È bello quando leggendo due libri, uno di seguito all’altro, ci si accorge che ci sono assonanze di fondo che non avresti immaginato perché gli autori sono lontani tra loro – geograficamente, anagraficamente e per i temi trattatti nei loro libri.
Mi è successo questa estate dopo aver letto prima “La collina delle farfalle” di Barbara Kingsolver e, subito dopo, “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi.
Senza fare troppi spoiler, ma anche fregandosene il giusto, mi sono accorto che i due libri in questione avevano un paio di cose in comune che mi hanno lasciato sorpreso, specie per il fatto che li ho letti di seguito e che in un ideale montaggio tra pagine, questo sarebbe stato un raccordo felicissimo, azzeccato quanto involontario.
La prima cosa è la nascita di un bambino morto che condiziona la vita sia di Dellarobia, la giovanissima madre che lo partorisce nel romanzo appalachiano di Kingsolver, sia quella del talentuoso scrittore abruzzese che descrive in pagine dolorose i dettagli anatomici del fratellino nato già morto.
La seconda sono le farfalle. Nel libro della scrittrice la loro incomprensibile migrazione in Tennesse è il motivo principale che porta la protagonista a cambiare in maniera decisa la propria vita, prendendo allo stesso tempo consapevolezza del cambiamento climatico. Nel memoir di Pierantozzi una farfalla compare nelle pagine conclusive, all’interno di un ospedale dei libri, per un esperimento che potrebbe far rinascere il fratellino morto attraverso le parole.
In entrambi i casi, c’è la credenza – credo ancestrale – che le farfalle simboleggino le anime delle persone morte. Una leggenda popolare diffusa sia in Messico sia nella provincia teramana, così come in molte altre parti del mondo.
Tutto qui: sono le piccole, meravigliose soddisfazioni che accadono a chi legge libri. E di questi tempi sembrano ancora più insulse, ma invece no.
Immagine: “Danaus plexippus” | via Wikipedia

