro integrati in salsa social ossia thread su Facebook che assomigliano sempre più a scambi di opinioni progressivamente sempre più accese e divergenti. Sto parlando dell’Italia e di persone che conosco e apprezzo per la loro capacità di ragionamento da molti anni. Tra le questioni principali ci sono sia la disoccupazione che l’impiego delle AI generative provoca anche nelle professioni da white collar, sia il ruolo della fatica che qualsiasi lavoro intellettuale comporta e che con l’uso delle AI verrebbe significativamente mitigata.

Mi sono deciso a scrivere di questo argomento dopo aver letto questo post di Loredana Lipperini che riporta alcuni estratti dall’articolo che lo scrittore Colson Whitehead ha pubblicato sul New York Times, decrivendo lo scontro ideologico in atto negli Stati Uniti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Così scrive Lipperini, riassumendo la posizione dell’autore de “La ferrovia sotterranea ” e di “Manifesto criminale” (libri entrambi bellissimi, secondo il mio umilissimo parere):

«Quello che scrive Whitehead, comunque, coincide esattamente con quel che penso, per pochissimo che possa valere: in soldoni, fate come caspita vi pare. Volete usarla? Fatelo. Ma se volete anche fare proseliti in ambito artistico, permettete agli altri di non essere d’accordo».

Lo dico chiaramente, e chi legge questo blog credo lo abbia già capito da tempo: tra i due schieramenti il sottoscritto è decisamente più vicino a Lipperini e Whitehead. Ma, allo stesso tempo, continuano a interessarmi anche le riflessioni, le pratiche e le critiche che arrivano dal campo avverso – penso a Alberto Puliafito, Mafe de Baggis e Filippo Pretolani, per rammentarne solo alcuni che conosco e stimo da molti anni. Per non rinunciare aprioristicamente a sentire entrambe le campane occcorrerebbe recuperare quel terreno franco, quella terra di nessuno dove il confronto potrebbe avvenire senza bollarsi a vicenda di invasati tecno-entusiasti o di testardi misonesisti – e ho indorato molto la pillola perché i termini usciti negli scontri online sono stati e continuano a essere meno gentili.

Come fare non lo so, ma un piccolo presentimento forse ce l’ho: rallentiamo tutti e tutte. Troviamo il modo di mettere in atto una sorta di moratoria, come quella che ha proposto Bernie Sanders sulla costruzione di nuovi data center per le intelligenze artificiali. Il senatore statunitense non è contrario per principio al loro utilizzo, ma vuole che il frutto di questa nuova tecnologia, oltre a non essere devastante per l’ambiente, serva prima di tutto a non arricchire ulteriormente di potere e di quattrini i soliti miliardari, provocando allo stesso tempo la perdita di milioni di posti di lavoro. Allo stesso modo, potremmo trovare il tempo per sospendere momentanemante gli alterchi: da una parte smettendo di abbracciare, seppure con sincero entusiasmo, ogni nuova release di Claude, Perplexity o ChatGPT per scandagliarne le potenzialità e divulgarne l’uso e dall’altra provando a vedere se nelle possibilità offerte dalle intelligenze artificiali possa esistere quella di aiutare il processo creativo senza che venga indebolito il contributo della imprescindibile scintilla umana che ne sta alla base. Perché ciò accada bisognerebbe uscire dai binari accelerati dal continuo contrasto tra queste due scuole di pensiero. Fermarci per qualche tempo e tornare a pensare, senza accusarsi a vicenda di circolettismo o di incoscienza e evitando di arrivare a scontri verbali sempre più violenti. E permettendo – come ricordava Whitehead – di dissentire anche aspramente, anche se questa avversità può ricordare il lato migliore del tecnoluddismo.

Non so se sia possibile, magari è più facile e anche utile dividersi definitivamente in due fazioni, aumentare il fossato assolutista che le separa e vedere, nei prossimi anni, chi la spunterà. Sono sicuro che non si arriverà mai, nel contesto della scrittura creativa, a menare le mani. Dove invece le cose – al di fuori del processo creativo e allargando il campo a quello dell’applicazione delle AI all’intero mercato del lavoro – si stanno facendo sempre più dure è negli Stati Uniti. Oltre allo scontro ideologico ce n’è un altro ben più concreto: negli ultimi giorni, l’abitazione diSam Altman e quella di un consigliere comunale sono state attaccate a colpi di molotov e di pistolettate. Così ci informa Brian Merchant in “Why the AI backlash has turned violent” dove nella parte finale scrive:

«Aziende come Amazon, Block, Duolingo e Meta stanno licenziando decine di migliaia di lavoratori, adducendo come motivazione l’intelligenza artificiale. Ci viene detto che l’AI un giorno potrebbe curare il cancro; fantastico, ma anche se ci credessimo, chi potrà permettersi la cura?»

Traslando l’analogia in campo letterario, si potrebbe dire che ci viene detto che con l’AI un giorno tutti saranno scrittori, ma anche se ci credessimo, chi avrà voglia di leggere senza farsi fare un riassunto?

(rileggendo prima di premere il tasto “Pubblica”, mi sono accorto di quanto sia permeato di un afflato conciliante tutto il post. Fossimo stati in un questa diatriba vent’anni fa, con molta probabilità, mi sarei tuffato a capofittocome Inosuke di “Demon Slayer” – in una delle due posizioni, cercando di aumentare l’intensità del conflitto per vedere soccombere l’avversario il prima possibile. Può darsi che questa attitudine riformista da terza via – pur avendo schifato e schifando ancora oggi Tony Blair per i colossali danni che ha fatto alla sinistra – dipenda dall’età, ormai più vicina ai sessanta che ai cinquanta. O forse dal fatto che sto toccando con mano una di quelle situazioni in cui mi sembra dolorosamente di poter dire: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche…»)

Gordon Gekko è ancora qui

«L’1% più ricco possiede metà dell’intera ricchezza di questo paese. Cinquemila miliardi di dollari. Un terzo proviene dal duro lavoro, due terzi da eredità: interessi sugli interessi che si accumulano per vedove e figli idioti. E da quello che faccio io: speculazioni azionarie e immobiliari. È una stronzata. Il 90% della gente là fuori possiede un patrimonio netto minimo o nullo. Io non creo niente, io possiedo. Noi siamo quelli che fanno le regole, amico. Le notizie, la guerra, la pace, la carestia, i disordini, il prezzo di una graffetta. Noi tiriamo fuori il coniglio dal cappello mentre tutti gli altri se ne stanno lì chiedendosi come diavolo ci siamo riusciti. Ora, non sarai così ingenuo da credere di stare vivendo in una democrazia, vero? È il libero mercato. E tu ne fai parte. Hai quell’istinto da killer. Rimani qui, amico, ho ancora molto da insegnarti».

Queste sono le parole che Gordon Gekko, lo speculatore di “Wall Street” di Oliver Stone, pronuncia per spiegare al giovane Bud Fox come funziona il capitalismo finanziario americano degli anni Ottanta. Mi è capitato di ascoltarlo di nuovo scrivendo dell’ultimo singolo dei Good Riddance, “There’s Still Tonight”, di cui ho scritto su Humans vs Robots. La band californiana da anni ha la sana e utile abitudine di far precedere le proprie canzoni da citazioni prese da film o discorsi e quella di Gekko mi è rimasto particolarmente impressa anche se è stata usata in un loro album del 2019.

Sarà che lo stato della disuguaglianza attualmente negli Stati Uniti rimane sconcertante e se ne ha conferma ascoltando le parole di un video che Bernie Sanders ha pubblicato online, commentando il discorso sull’Unione di Trump:

«Da quando è stato eletto, i miliardari hanno visto aumentare il loro patrimonio di 1.500 miliardi di dollari. Un dato davvero straordinario. Per questo motivo, oggi abbiamo una disuguaglianza di reddito e ricchezza che non ha precedenti nella storia del nostro Paese. Ma mentre i più ricchi se la passano straordinariamente bene, sorpresa-sopresa, ecco cosa Trump non ha detto.
Oggi in America, oltre il 60% della popolazione vive alla giornata, con milioni di americani che faticano a mettere il cibo in tavola, pagare l’affitto, avere un’assistenza sanitaria, l’asilo nido, l’istruzione e le altre necessità primarie. Il 60% della popolazione vive alla giornata».


Immagine: screenshot da “Wall Street Clip – “Democracy?” (1987) | via YouTube

Il lavoro dei camionisti e dei poeti

L’intelligenza artificiale è utile per molte cose, che ve lo dico a fare. Per fare un esempio minimo ma concretissimo: grazie all’AI ho risparmiato due ore buone di lavoro – poco creativo e molto muscolare – in cui avrei dovuto dotarmi di cuffie e pazienza per estrarre, scrivere e sincronizzare i sottotitoli di un’intervista in un video che sto montando. Lo ha fatto l’AI per me, dandomi la possibilità di scrivere questo post, andare a fare la spesa e leggere il capitolo di un libro che rimandavo da alcuni giorni.
Questo piccolo, personalissimo esempio mi serve per dire che non sono contrario per principio all’uso dell’AI, ma che ho una gran mole di dubbi su come verrà utilizzata: la mia preoccupazione è che non venga usata per migliorare la qualità e la quantità del lavoro, ma per sbarazzarsi di una serie di occupazioni che attualmente fanno campare milioni di persone. Il mio timore principale è che, invece di farci lavorare di meno e meglio – liberando tempi significativi di vita e aumentando il reddito – l’automazione e la robotica serviranno a far diventare ancora più ricchi e potenti solo quella minoranza di padroni che poi sono anche i principali investitori nel settore delle AI. Insomma: più profitti per chi è già sfondato di soldi e una marea di poveri, per niente carini e sempre più disoccupati.

Non sono mai stato un nemico delle novità – un misoneista, per usare un parolone. Anzi: le nuove tecnologie mi hanno sempre incuriosito e ho sempre ammirato i pionieri – gli early adopters, per dirlo in inglese – capaci di inoltrarsi nei territori inesplorati per saggiarne pregi e difetti. Mi succede fin dai tempi dei floppy disk e la fascinazione dura tutt’ora. Con l’intelligenza artificiale il discorso è un po’ diverso per la sua potenza dirompente nel poter modificare radicalmente le nostre esistenze. A partire dal lato economico per finire con quello sociale e, azzarderei, esistenziale. Per questo motivo la uso con parsimonia e con una certo grado di diffidenza. Allo stesso tempo, cerco di seguire e capire chi ne parla e la usa, cercando do evitare il furore appassionato del tifoso a tutti i costi o quello altrettanto infoiato del nemico a prescindere.
Una delle persone che non appartengono a questi due posizioni estreme è, per me, Matteo Cassese, vecchia conoscenza online fin dai primissimi anni Zero, i tempi della prima blogosfera italiana. Seguo il suo canale YouTube e leggo la sua newsletter da diversi anni, apprezzando l’approccio e il tono che adotta nell’indagare, analizzare e riflettere. Tra gli ultimi suoi video ce ne sono un paio che affrontano il tema dell’intelligenza artificiale e della sua ricaduta sul lavoro creativo e sull’imprenditoria. Già leggendone i titoli – “AI is coming for your job. It may be the best thing that ever happened to you” e “My clients are panicking about AI. This is the plan I give them” si intuisce il palese ottimismo che sostiene il suo argomentare intorno a questi temi.

Tra le citazioni usate da Matteo a sostegno dei suoi ragionamenti ce n’è una di Joseph Campbell, saggista e mitologo statunitense, esperto di narrazioni e da molti conosciuto per il mito del “viaggio dell’eroe”, che dice così:

“La caverna in cui abbiamo paura di entrare custodisce il tesoro che stiamo cercando”

Devo ammettere che la prima cosa che mi è passata per la mente appena l’ho sentita è stata la celebre frase di Quelo, creata dalla fervida mente di Corrado Guzzanti: «La risposta non la devi cercare fuori perché la risposta è dentro di te. E però è sbagliata». Ma, andando avanti, ho capito che si tratta di qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con quello scandagliamento interiore che è uno tra i pochi strumenti che ci permettono di divenire insostituibili come esseri umani, smettendo di competere con le macchine, anzi usando queste ultime per guadagnare tempo e energie utili per poter rallentare, riflettere, creare strategie.
Questo volontario allontanamento dalla miriade di impulsi esterni ci permette di renderci conto che è tempo di abbandonare per sempre la hustle culture che divora le nostre menti da decenni, imponendoci di affannarci e lavorare sempre di più come unico metodo di risoluzione delle avversità. Il rivolgimento verso la parte interiore di noi stessi ci fa rende inoltre consapevoli che la produttività è ormai un termine obsoleto, risalente alla rivoluzione industriale e che ciò che è interessante, in un’epoca in cui le macchine hanno una produttività molto più alta della nostra – perché non hanno bisogno di mangiare, dormire o prendersi un caffè – è semmai la ricerca del significato.
Questa transizione – dall’azione umana a essere umano – è possibile metterla in moto rinunciando a tutti quei momenti in cui riempiamo le nostre giornate di una serie di stimoli provenienti dall’esterno che ci impediscono di rivolgerci, almeno per un po’, al nostro interno. Riemepitivi del tipo: refreshare continuamente i grafici delle statistiche gamificate di YouTube o delle visite del nostro sito, controllare immediatamente l’e-mail appena svegli, passare ore e ore di ogni notte incollati alle serie tv della famosa enne rossa, compulsare violentemente il nostro smartphone ingurgitando un reel dietro l’altro, affidarsi a una app invece di andare a fare la spesa o cucinare. Confesso che quando ho sentito queste parole ho goduto perché sono tutte pratiche che cerco di mettere in atto da tempo e che mi fanno stare meglio. Sono contento che Matteo Cassese le proponga come strategia per passare dalla paura dell’intelligenza artificiale a una rinascimento, meglio ancora, a un umanesimo che ci faccia scoprire o riscoprire parti di noi utili a stare meglio con i nostri simili. Magari solo per guadagnare momenti di noia, che sono sempre tempi fertilissimi per scoprire e capire qualcosa di nuovo e interessante.

Questo discorso del crescere internamente invece che esternamente l’ho ritrovato pochissimi giorni fa anche in un post di Yancey Strickler riguardo Internet e le sue infrastutture, un post che che aggiorna la sua teoria della foresta oscura già rammentata su questo blog. Ma voglio rimanere sull’intelligenza artificiale – del post di Strickler magari ne scriverò un’altra volta o ne parlerò con chi può essere interessato. Perché c’è un punto solo che non mi trova d’accordo con le affermazioni di Matteo Cassese sull’AI: la slide, estratta da uno dei video sopracitati che fa da immagine a questo post. Che tradico così:

“I robot non arrivarono per i camionisti.
Arrivarono per i poeti.”

So che Matteo sta usando queste parole, che potrebbero essere l’incipit di un romanzo cyberpunk di William Gibson – autore che ama molto – perché sta mettendo in guardia creativi, imprenditori e freelance dal voler competere novecentescamente con una tecnologia che sta eliminando tutte le mansioni che non presuppongono quella prerogativa umana, a base di strategia e creatività, che le AI possono benissimo sostituire. L’esempio che viene portato è quello dell’industria dei videogame che non assume più game designer junior – quelli senior sì – preferendo formare uno sviluppatore che addestri un modello linguistico che si occupi del lavoro che era del designer junior. Ma se questo vale per i junior dei lavori creativi, a maggior ragione, credo che incida e gravi ancora di più sui lavori del terziario molto meno avanzato. Proprio come il trasporto e la logistica. A questo proposito mi sono venute in mente le parole di Bernie Sanders che in un video pubblicato un paio di settimane fa dall’inquietante titolo “L’intelligenza potrebbe spazzare via la classe operaia” afferma che:

Come membro del Comitato per la salute, l’istruzione, il lavoro e la previdenza, ho appena pubblicato un rapporto che dimostra come l’intelligenza artificiale, l’automazione e la robotica potrebbero sostituire quasi 100 milioni di posti di lavoro in America nel prossimo decennio, tra cui il 40% degli infermieri, il 47% degli autotrasportatori, il 64% dei contabili, il 65% degli assistenti all’insegnamento e l’89% dei lavoratori dei fast food, oltre a molte altre professioni. E per quanto possa sembrare grave, temo che siano numeri sottostimati.

Sanders afferma anche che questa trasformazione è già in atto e riguardo al trasporto e alla logistica aggiunge:

La maggioranza di noi vorrebbe vedere gli Stati Uniti sviluppare un sistema di trasporto sostenibile ed efficiente che comprenda la produzione di milioni di nuove auto, autobus e camion. Ma se Musk e altri otterranno ciò che vogliono, questi veicoli non saranno guidati da camionisti, autisti di autobus o tassisti. Saranno veicoli senza conducente. Milioni di posti di lavoro nei trasporti saranno eliminati. Questa non è fantascienza. […]
FedEx utilizza camion senza conducente per il trasporto di carichi pesanti lungo il corridoio I45 tra Dallas e Houston attraverso un’azienda chiamata Aurora. Walmart utilizza camion a guida autonoma per le consegne in tragitti brevi in ​​Arkansas tramite un’azienda chiamata Gateic. Kodiak Robotics ha stretto una partnership con IKEA per effettuare consegne senza conducente in Texas. Whimo gestisce taxi a guida autonoma a Los Angeles, Phoenix, San Francisco, Atlanta e Austin.

Bernie Sanders non è contrario all’uso delle AI – «non sono un luddista», specifica nel video – ma vuole che il suo utilizzo corrisponda a un miglioramento della vita di tutti e non serva solo e soltanto a produrre ulteriori profitti per i soliti ultra-miliardari. Tra le idee che propone per fare in modo che quest’ultima cosa non accada ci sono la settimana lavorativa di 32 ore a parità di salario e la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori all’interno dei consigli di amministrazione, come il Mitbestimmung tedesco, altrimenti detto cogestione. Niente di rivoluzionario, ma negli Stati Uniti di questi tempi potrebbe anche essere tacciato di bolscevismo.

Concludendo: io voglio essere ottimista sull’AI, vorrei vederne applicate le sue conseguenze più positive e mi piace quello che dice Matteo Cassese perché va in quella direzione, ma questo credo che valga per i lavori creativi o non completamente eterodiretti. Se penso all’intera working class e alle conseguenze che l’automazione sta avendo e avrà su milioni di persone che non hanno la possibilità di usare attivamente la nuova tecnologia a loro favore – ma la subiscono e basta – vedo come non li aiuta a diminuire il tempo di lavoro e tanto meno a rallentare i ritmi. Anzi, la realtà va da tutt’altra parte: come quello che succede in Grecia dove ci sono appena stati due giorni di sciopero generale contro la giornata di lavoro di 13 ore proposta dal governo. Un disegno di legge – già approvato dal parlamento ellenico – che permette orari di lavoro più flessibili e che in pratica abolirà la tradizionale giornata lavorativa di otto ore, contribuendo a peggiorare lo sfruttamento dei lavoratori.
E mi viene da pensare che togliere di mano ai padroni del vapore elettrico le redini dell’AI per renderla strumento in grado di renderci tutti – camionisti e poeti – più filosofi, strateghi e umani sarà davvero dura. E non è detto che ciò avvenga senza conflitti simili, se non più duri, di quelli del secolo breve.