Quelli che imbellono

Riguardo alla lite Trump-Musk del post precedente, Luca Sofri è stato molto più diretto di me nel definire i due duellanti.

“abbiamo costruito un mondo in cui le due persone più potenti (due uomini) sono degli imbecilli.”
“La legge della domanda e dell’offerta” | Wittgenstein

Poi Sofri spiega bene perché Trump e Musk imbellono, eppure comandano, analizzando altre cose che accadono nel mercato. Nella Moda, nella musica, nell’editoria, nelle produzioni televisive (nel cibo no*). C’entrano la capacità di giudizio, l’intelligenza e chi da anni si adopera per abbassare continuamente la qualità della domanda per ottenere “maggiori consumi a costi minori. O più voti essendo un imbecille.”


* “La ristorazione è l’unica cosa seria in questo Paese” (Arianna Dell’Arti, Boris – Il film)

Come due Brawl Stars

Lo leggo sul live-blog del Guardian, faccio uno screenshot e rileggo lo screenshot: Donald Trump ha detto che potrebbe essere meglio permettere alla Russia e all’Ucraina di combattere per un po’ prima di intervenire.

“Lo vedi nell’hockey, lo vedi negli sport,” ha detto Trump durante l’incontro di oggi con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “Lasciateli andare per un paio di secondi”.

Trump prima ha definito la guerra un “bagno di sangue” per poi paragonare il conflitto al tentativo di separare due bambini che stanno litigando.

“A volte vedi due bambini che stanno litigando di brutto. Si odiano, si stanno picchiando in un parco e tu provi a dividerli. Ma loro non vogliono essere divisi. A volte è meglio lasciarli litigare per un po’ e poi provare a separarli.”

Trump, nello Studio Ovale, in un colloquio ufficiale con il primo ministro tedesco, ha spiegato la politica estera con le regole non scritte dello street-fighting e della baruffa tra bambini. E ha confermato a Merz di averlo detto in una telefonata anche a Putin: ha paragonato le due nazioni [Russia e Ucraina] a “two young children fighting like crazy in a park”. Lo stesso Trump che dichiarava che, una volta eletto presidente, avrebbe risolto la guerra tra Russia e Ucraina in ventiquattro ore. Guerra che invece va avanti da quasi 1.200 giorni. Però lasciateli bombardare ancora un po’.

Durante l’incontro con Merz, oltre a queste perle di arte militare e psicologia infantile, Trump si dice anche deluso da Elon Musk che ha appena lasciato il suo incarico di Doge alla Casa Bianca e ha definito la riforma fiscale di Trump “un disgustoso abominio”.
Trump invece l’ha chiamata “Big, Beautiful Bill” questa legge che aiuta i ricchi e danneggia i poveri, appesantendo, nello stesso tempo, il deficit degli Stati Uniti di migliaia di miliardi. Il “King of Debt” fa spudoratamente i suoi interessi e quelli della sua classe, ma cancella gli sgravi fiscali per le auto elettriche.

Poco dopo le parole di Trump su Musk, la situazione precipita: tra i due parte un lungo, turbolento botta e risposta online che al momento in cui scrivo è ancora in atto e ha il suo apice nel padrone di SpaceX chiedere l’impeachment del presidente in carica.
Un’escalation in diretta, ognuno postando dal proprio social: un duello fatto di scambi sempre più fitti e toni esplicitamente minacciosi. Per dirne due: contro Musk la sospensione dei contratti e dei sussidi statali e contro Trump l’accusa di essere negli Epstein files. Una sorta di diss track sincopata e incattivita – chissà se e quanto preparata, insinuano alcuni commentatori.

Che sia o meno una kayfabe, questa faida online tra l’uomo più ricco del mondo e il presidente della nazione più potente mi ricorda – questo sì – due bambini che litigano al parco. Anzi, due bambini che litigano in un parco dentro a un videogioco, in una live con migliaia di spettatori, condivisioni e like. Come due starlette della rissa. Come due Brawl Stars.

(Edit | 6 Giugno ore 13.05: per i filologi del web, Axios ha riscostruito in un’unica timeline lo scontro tra Musk e Trump sulle due piattaforme padronali)

(Immagini delle schede via Brawl Time Ninja | 1 | 2)

Con tanti saluti all’etica

Da ieri Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America. È stato rieletto nonostante sia stato condannato per abusi sessuali e diffamazione e nonostante non sia stato condannato – solo perché ha vinto le elezioni – per il suo ruolo nell’assalto a Capitol Hill del 6 Gennaio 2021. La sua vittoria, a novembre dell’anno scorso, ha dietro di sé una sfilza di nonostante lunga e triste che non gli ha impedito di ritornare alla Casa Bianca, ma che per alcuni aspetti l’ha addirittura aiutato.


A me Trump è risultato sempre insopportabile anche in tempi pre-politici: fin da “The Apprentice” e da quel “You’re fired!” (“Sei licenziato!”) circolato così tanto sulla Rete da aver creato generatori automatici di meme con la sua foto tratta dal reality show pronta per essere personalizzata in millemila varianti.
Non sono mai riuscito a sopportare come si potesse provare ammirazione o rimanere affascinati da uno che, anche solo per sceneggiatura, mostrava in maniera così esplicita l’arroganza e la prepotenza del padrone che, sotto la copertina leggera della meritocrazia, si libera come e quando vuole di chi non gli va a genio o interferisce in qualche modo con il piglio volitivo che gli imprenditori come lui si sentono in dovere di portare avanti sempre, basandosi sul loro istinto e sulla loro innata positività, anche quando la situazione prevederebbe analisi più accurate e una maggiore dose di razionalità.
Emblematica in questo senso la frase con cui ieri Trump ha iniziato il suo primo discorso inaugurale: “L’età dell’oro dell’America inizia adesso”. Sono parole che ricordano l’ottimismo ingenuo e gli spiriti animali di cui scriveva John Maynard Keynes nel 1936 quando, in “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, descriveva l’importanza di quell’insieme di emozioni istintive e del comportamento umorale che stanno alla base delle decisioni sia degli esseri umani sia degli imprenditori. Da ricordare che Keynes lo annoverava tra i fattori che portarono al crollo di Wall Street e alla Grande Depressione del 1929. Ma Trump parla di Golden Age.

Più pericoloso e viscido di Trump però in queste ultime settimane ho considerato chi, già prima dell’insediamento ufficiale, si è recato da lui per omaggiarne la figura, finanziarne le attività e perorare la propria causa, o meglio il proprio tornaconto. Sono i tech bros che delle regole e delle leggi provano a farsi beffe tutti i giorni, che cambiano le loro policy aziendali solo per fare sempre più profitti, che se ne sbattono altamente dell’interesse generale. Sono i padroni del vapore, uomini potentissimi e tra i più ricchi del mondo che non hanno nessuna remora a dimostrarsi servili o a servirsi del potere politico di turno al solo scopo di aumentare i loro già enormi patrimoni. Chiedono di intervenire – è il caso di Zuckerberg – su leggi e regolamenti che diminuirebbero i guadagni delle loro imprese o di non regolamentare settori come l’intelligenza artificiale e le criptovalute, dove “molti di loro hanno fatto investimenti personali e aziendali importanti”. Sono tra quelli che da anni stanno portando avanti la lotta di classe e stanno vincendo a mani basse – per citare Warren Buffett che, in un’intervista al New York Times nel 2006, disse chiaramente: “È in corso una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”

Mi rircordavo, a questo proposito, di un libro che, per me, è stato illuminante: è uno degli ultimi libri di Luciano Gallino, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”, uscito per Laterza nel 2012. È un’intervista, a cura di Paola Borgna, al sociologo che purtroppo sarebbe scomparso tre anni dopo.
Una delle domande che Borgna rivolge a Gallino è se oggi ritiene davvero possibile immaginare un’impresa che, invece di massimizzare il valore per gli azionisti, si adoperi per ottimizzare le condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti.
Luciano Gallino risponde così:

“L’impresa fa in generale quello che il quadro legislativo e normativo le permette di fare, oppure la incentiva a fare. Intendiamoci: in non pochi casi si muove anche al di là, o al di sotto, del quadro legislativo-normativo, come dimostrano le vicende giudiziarie che hanno coinvolto grandi imprese, nel nostro paese come in altri. Si pensi, tra gli altri, ai recenti processi Thyssen e Eternit. Resta il fatto che, nell’insieme, pure le imprese che rispettano la legge e hanno di fronte un quadro legislativo che attiene al governo dell’impresa, ai diritti dei lavoratori, alla salute e alla sicurezza sui posti di lavoro, oppure all’ambiente, fanno sovente il possibile per sfruttare fino ai margini ultimi, e magari un poco oltre, quel quadro normativo. Tanto meglio, poi, se lo stesso quadro viene indebolito dal legislatore.
[…]
Il principio che tutto sovrasta, e che ha visto illustri economisti adoperarsi per svilupparlo, si può così sintetizzare: un manager ha il dovere di interessarsi unicamente agli azionisti, assumendoli a riferimento primario del governo dell’impresa.”

Nella parte finale della risposta Gallino affronta l’avvincente questione dei codici etici di comportamento delle imprese, gran numero dei quali si può leggere sul Web.

Il punto è che non c’è quasi impresa quotata italiana o straniera che non pubblichi un proprio codice etico e comportamentale: una costellazione di buone intenzioni tra le quali, in genere, spicca uno dei primi articoli, in cui si ribadisce che la missione primaria di quell’impresa risiede nel massimizzare il valore per gli azionisti. Sarà forse una nuova versione dell’analisi weberiana secondo la quale l’imprenditore si batte per far soldi, però non per amore di questi, bensì per scoprire se rientra tra i predestinati alla vita celeste; come qui c’entri l’etica, però, non è chiaro. D’accordo: un poco più avanti, negli stessi documenti, si legge quasi sempre che bisogna trattare dignitosamente i dipendenti. Ma nel fondo si constata come, pur nei codici che dovrebbero esprimere al meglio l’impegno morale delle imprese, un solo soggetto predomina in modo affatto esplicito, ed esso è sempre costituito dai proprietari-azionisti. I quali nella gran maggioranza sono investitori istituzionali, o proprietari di grandi patrimoni, i cui interessi devono essere anteposti per principio a quelli di ogni altro soggetto – dipendenti, fornitori, comunità locale – toccato dall’attività dell’impresa.
Questo è un aspetto della lotta di classe che passa attraverso la competitività e l’esercizio concreto della responsabilità (o irresponsabilità) sociale d’impresa. Infatti gli azionisti che detengono migliaia di titoli, siano essi enti finanziari o individui, sono espressione della classe dominante; mentre i dipendenti, come pure i fornitori e tutti gli altri soggetti che non fanno parte del gruppo degli azionisti, rientrano nella classe operaia o nella classe media. In quanto tali, sono soggetti che non sembrano meritare alcuna particolare considerazione da parte dell’impresa.
Ciò è stato teorizzato nell’ambito delle scienze economiche, ma è anche permesso dal quadro legislativo nei diversi settori in cui un’impresa deve muoversi.

Forse siamo già di fronte a quello che Karl Polanyi decriveva in questi termini:

Dopo l’abolizione della sfera politica democratica resta solo la vita economica; il capitalismo organizzato nei diversi settori diventa l’intera società. Questa è la soluzione fascista.

Vedere Elon Musk che sfodera un saluto neonazi all’insediamento di Trump potrebbe esserne una delle prime immagini più pacchiane?
Non lo so, ma occhi aperti, ora più che mai.

(Immagine still-frame da “Lavoro amano armata”)

Ti regge la pompa?

Tre notizie, tutte di oggi, riguardanti Meta Platforms.

La prima: Meta eliminerà i factchecker e consiglierà più contenuti politici su Facebook e Instagram. Questo il succo di un messaggio video in cui Mark Zuckerberg ha promesso di dare priorità alla libertà di parola dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Il servizio di fact-checking sarò sostituito da un sistema simile al community notes già presente su X di Elon Musk che si affida agli account della propria piattaforma per aggiungere avvertenze e contesto ai post che possono risultare controversi.

La seconda: Mark Zuckenberg ha nominato Joel Kaplan nuovo presidente degli affari globali di Meta. Kaplan è un ex membro del Partito repubblicano, già vice capo di gabinetto della Casa Bianca durante la presidenza di George W. Bush che non ha mai nascosto le sue simpatie verso Donald Trump. A corredo del messaggio video di Zuckerberg, Kaplan oggi ha scritto un post dove ribadisce il fatto che saranno rimosse alcune restrizioni su argomenti come immigrazione, genere e identità di genere.

La terza: John Elkann, presidente di Stellantis e amministratore delegato di Exor, holding della famiglia Agnelli, è entrato a far parte del consiglio di amministrazione di Meta. Elkann, grande estimatore dei dividendi finanziari, della delocalizzazione alla ricerca di salari bassi, in quatrro anni ha distribuito agli azionisti 23 miliardi di euro tirando in ballo le politiche ambientali europee e l’arrivo delle auto cinesi come motivo per il declino dell’automotive in Italia.

Come ciliegina finale si può aggiungere il fatto che insieme a Elkann nel cda di Meta è entrato Dana White, presidente della Ultimate Fighting Championship, la più importante organizzazione nel campo delle arti marziali miste. Convinto supporter di Donald Trump, è stato tra i primi a ringraziare per aver contribuito alla sua vittoria i podcaster e gli streamer Joe Rogan, Adin Ross e Theo Von.

Ora dimmi te: avrò il coraggio di continuare a stare, seppur molto saltuariamente e a modo mio, su quella piattaforma?
O, come dicono a Roma, quanto mi reggerà la pompa per sopportare che i quattrini che fanno sulla pelle dei miei dati vadano in queste direzioni e a queste persone?
E tu che, forse non hai nemmeno le mie idee politiche o tutte le mie remore, ma che reputi queste persone lontane da te e da quello che credi, ce la fai a continuare a dirgli a cosa stai pensando?

[Aggiornamento | h 19.00] Durante una conferenza stampa hanno appena chiesto a Trump se le decisioni prese oggi da Zuckerberg siano dovute alle sue minacce (tra cui quella di ficcarlo in galera).
Trump ha risposto: “Probabilmente”. Aggiungendo “penso che Meta e Facebook abbiano fatto molta strada.”

(Immagine via at that time | Bluesky)