Raccordi di farfalle

È bello quando leggendo due libri, uno di seguito all’altro, ci si accorge che ci sono assonanze di fondo che non avresti immaginato perché gli autori sono lontani tra loro – geograficamente, anagraficamente e per i temi trattatti nei loro libri.

Mi è successo questa estate dopo aver letto prima “La collina delle farfalle” di Barbara Kingsolver e, subito dopo, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi.

Senza fare troppi spoiler, ma anche fregandosene il giusto, mi sono accorto che i due libri in questione avevano un paio di cose in comune che mi hanno lasciato sorpreso, specie per il fatto che li ho letti di seguito e che in un ideale montaggio tra pagine, questo sarebbe stato un raccordo felicissimo, azzeccato quanto involontario.

La prima cosa è la nascita di un bambino morto che condiziona la vita sia di Dellarobia, la giovanissima madre che lo partorisce nel romanzo appalachiano di Kingsolver, sia quella del talentuoso scrittore abruzzese che descrive in pagine dolorose i dettagli anatomici del fratellino nato già morto.

La seconda sono le farfalle. Nel libro della scrittrice la loro incomprensibile migrazione in Tennesse è il motivo principale che porta la protagonista a cambiare in maniera decisa la propria vita, prendendo allo stesso tempo consapevolezza del cambiamento climatico. Nel memoir di Pierantozzi una farfalla compare nelle pagine conclusive, all’interno di un ospedale dei libri, per un esperimento che potrebbe far rinascere il fratellino morto attraverso le parole.

In entrambi i casi, c’è la credenza – credo ancestrale – che le farfalle simboleggino le anime delle persone morte. Una leggenda popolare diffusa sia in Messico sia nella provincia teramana, così come in molte altre parti del mondo.

Tutto qui: sono le piccole, meravigliose soddisfazioni che accadono a chi legge libri. E di questi tempi sembrano ancora più insulse, ma invece no.


Immagine: “Danaus plexippus” | via Wikipedia

Please evacuate

Il 4 luglio scorso Aishvarya Kavi ha vissuto un momento quasi ballardiano.

La giornalista del New York Times stava aggiornando il liveblog con quello che stava accadendo intorno a lei sul National Mall a Washington, aspettando il discorso di Donald Trump per i duecentocinquanta anni dell’indipendenza americana. Mancava ancora un po’ all’inzio quando un’allerta meteo – del tipo Severe Thunderstorm Warning diramata dal National Weather Service – ha portato all’ordine di evacuazione delle migliaia di persone in attesa da ore.

Vista la tempesta di fulmini in avvicinamento, i megaschermi e gli agenti di sicurezza, con sempre maggiore urgenza, stavano invitando e indirizzando le persone a abbandonare l’area, quando diverse centinaia di queste sono ritornate indietro cercando di rientrare al grido di “U.S.A., U.S.A.” e “Vogliamo Trump!”. Qualcuno ha anche proclamato a alta voce che “ci vorrebbe una seconda edizione del 6 gennaio”. Un altro ha trovato il modo di dare la colpa della situazione ai «liberals del servizio meteorologico», aggiungendo che secondo lui l’allerta era una sciocchezza. Un agente federale ha cercato di rassicurare, con scarsi risultati, le persone dicendo loro che l’evento non era stato annullato. Alcuni si sono messi a discutere con quelli dei servizi segreti.

Aishvarya Kavi - Washington National Mall - via NYT

L’ambientazione sul bilico di una catastrofe è già ballardiana: una tempesta di fulmini che si avvicina pericolosamente a una folla di migliaia di persone, giunte in uno dei luoghi simbolo del potere per ascoltare il discorso di un presidente sempre più autoritario quanto imprevedibile. I tabelloni luminosi non rimandano il volto e le uscite del quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti, bensì il laconico ordine della scritta “Please Evacuate”. La percentuale di cappellini rosso-maga è consistente e il negazionismo climatico, si sa, trova terreno molto fertile sotto quei berretti. Non sono servite a convincerli del contrario nemmeno le continue ondate di calore sofferte per giorni dallo stato di Washington e da tutta la East Coast che avevano portato a cancellare la parata ufficiale per il troppo caldo.

Il momento ballardiano sta sia in questa ironia macabra – data dall’incontro tra chi nega le conseguenze del cambiamento climatico e uno dei suoi effetti reali, una tempesta di fulmini – sia nella risposta irrazionale di una minoranza che prova a non rispettare l’obbligo di evecuazione, incolpando il deep state o i meterologi progressisti. In quei cori “U.S.A., U.S.A.” e “We want Trump!”, nei primi scambi di parole impazienti verso il servizio d’ordine, cova la scintilla che Ballard avrebbe potuto usare per far deflagrare quell’evento inatteso e insensato che rompe una situazione di attesa annoiata.

“Una specie di mondo della tv pomeridiana, quando sei mezzo addormentato. E poi, di tanto in tanto, bum! Un evento di una violenza assoluta, del tutto imprevedibile: qualcosa come un pazzo che spara in un supermercato, una bomba che esplode.

Nei romanzi del grande scrittore britannico, la violenza e la follia sono immaginate come le ultima libertà rimaste alla classe media per rompere l’apatia e gli schemi di una società barbituricizzata e iper-controllata dal fascismo consumista. Fortunatamente per tutti, quello che è successo a Washington ha seguito una trama diversa, meno pericolosa e ben più pragmatica: con i primi fulmini avvistati in zona, anche i più ricalcitranti si sono uniti alle altre migliaia di persone che stavano già cercando riparo negli edifici vicini, come il Jefferson Memorial, diversi dipartimenti federali, i musei Smithsonian – tra i quali il cosiddetto Blacksonian, il Museo nazionale di storia e cultura afroamericana, tanto per rimanere nell’ironia della sorte.

Poi l’emergenza è passata, il pubblico ha riempito di nuovo gli spazi e, con l’umiltà e la sobrietà che lo contraddistinguono da sempre, il presidente americano ha chiuso il suo discorso, presentando il più grande spettacolo pirotecnico nella storia di tutto il mondo. Roba da Guinness dei primati, secondo colui che in trentacinque minuti abbondanti non ha minimamente accennato al cambiamento climatico, preferendo concentrarsi sul pericolo del comunismo e su come la Repubblica americana sia il culmine della storia umana.

In attesa del parere dei giudici (del Guinness), quelle che intanto hanno continuato a rompere nuovi record sono le temperature.

Le dita intorno alla gola

“Le persone povere e della classe media pagano le tasse, quelle ricche pagano i commercialisti, quelle ricchissime pagano gli avvocati e quelle stra-ricche pagano i politici. Non è un’osservazione gran che originale, ma vale la pena di ribadirla finché non l’avranno sentita tutti. Più soldi accumulano i miliardari, maggiore è il loro controllo sul sistema politico – ciò significa che pagano meno tasse, quindi che accumulano più soldi e che il loro potere cresce.”
-George Monbiot, “Un evento climatico catastrofico è alle porte. Ecco perché ne avete sentito parlare così poco” | via The Guardian

Una corrente oceanica atlantica fondamentale è probabile che stia per esaurirsi: si tratta di ciò che viene denominato “Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica” – abbreviato in AMOC – e che trasporta calore dai tropici all’Atlantico settentrionale. Secondo le ricerche di alcuni scienziati, questo flusso potrebbe fermarsi, causando un drammatico calo delle temperature medie invernali nell’Europa del Nord e cambiamenti radicali nei cicli idrologici dell’Amazzonia. Ciò potrebbe innescare un collasso a catena della foresta pluviale e provocare ulteriori disastri. Del tipo: l’inondazione di grandi città, l’addio alla nicchia climatica umana (le condizioni che permettono la vita umana) in vaste aree del pianeta, il collasso del sistema alimentare globale e improvvisi cambiamenti degli ecosistemi che rilascerebbero riserve naturali di anidride carbonica tali da portare a una “Terra serra” in cui sarebbero in pochi a sopravvivere.

Perché un evento di tale portata, non impossibile ma per una parte della scienza addirittura probabile, non interessa e non occupa la mente e le azioni dei nostri politici? Perché – citando l’articolo di Monbiot – «il potere oligarchico ha sostenuto un modello d’impatto climatico che ha pochi contatti con la realtà: ossia la loro idea di come funziona il mondo è molto lontana dalle scoperte scientifiche […] un modello che indebolisce le risposte ufficiali alla crisi climatica». Secondo il modello proposto dall’economista William Nordhaus, un livello “socialmente ottimale” di riscaldamento si colloca tra i 3,5 e i 4 gradi centigradi e perfino un riscaldamento di 6 gradi, provocherebbe solo una perdita dell’8,5 per cento di PIL. Peccato che, per gli scienziati che si occupano di clima, 6 gradi di aumento corrisponderebbero alla fine della cività umana.

Questa distanza tra la visione assolutamente miope e terrificante dei potenti e la reali condizioni del nostro pianeta fa sì che siamo quasi nelle condizioni dell’incosciente “mangino brioches” pre-rivoluzione francese. O dell’impotenza del professor Randall Mindy e della dottoranda Kate Dibiasky di “Don’t Look Up”.

Perché, citando il finale dell’articolo del giornalista inglese: «una setta di miliardari votata alla morte tiene le dita strette intorno alla gola dell’umanità» e, siccome questa minoranza controlla sempre più caparbiamente il sistema politico, c’è da sperare o nell’asteroide o nelle generazioni più giovani. Che potrebbero fargli cambiare idea, una battaglia dopo l’altra.


Immagine: “Don’t Look Up” | Wikipedia.

Sulle rive del Buriganga

Una volta flusso vitale per la capitale Dacca, oggi è uno dei fiumi più inquinati del Bangladesh. Le concerie del quartiere di Hazaribagh ogni giorno scaricano nelle sue acque migliaia di metri cubi di rifiuti tossici.

Nel quartiere di Hazaribagh a Dacca si concentra il 95% delle concerie dell’intero Bangladesh: definito nel 2013 tra i 5 luoghi più inquinati del mondo, ci vivono e lavorano 185,000 persone, tra distese di rifiuti e acque nere.

Nella divisione mondiale del lavoro il capitalismo ha bisogno di zone così. Ha bisogno di pagare le persone 2-3 dollari al giorno, distruggendo l’ambiente in cui vivono e minando la loro salute. Ha ancora bisogno di far lavorare i bambini come nell’800.


(Foto: “Piggies” di Filip Jandourek, 2017)