Cambio di stagione con tributo

Sono passati più di dieci anni dall’ultimo cambio di grafica e tema del blog e del sito principale. Dieci anni in cui è cambiato il mondo, tra pandemie globali, guerre sempre più estese e assurde, il ritorno – seppure effimero – del Pisa in serie A e l’avvento dell’intelligenza artificiale.

So bene che il cambio di un’interfaccia non è assolutamente proporzionale a sopportare eventi di questa portata. Serve solo a dare un po’ più di velocità al caricamento, sbarazzarsi di alcune funzionalità obsolete e attrezzare al meglio un luogo digitale che assomiglia sempre più a un provvisorio rifugio all’interno della foresta oscura in cui, per alcuni, si sta trasformando Internet. Alla fine, come si vede, è diventato tutto molto più bianco in modo che le parole spicchino meglio e, spero, ci sia più cura da parte mia nello sceglierle prima di lasciarle sotto gli occhi dei lettori e delle lettrici che ancora seguono questo blog, arrivato al venticinquesimo anno di vita.

L’immagine che vedete sopra con il robottone che contempla una piantina secca è il mio personale, misero, ma sincero tributo al grande Carlo Cecchi che se ne è andato all’inizio di quest’anno. Vorrebbe essere la sintesi di due sue immense interpretazioni, la prima teatrale e la seconda cinematografica, che in gioventù mi hanno fatto godere, pensare e cambiare: quella del personaggio di Hamm in “Finale di partita e quella di Renato Caccioppoli in “Morte di un matematico napoletano”. Son seghe mentali di quelle medio-grandi per un semplice redesign, ma anche di questo c’è bisogno per tirare avanti.

Non posso chiudere il post se non dopo aver ringraziato arsenio bravuomo che come sempre mi offre il suo generoso aiuto quando si tratta di tirarmi fuori dalle peste per le questioni che riguardano PHP e tutte le altre robe di codice dove non arrivano le mie forze. Code is poetry, man.

Come fosse il 23 dicembre

Il 22 dicembre il giovane poeta Juan García Madero, camminando senza meta nel sole mattutino, era passato da un paio di librerie e, entrato nella seconda, aveva sentito un grido provenire dal retrobottega. Lì aveva trovato Ulises Lima e Arturo Belano. I due avevano alzato la testa dal tavolo su cui stavano consultando un vecchio catalogo. Per la prima volta gli erano sembrati davvero stupiti. Accanto a loro doña Rebeca fissava il soffitto. Era stata lei, la libraia cieca, a gridare. Non di paura, ma di sorpresa.

Il giorno seguente, il giovane poeta Juan García Madero annota sul suo diario – cito:

23 dicembre
Oggi non è successo niente. E se è successo qualcosa è meglio non parlarne, perché non l’ho capito.
Roberto Bolaño, “I detective selvaggi”| pag. 135

Era da un po’ che volevo utilizzare questa citazione dal libro di Bolaño. Oggi non è il 23 dicembre, ma va bene lo stesso perché le parole del giovane Juan García Madero ora mi servono per fornire un alibi di spessore al ritmo randagio di questo blog, alle sue parole non scritte, alle posizioni non prese, ai suoi scopi donchisciotteschi e bislacchi. Al fatto che molti accadimenti – sia della mia vita privata sia di carattere più collettivo – che in questo ultimo anno tempestoso hanno fortemente influenzato i miei pensieri e le mie azioni, non abbiano fatto scattare la molla dello scriverne di più e meglio qui sopra. Uno dei motivi potrebbe essere, molto semplicemente, che non ho capito che cosa è successo. Dura da ammettere, ma potrebbe essere così. Oppure, come mi ha riferito sibillinamente qualcuno, suggerendomi di vedere al più presto l’ultimo film di Paul Thomas Anderson, perché «non esisterà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra». E di questo, anche rischiando di andare incontro a nuove sconfitte, bisogna tenere conto e traccia perché altro al momento non abbiamo.


(Immagine: fotomontaggio mio da originali: 1. jaxsnelling via DeviantArt | 2. Minima et Moralia)


Scrivere (un blog), osservare, mettere da parte

(Traduco al volo questo post da Andy’s blog sul perché scrivere un blog nel 2025 – anche se non ti legge nessuno. Che rimanga come una capsula del tempo tra i miliardi di miliardi di bit, utile un giorno, forse mai).

Tanto tempo fa, il leggendario pubblicitario Bill Bernbach disse: “L’elemento più potente nella pubblicità è la verità”.
E allora diciamoci la verità: nessuno legge il tuo blog.
O almeno non quanti ti piacerebbe. Forse appena una manciata, forse nessuno. Tu sei lì che riversi i tuoi pensieri in un post, ceselli ogni frase, scegli l’immagine che ti sembra la più giusta – e poi silenzio. Nessun like, niente condivisioni, zero coinvolgimento.
Allora qual è il punto?
Ci sono due bugie che ci raccontiamo.

– Se io scrivo, qualcuno arriverà. Non succederà. Ci sono milioni di post là fuori. Internet è un vuoto infinito e il tuo blog è come sussurrare in una tempesta.
– Se nessuno mi legge, è una perdita di tempo.

È davvero così?

C’è un valore nascosto nello scrivere un blog. Esiste un vecchio detto Zen che dice: “Taglia la legna, porta l’acqua”. Non si fa per gli applausi, ma perché è necessario farlo.
Scrivere un blog impone chiarezza. Dà una struttura ai tuoi pensieri, affina il tuo punto di vista. Smetti di scrivere cose inutili perché – siamo onesti – stai scrivendo per te stesso. E se non riesci a catturare il tuo interesse, figuriamoci se avrai la possibilità di farlo con quello di qualcun altro.
Quando scrivi, pensi meglio. Quando pensi meglio, crei meglio.

Quindi qual è il vero pubblico a cui ti stai rivogendo?

Non stai scrivendo solo per l’invisibile pubblico di oggi. Stai scrivendo per:

– il te futuro. I tuoi post diventano una capsula del tempo delle evoluzioni della tua mente.
– la persona giusta. Forse un giorno qualcuno inciamperà nelle tue parole al momento giusto. E questo avrà costituito un cambiamento per lei.
– lo scrivere in sé. La coerenza batte la viralità. Cento post di approfondimento dureranno più a lungo di un singolo successo virale.

E c’è un’altra cosa. L’altra mia passione è la fotografia di strada. Che assomiglia un po’ a scrivere su un blog.
Tu cammini per la città, in mano la tua macchina fotografica. Vedi una scena, un attimo di luce, d’ombra, di umanità. Lo catturi.
Non importa a nessuno.
Ma non è per questo che l’hai fatto. Lo hai fatto perché hai visto qualcosa.

Stessa cosa per il blog. Scrivi perché pensi, perché osservi, perché hai bisogno di mettere qualcosa da qualche parte.
E se qualcuno lo legge? Bene. Sennò? Il lavoro è stato comunque fatto.
E questo è il vero punto.

(Immagine di Napafloma-Photographe | Flickr)

Antichi sentieri: Lit/Ring

Qualche anno fa Yancey Strickler – uno dei co-fondatori di Kickstarter – descrisse, prima in una e-mail inviata a 500 persone e poi sul proprio blog, quella che chiamò la teoria della foresta oscura di Internet .
Partendo dal romanzo di fantascienza di Liu Cixin, “Il problema dei tre corpi”, Strickley analizzò lo stato del Web nel 2019 per spiegare alcune sue decisioni e condividere e i suoi dubbi. Ne traduco al volo qualche paragrafo:

Immaginati una foresta di notte. Nulla si muove, niente si agita. Questo potrebbe indurre a pensare che la foresta sia vuota, senza tracce di vita. Ma, ovviamente, non è così. La foresta pullula di vita. È silenziosa perché è notte, il tempo in cui escono i predatori. Per sopravvivere gli animali rimangono in silenzio.
Il nostro universo è una foresta vuota o oscura? Se è una foresta oscura allora solo la Terra è abbastanza stupida da inviare messaggi verso il cielo per annunciare la propria presenza. Il resto dell’universo conosce già il vero motivo per il quale la foresta rimane oscura. È solo una questione di tempo prima che anche il nostro pianeta lo comprenda.
Questo è anche ciò che Internet sta diventando: una foresta oscura.
Come risposta alla pubblicità, al tracciamento, al trolling e a altri comportamenti predatori ci stiamo ritirando nelle nostre foreste oscure, lontano dal mainstream.
[…]
L’Internet di oggi è un campo di battaglia. L’idealismo degli anni ’90 è svanito. L’utopia del Web 2.0 – quella in cui vivevamo nelle nostre bolle smussate e felici – è terminata con le elezioni presidenziali del 2016 quando abbiamo compreso che gli strumenti che consideravamo vitali potevano essere usati come armi. Gli spazi pubblici e semi-pubblici che avevamo costruito per sviluppare le nostre identità e comunità, e acquisire conoscenze, sono stati sorpassati da forze interessate a usarli per ottenere potere di vario tipo (di mercato, politico, sociale etc.)
Questa è l’attuale atmosfera del Web mainstream: un’incessante competizione per il potere. Mentre questa aumenta sia di dimensione sia in ferocia, un numero sempre maggiore di persone ha trovato rifugio nelle proprie foreste oscure, lontano dalla mischia.

La sua decisione, per non cadere vittima dei predatori notturni, fu drastica: abbandonare tutti i social network, rimuovendo anche le app dallo smartphone e escludendosi totalmente dal magmatico flusso di conversazioni. Smise anche di guardare la televisione e si ritirò nelle foreste oscure: le e-mail, i podcast e le newsletter; ambienti, secondo Strickler, in cui sentirsi più al sicuro, dove si può esporre con molto meno timore il vero sé. Altre persone seguirono lo stesso metodo, come una generazione di moderni aspiranti monaci.
Dopo un po’ di tempo, seppur realizzando come il suo benessere personale fosse molto migliorato, Strickler iniziò a avere dubbi sulla propria scelta. Coniò una seconda teoria – la teoria della pista da bowling di Internet – secondo la quale le persone stanno sulla Rete semplicemente per incontrarsi e, a lungo andare, i luoghi dove si incontrano non sono più importanti perché sono le interazioni che si sviluppano a essere la motivazione principale della propria presenza. L’analogia con il bowling è basata sul fatto che non tutte le persone che vanno a tirare giù birilli, mettendo a repentaglio il proprio metcarpo, lo fanno perché gli piace, ma perché è un modo per stare con altre persone.
Un altro dubbio che Strickler mise nero su bianco è che, se una parte consistente di popolazione online avesse abbandonato le piattaforme, ciò avrebbe lasciato comunque una vasta platea influenzabile da coloro che sarebbero rimasti, limitando anche la capacità di interazione e influenza di chi aveva deciso di lasciarle.
La frase che conclude il post è questa:

Se la foresta oscura non è già un luogo pericoloso, questi abbandoni potrebbero fare in modo che lo diventi davvero.

Sono passati più di cinque anni da quel post e la teoria della foresta oscura ha suscitato riflessioni, approfondimenti e critiche, diventando anche un libro di carta. I social network nel frattempo si sono smerdati molto e i passaggi proprietari e i cambi di policy degli ultimi mesi hanno sicuramente peggiorato la situazione. I dubbi di Strickler appaiono, almeno per me, ancora validi, ma hanno perso molto della loro valenza proprio per la situazione in cui versano le principali piattaforme social: se il significato e il tono delle piattaforme cambiano a seconda di chi le usa e che genere di bowlingviene fuori dipende da chi ci va, siamo al punto in cui la pista è volutamente preparata per giocatori a cui interessa più sopraffare totalmente gli avversari che non fare due chiacchiere o raccontarsi storie aspettando il proprio turno. Con gran soddisfazione dei proprietari del bowling che se la ridono dall’alto.

Ora: se siete arrivati/e a leggere fino a qui, oltre a ringraziarvi di cuore, è giunto il momento di svelare il motivo principale per cui ho voluto spendere tutte queste parole: credo che tra i luoghi protetti dai predatori della foresta oscura ci siano anche i siti web personali e i blog. Lo ha creduto anche Maggie Appleton che, in un’ottima rappresentazione grafica del Web, ha messo i feed rss allo stesso livello di newsletter e e-mail. Blog e siti web fanno parte di quel sottobosco, humus vivo e pulsante, ma poco visibile e poco collegato. Per questo ho pensato che ci sarebbe stato bisogno di sentieri, piccoli viottoli anche sotterranei, o vie del tabacco sabbiose e strette, che unissero queste realtà senza per forza passare dalle piattaforme che, appollaiate sui rami più alti, osservano e estraggono dati da chi si avventura dalla loro parti.

Per questo motivo è nato Lit/Ring, un webring dedicato ai libri e alla letteratura, un modo antico di collegare tra loro autori e autrici che sui propri siti e blog scrivono recensioni, pubblicano le loro opere o approfondiscono e portano avanti discussioni sulla scrittura, la lettura e la letteratura in generale. Non è di sicuro la killer application che rivoluziona il gioco, non ha la pretesa di sostituire le piattaforme: è solo un modo diverso di esplorare i contenuti della Rete, affidandosi non più a un algoritmo bensì a a un tocco umano, capace anche di sbagliare, ma anche di collegare mosso da motivazioni diverse dal dover fare numeri, accumulare like o sentirsi il signore o la signore del blastaggio. Leggetene meglio sul suo sito – o ring hub – quando avete tempo.
E provatelo: cliccando sulle frecce dei banner che trovate sui siti aderenti potete farvi un giro completo dell’anello composto dalle persone che finora hanno aderito e, se scrivete su un blog o o un sito vostro (anche) di libri e letteratura, contattateci se volete farne parte. È gratis e non vi serve a nient’altro che un po’ di tempo.
Forse così le foreste potrebbero essere meno oscure.

[piccola nota personale: quando ho letto la prima volta il post della teoria della foresta oscura mi sono ricordato che la stessa metafora l’avevo usata quattro anni prima per un seminario sulla selva dei social network. Era ancora un bosco e non ancora una foresta e le parti pericolose ancora non esistevano o erano piccole piante ancora a livello di sottobosco. O ero io che non volevo o sapevo vederle.]


(Immagine di copertina Michael Kerbow, collezione “Late capitalism | Glade”)